sabato 21 dicembre 2013

domenica 8 dicembre 2013

Le nascite nell'harem


Nell'harem, le nascite dei figli del sultano, venivano accolte con grandi festeggiamenti. Si decorava il letto della partoriente ed anche la culla del neonato, fatta fare appositamente in legno laminato d’oro, era spesso ornata con pietre preziose. Quando il bambino nasceva, per celebrare l’evento, in ogni sezione del palazzo, si sacrificavano alcuni montoni; cinque se il nascituro era maschio e tre nel caso fosse femmina. L’annuncio ai sudditi veniva dato con un colpo a salve di cannone poi, uno dei funzionari del sultano impartiva speciali disposizioni al capo dei banditori di Istànbul affinché inviasse i suoi uomini a portare la notizia in tutta la città; notizia che in seguito veniva divulgata per tutto l’impero. La gente, di solito, si raccoglieva nelle moschee per una preghiera poi, al suono delle bande militari, iniziavano i veri festeggiamenti. Il gran visir si precipitava a Palazzo per congratularsi con il  sultano, i poeti accorrevano a corte portando cronogrammi scritti per l'occasione e l’harem si vestiva a festa. Lanterne, lampade e torce ardevano tutte le notti sia dentro che fuori il palazzo e le vie della città venivano ornate con luminarie. Fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Istànbul. 
All’interno del palazzo si provvedeva ad assegnare al bambino e alla madre un certo numero di cameriere e si designava la scorta del principe. Quando il bambino aveva cinque o sei anni, iniziava la sua educazione che includeva equitazione, tiro all'arco, caccia, uso delle armi, oltre a lezioni giornaliere in aula. A tredici o quattordici anni veniva circonciso e gli era assegnata una propria stanza. Poteva fare passeggiate ed uscire in battello ma aveva pochissimi contatti con il mondo esterno. La nascita di una figlia era salutata con minor formalità, ma dato che le principesse non potevano salire al trono, vivevano una vita più sicura dei maschi. Spesso le principesse sposavano dignitari di corte, in particolare i gran visir, e avevano doti e appannaggi confacenti al loro grado. Anche i festeggiamenti per il fidanzamento e per il matrimonio di una principessa erano sfarzosi, e potevano durare anche più giorni. I figli delle principesse non potevano in modo assoluto accedere al trono, ma godevano di privilegi particolari e potevano avere accesso a cariche ufficiali molto importanti.

ill:  "Mother And Child" di Frederick Arthur Bridgman - Oil Painting
  
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domenica 10 novembre 2013

Pensieri d'oriente: la coscienza..



                          La coscienza non consiste nel rifiutare,
                                ma nel guarire ciò che stimiamo essere il male.

Cheikh Khaled Bentounes

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lunedì 21 ottobre 2013

La poesia turca di: Nazim Hikmet




Foglie morte

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.

Dipinto : olio su tela di Samir Abi Rached

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sabato 5 ottobre 2013

Il caffè arabo

dallah

“Caldo come l’inferno, nero come l’inchiostro, dolce come l’amore”
così un antico proverbio arabo raccomanda di sorbire il caffè.

Nei Paesi mediorientali il caffè costituisce un vero e proprio rito ed ha un grande valore simbolico legato all’amicizia e all’ospitalità, per questo è buona educazione accettarlo sempre quando viene offerto. Il caffè arabo è molto diverso da quello occidentale e si prepara con la dallah, una tipica caffettiera molto alta e con un lungo becco. Viene poi servito in piccole tazze prive di manico. In Turchia invece si utilizza il cezve, un bricco di
rame o di ottone caratterizzato da un lungo manico. La preparazione è comunque simile e l’unica differenza sta nel fatto che gli arabi , il più delle volte, aromatizzano il caffè con spezie come il cardamomo. Gli ingredienti sono scelti con cura: il caffè viene macinato a mano o a macchina in modo da ottenere una polvere finissima e tutti gli ingredienti, ossia l’acqua, lo zucchero e la polvere di caffè vengono mescolati assieme, lasciando che alcune particelle di caffè e di zucchero rimangano sospese in superficie. Il caffè assume così una consistenza  densa e sciropposa e occorre qualche minuto di decantazione per far si che la polvere si depositi sul fondo delle tazzine creando forme particolari interpretate poi nella pratica, tipicamente turca, della lettura dei fondi di caffè (caffeomanzia). L’abbondante schiuma ( kaff) che si forma durante la preparazione viene versata nelle tazzine con un preciso ordine: se ne dà più agli anziani e meno ai giovani, più agli uomini e meno alle donne. Negli anni passati, la preparazione del caffè, era compito esclusivo della donna della famiglia. La donna di servizio, prima di poter preparare il caffè per gli uomini, doveva avere anni di esperienza che accumulava  preparandolo per le donne, mentre gli uomini erano al lavoro. Nel mondo arabo si dice che la pianta sia stata donata a Maometto dall’arcangelo Gabriele e che Allah bevve caffè nel giorno in cui creò il mondo e vino nel giorno del Peccato originale: per questo il vino è proibito all’uomo, mentre il caffè è considerato portatore di senno.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html


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sabato 21 settembre 2013

La hshuma


Il concetto di hshuma, vergogna, è fondamentale nella società marocchina. L’onore familiare ha un’importanza cruciale e viene custodito gelosamente. Se la colpa, in occidente, è la consapevolezza di aver agito male, la hshuma è la consapevolezza che gli altri sanno che abbiamo agito male. I marocchini fanno di tutto per evitare la hshuma, come  appare evidente nel comportamento pubblico. Le bugie innocenti (kdiba bida in arabo) sono molto comuni: a esempio, se chiedeste ad un marocchino un favore che egli non è in grado di farvi, invece di dirvi di no probabilmente lo rimanderà all’infinito per salvare la faccia ed evitare la hshuma, del tutto in buona fede. Esistono vari modi in cui uno può attirare su di sé la hshuma. In genere rientrano tutti nella categoria del comportamento che esula dalle norme sociali: devianze sessuali, qualsiasi cosa proibita dall’Islam o dalla propria famiglia portano la vergogna. La persona disonorata viene colpita da ostracismo da parte della società o, nei casi più gravi, persino dalla propria famiglia. In realtà i marocchini fanno ogni sforzo per un parente per proteggere la reputazione della famiglia. A volte per affetto, altre volte per paura della hshuma, ma comunque sia la lealtà familiare è molto forte e anche se un membro si comporta male ripetutamente, la famiglia rimane al suo fianco finché è possibile. Inoltre il modo in cui si trattano gli amici in pubblico è molto diverso dal trattamento che ricevono in privato. Le lodi in pubblico sono molto apprezzate, anche se può capitare, a volte,  che vengano respinti con modestia dei ringraziamenti esagerati. Se si deve riprendere un amico o un collega, invece è meglio farlo in privato, dove nessuno può assistere al rimprovero. D’altro canto, per una donna minacciare un marocchino di attirare su di lui la hshuma può essere un modo efficace per indurlo a lasciarla stare. “Vai da tua madre” è uno dei peggiori insulti, perché gli rammenta la hshuma che sua madre proverebbe se sapesse del suo comportamento.

Tratto da "Marocco" di York Jillian

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domenica 1 settembre 2013

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: il fez


Il fez è un copricapo maschile in feltro, solitamente di colore rosso. Rotondo, senza tesa ha un pennacchio nero attaccato sulla sommità piatta . Il fatto di non avere una visiera lo rende più comodo durante la preghiera in quanto permette di appoggiare facilmente la fronte a terra durante le sessioni di preghiera. In Marocco, il  fez è ancora parte della divisa ufficiale e viene indossato con un djellaba bianco e con pantofole gialle o bianche; è indossato anche da molti funzionari e dal re in occasione di cerimonie e nei ritratti ufficiali. Non se ne conoscono con precisione le origini, ma nell’ ottocento si ebbe la sua maggiore diffusione in oriente, in particolar modo nella Turchia degli Ottomani. Si ritiene che il nome derivi dalla città di Fès, dove si produceva la tinta cremisi che lo contraddistingue.  In Nord Africa viene chiamato anche shashia stambuli o tarboosh. Benché il fez venga spesso confuso con la shashia, i due copricapi sono alquanto differenti: il fez è rigido, conico e di forma sollevata, mentre la shashia è morbida e aderisce alla sommità della testa, alla maniera di un berretto a calotta. 

ill: "head of an Arab in a fez" by Isidore Alexandre Augustin Pils

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giovedì 15 agosto 2013

La poesia araba di : Khalil Gibran



Farò della mia anima uno scrigno

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

Khalil Gibran

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sabato 20 luglio 2013

Il Ramadan e le mosalsalat



Durante il mese di Ramadan,  sono molti i canali televisivi arabi che trasmettono telefilm, quiz e mosalsalat, soap opere della durata di 30 giorni esatti, non un giorno di più né uno di meno. Queste serie tv, prodotte appositamente per il mese sacro, vengono trasmesse in coincidenza con la rottura del digiuno (prima dell’iftar, pasto serale, e del sohour, quello consumato prima dell’alba) e sono capaci, con le loro storie avvincenti, di appassionare milioni di telespettatori. I canali arabi offrono in media circa 16 soap diverse che soddisfano tutti i gusti e generi e rappresentano uno spaccato della società araba. I temi sono vari; ci sono mosalsalat ad ambientazione storica, quelli a tema religioso, quelli che affrontano temi politici  e quelli che affrontano i temi sociali. Non possono poi mancare le storie d'amore impossibili, tra giovani appartenenti a diverse classi sociali, ma alla fine il bene trionfa sempre. Storicamente la produzione più importante di mosalsalat è quella egiziana, sia per qualità che per quantità, ma negli ultimi anni è emerso un interessante filone di mosalsalat siriani e libanesi, che presentano uno spaccato sociale leggermente diverso rispetto a quello egiziano. Non mancano comunque le serie prodotte in Marocco , Tunisia e in altri paesi arabi. Tra i mosalsalat trasmessi anche nel nostro paese, troviamo la serie siriana dal titolo ‘La porta del quartiere’ (‘Bab al Hara’) che racconta una Damasco del periodo tra il 1918 e il 1939, quando il paese si trovava sotto la dominazione francese e il popolo lottava per l’indipendenza. Sempre siriana la serie “Ma Malakat Aimanukom” (Ciò che la tua mano destra possiede) tradotto in Italia con il titolo “Tre donne” che  racconta le storie di tre giovani donne arabe e la loro sofferenza in una società maschilista. Non bisogna dimenticare, poi, la serie marocchina ‘Speriamo che capiti anche a te’  (‘Oqba Lik’) che racconta le vicende di vita della trentenne Fatima Zohra, una donna contemporanea, colta e indipendente alla ricerca del principe azzurro. A parlare di voglia di integrazione, senza però dimenticare il desiderio di rispettare le tradizioni, è la serie ‘Fuggendo l’Occidente’ (‘Escaping the West’). Si tratta della storia di una famiglia di origine araba, trasferitasi in Francia, che tra amori e conflitti unisce due profonde  e contrastate verità.


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lunedì 8 luglio 2013

Tunisia: i piatti tipici nel mese di Ramadan


In Tunisia, il Ramadan è sinonimo di festa. Oltre ad essere il mese più sacro dell'anno è anche il mese in cui, la sera,  tutta la famiglia si riunisce per condividere il pasto di "Iftar" (rottura del digiuno), che è stato preparato per lunghe ore durante il pomeriggio. Mantenere vive le tradizioni è fondamentale per i tunisini i quali rompono il digiuno con il ghaieb, una sorta di latte cagliato accompagnato da datteri (tamr), come feceva  Maometto. Il cous cous rimane il piatto base anche in questo periodo, ma tra le altre specialità troviamo la chorba frik, una speciale minestra d’orzo e  il brik, triangolo sottile di pasta croccante (malsouka), fritto o fatto al forno, farcito di tonno, uova e formaggio. La tajine,diversa dalla specialità che ha lo stesso nome in Marocco (uno stufato di carne e verdure), è qui una sorta di torta salata cucinata al forno a base di uova con diverse varianti e viene consumata soprattutto a colazione. I dolci, che vengono consumati in gran quantità durante il mese di Ramadan, sono particolarmente zuccherati, preparati generalmente con datteri, miele e frutta secca. Tra questi troviamo il makroudh a base di datteri,  l’assida, budino con pinoli tritati e nocciole e il masfouf  a base di cous cous, nella sua versione dolce.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html

                                    Ramadan Mubarak

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venerdì 28 giugno 2013

I libri di Najim:

Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere 


Shirin-Gol ricorda ancora le montagne dell'Indu Kusch non devastate dalle bombe. Viveva, da bambina, in uno sperduto villaggio di montagna  e la sua vita pareva già decisa, fissata secondo tradizioni radicate da secoli. Poi arrivarono i russi e iniziò una guerra stupida che si portò via padri, fratelli, mariti. Da allora Shirin-Gol non ha smesso di fuggire: dalla fame, dalla miseria, dalla negazione dei più elementari diritti umani, dai soldati dell'Armata Rossa, dai mujahedin, dai talebani, da decenni di efferate faide fratricide che hanno devastato l'anima del suo paese. Data in moglie a quattordici anni per onorare un debito di gioco ha dato alla luce i suoi figli, ha lottato disperatamente per la sua famiglia, ha imparato a leggere, a scrivere, a pensare. Quella di Shirin-Gol è la storia di una donna oppressa ma non vinta, che dà voce a milioni di donne senza voce, senza volto e senza corpo. È una storia di lotta, di coraggio, di speranza che non vuole morire, nonostante tutto e tutti. Una storia che ci aiuta a capire perché da sempre il fanatismo religioso è terrorizzato dalla serena forza del femminile.

Il capitolo primo inizia così:
" In Afghanistan quasi tutti i nomi propri hanno un significato. Shirin-Gol significa Dolce Fiore. Forse perché, proprio nel momento in cui lei nasceva, sua madre aveva visto un fiore, un fiore che emanava un fragrante profumo. O forse quel nome non è che un frutto dell'immaginazione, nient'altro che una romanticheria. Forse la madre di Shirin-Gol, che, come tutte le madri di questo mondo, per la nascita di quell'altro figlio aveva patito grandi dolori, proprio in quel momento si era chiesta come avrebbe fatto ad allattare un altro bambino se aveva il corpo stremato ed i seni avvizziti. Forse si era sentita sollevata quando, finalmente,  il bambino era uscito dal suo corpo e aveva visto che si trattava solo di una femmina. Perché se Shirin- Gol fosse stata un maschio, avrebbe avuto bisogno di quantità maggiori di latte e avrebbe dovuto dedicargli maggiori attenzioni. Avrebbe dovuto portarlo spesso in braccio, avrebbe dovuto organizzare una festa per la sua nascita e ammazzare una pecora, avrebbe dovuto trovare del denaro per la sua circoncisione e portarlo dal mullah affinché imparasse il Corano. No, Allah è misericordioso e questa volta, la nona, le ha mandato solo una femmina."
........

Siba Shakib

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mercoledì 12 giugno 2013

Proverbi arabi


Puoi portare un cammello alla fonte ma non costringerlo a bere.
*
Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico.
*
Bisogna che il caso rivolti la formica perché essa veda il cielo. 
                                                                        *
Dio ha creato terre coperte di acque perché l’uomo le abitasse; 
poi ha creato il deserto, perché l’uomo vi trovasse la sua anima.

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sabato 25 maggio 2013

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

Il costume tradizionale delle donne della Cabilia 



La Cabilia è la regione dell’Algeria abitata dai Cabili, popolo di origine berbera che ha conservato, attraverso i secoli, le proprie caratteristiche. E' la donna la custode delle tradizioni, della lingua, dei rituali e dei valori ed anche il suo costume tradizionale ha subìto, nel corso degli anni, pochissimi cambiamenti. All’ inizio, il vecchio abito cabilo, era confezionato in lana bianca tessuta in un unico pezzo ed era accompagnato dal cosiddetto axellal, una specie di cappotto invernale che veniva appoggiato sulle spalle ed era senza cuciture. Nel 20 ° secolo, il tessuto industriale di cotone stampato ha sostituito la lana, dando origine all’ abito tradizionale che la donna cabila ancora oggi indossa   e che  ha ispirato molti artisti, poeti e pittori. L’ elemento base di questo abbigliamento è la djebba cabila, detta anche “thaqandourth”. Solitamente in raso è caratterizzata da elaborate passamanerie che ornano i bordi del vestito e impreziosiscono la scollatura arrotondata, ha volants e maniche lunghe. Sul petto vi sono ricamati motivi berberi. Sopra la gonna  viene indossata la foudha ( o foutah), un grembiule, che scende fino alle caviglie ed è legato  sui fianchi. Tessuto a larghe strisce nere, gialle, viola, e rosse ha uno stampato berbero diverso per ogni tribù. Indossato quotidianamente sopra gli abiti, permette di mantenerli puliti durante i lavori casalinghi e dei campi (raccolta olive). La cintura utilizzata si chiama h’zam e, in questo tipo di costume, è costituita da un insieme di fili di lana multicolori intrecciati che terminano alle estremità con dei pompons.
Sul capo si usa il m’harma , un foulard  che si nota soprattutto per i suoi motivi floreali dalle calde tonalità. E’ un quadrato (misura un metro per lato), che la donna piega a triangolo per metterlo dietro la nuca riportando poi le estremità  al di sopra della fronte. In questi ultimi anni il vestito della Cabilia si è modernizzato diventando più leggero e con ricami più fini, ma questa nuova versione non è ancora pronta a detronizzare il vestito tradizionale che non può mancare nelle occasioni speciali, nelle danze e nei matrimoni accompagnato dai caratteristici gioielli cabili. Molte sono anche le donne che, provenienti da altre parti del paese, non esitano ad acquistare un abito della Cabilia per il loro corredo.

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venerdì 10 maggio 2013

Il cuore di una madre ( leggenda araba)


Hassan amava teneramente sua madre e appassionatamente Leila, sua moglie. Ma a Leila, che era terribilmente gelosa, non piaceva la madre di Hassan. Costantemente torturava suo marito con le sue richieste. 
“ Se tu mi amassi veramente, non accetteresti che un’altra donna detti legge sotto il nostro tetto.” 
E Hassan fece uscire sua madre dalla loro casa. 
“Se tu mi amassi veramente, non vorresti più vedere questa donna che spettegola su di me di nascosto.” 
E nonostante la sua pena, Hassan non andò più  a far visita alla sua povera madre. Ma la gelosia di Leila era illimitata e un giorno, chiese ad Hassan la più crudele delle prove. 
“Se tu mi amassi veramente, dovresti andare a uccidere questa donna che mi tortura giorno e notte e dovresti portarmi il suo cuore.” 
Hassan prese il coltello. Andò da sua madre e le strappò il cuore. Ma mentre, in lacrime, portava il trofeo alla sua amata, inciampò in un sasso e il cuore cadde a terra. Dal cuore, tutto sporco di polvere, uscì una vocina “Hassan, figlio mio, ti sei fatto male?" 

illustrazione di Faiza Faghni

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giovedì 25 aprile 2013

Harem: gli eunuchi


Nell’ harem, dove vivevano centinaia di donne, era di fondamentale importanza che ci fossero sicurezza e protezione. Gli eunuchi erano la soluzione. Nella "casa" del sultano ne vivevano circa 200 ed erano divisi in due categorie: eunuchi neri ed eunuchi bianchi. Inizialmente i sultani si facevano servire da eunuchi bianchi( ak agalar), schiavi acquistati principalmente nei Balcani e nel Caucaso. In seguito presero il sopravvento gli eunuchi neri (kara agalar) che venivano inviati in dono a Costantinopoli dal governatore ottomano dell’Egitto o venivano catturati nelle guerre. Gli eunuchi neri erano soprattutto i guardiani dell’harem e siccome dovevano stare a contatto con le donne subivano una castrazione totale. Il capo eunuco nero, "Kizlar Agasi", ricopriva ruoli molto importanti non solo nell'harem, ma anche all'interno dell'amministrazione ottomana. Era il più importante collegamento tra il sultano e la madre, la validé sultan. Il suo rango era un po’ l’ equivalente del "pasha"( titolo onorifico attribuito ai funzionari ottomani di grado elevato dal sultano), e faceva da messaggero tra il sultano e il gran visir (il primo ministro del sultano). Inoltre, era coinvolto in quasi tutti gli intrighi di palazzo e questo gli permetteva di aumentare a poco a poco il suo potere fino ad ottenere una posizione dominante. Bisogna sottolineare che la legge coranica predicava una grande tolleranza nei riguardi degli schiavi che non erano considerati una classe inferiore, anzi: il titolo di qul (schiavo) godeva di un certo ascendente e potevano quindi ricoprire anche cariche importanti. Gli eunuchi bianchi avevano invece compiti diversi all’interno del governo, alcuni di loro riuscirono anche ad essere al servizio diretto del Sultano stesso e non essendo a stretto contatto con le donne subivano una castrazione solo parziale. Dato che la castrazione era proibita dal Corano, gli schiavi bianchi venivano evirati in Spagna o Francia, mentre i neri in Egitto da uomini copti, comunque né gli uni, né gli altri potevano trascorrere la notte nella parte femminile dell’ harem. Il capo degli eunuchi bianchi "Kapi Agasi" (o Kapi Agha)  veniva scelto direttamente dal sultano. Il suo potere iniziò a diminuire nel XVI secolo, quando le validè assunsero il governo effettivo dell’impero, coadiuvate dal gran visir e dal capo degli eunuchi neri.

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domenica 14 aprile 2013

La poesia araba contemporanea di Nazik al Mala’ika

Io

La notte mi chiede chi sono                                               
sono il segreto della profonda nera insonnia                   
sono il suo silenzio ribelle                                                
ho mascherato l’anima di questo silenzio                            
ho avvolto il cuore di dubbi                                            
immota qui                                                                      
porgo l’orecchio                                                                  
e i secoli mi chiedono
chi sono

E il vento chiede chi sono
sono la sua anima inquieta rinnegata dal tempo
come lui sono in nessun luogo
continuiamo a camminare e non c’è fine
continuiamo a passare e non c’è posa
giunti al baratro 
lo crediamo il termine della pena 
e quello è invece l’infinito

Il destino chiede chi sono
potente come lui piego le epoche
e ridòno loro la vita 
creo il passato più remoto
dall’incanto di una vibrante speranza 
e lo sotterro ancora
per forgiarmi un nuovo ieri
di un un domani gelido

Il sé chiede chi sono
come lui vago, gli occhi fissi nel buio
nulla che mi doni la pace
resto ancora e chiedo, e la risposta
resta nascosta dietro il miraggio
ancora lo credo vicino
al mio raggiungerlo tra
monta
dissolto, dispare


أنا سرُّهُ القلقُ العميقُ الأسودُ 
أنا صمتُهُ المتمرِّدُ 
قنّعتُ كنهي بالسكونْ 
ولففتُ قلبي بالظنونْ 
وبقيتُ ساهمةً هنا 
أرنو وتسألني القرونْ 
أنا من أكون? 
والريحُ تسأل من أنا 
أنا روحُها الحيران أنكرني الزمانْ 
أنا مثلها في لا مكان 
نبقى نسيرُ ولا انتهاءْ 
نبقى نمرُّ ولا بقاءْ 
فإذا بلغنا المُنْحَنى 
خلناهُ خاتمةَ الشقاءْ 
فإِذا فضاءْ! 
والدهرُ يسألُ من أنا 
أنا مثلهُ جبّارةٌ أطوي عُصورْ 
وأعودُ أمنحُها النشورْ 
أنا أخلقُ الماضي البعيدْ 
من فتنةِ الأمل الرغيدْ 
وأعودُ أدفنُهُ أنا 
لأصوغَ لي أمسًا جديدْ 
غَدُهُ جليد 
والذاتُ تسألُ من أنا 
أنا مثلها حيرَى أحدّقُ في ظلام 
لا شيءَ يمنحُني السلامْ 
أبقى أسائلُ والجوابْ 
سيظَل يحجُبُه سراب 
وأظلّ أحسبُهُ دنا 
فإذا وصلتُ إليه ذابْ 
وخبا وغابْ

Nazik al-Mala'ika, (arabo: نازك الملائكة‎) (Baghdad, 23 agosto 1922  Il Cairo, 20 giugno 2007) poetessa irachena.è considerata una delle prime poetesse che introdussero l'uso del verso libero nella rigida struttura poetica araba.

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lunedì 1 aprile 2013

Proverbi arabi


Le tempeste dell'anima sono peggiori delle tempeste di sabbia (Egitto)
**
La spada ha due fili taglienti, la lingua ne ha cento (Turchia)
**
La menzogna fa bere una prima volta. Non lascia bere una seconda (Tuareg)
**
Chi sciupa del tempo deruba se stesso ( Marocco)
**
Chi non ha un passato, non ha un futuro (Palestina) 

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venerdì 15 marzo 2013

Le spezie nella cucina araba



"Il cibo di due è sufficiente per tre e il cibo di tre è sufficiente per quattro" 
Questo detto del Profeta Muhammad riassume bene l'ospitalità tipica degli arabi: offrire , caffè o cibo è parte integrante del loro modo di vita, per questo motivo il cibo è sempre preparato in quantità generosa e ciò che non manca nei piatti arabi sono le spezie. 
Alcune spezie sono conosciute anche da noi, come il peperoncino, il curry, l'anice e lo zafferano, altre sono tipiche delle zone d'origine. Ad esempio: il cardamomo (in arabo hal), semi neri racchiusi in piccoli gusci verdi che servono a profumare il caffè e il tè, il cumino ( kamun) utilizzato per la preparazione di piatti a base di carne, il coriandolo ( kuzbara) molto simile al prezzemolo e la curcuma ( kurkum) una spezia di origine indiana  simile allo zafferano. Troviamo poi la tahina ottenuta dalla spremitura dei semi di sesamo e il carvi molto aromatico i cui semi hanno un sapore acre e pungente.  Ma nella cucina araba, le spezie sono utilizzate soprattutto già mischiate; per esempio il baharat è un miscuglio generico di spezie , il tabel è una miscela di carvi, coriandolo, peperoncino e aglio. L’harissa miscela molto piccante a base di peperoncino pestato, aglio e olio d'oliva  e la zattar, composta da timo, maggiorana e sale. Molto interessante è infine il ras al hanut. Letteralmente significa "il padrone della bottega", è un miscuglio di un numero infinito ed illimitato di spezie del Magreb. Può comprendere: cardamomo, noce moscata, pepe nero, cannella, chiodi di garofano, zenzero, boccioli di rosa, ecc. e ogni droghiere ha la sua ricetta segreta!
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venerdì 1 marzo 2013

La leggenda dei gelsomini (2)


Si racconta che cento e cento anni fa, in un mercato di schiavi in Arabia, due donne, una molto giovane e l'altra, ancora bella seppur non più giovanissima, si stringevano l'una all'altra piangendo. Erano state fatte prigioniere nel loro villaggio e poi portate sul mercato in vendita al miglior offerente. Difficile trovare un acquirente per entrambe. Ed ecco che la giovane viene strappata dalle braccia della madre, comprata da un ricco signore, senza nessuna pietà. Viene portata via, in sella ad un veloce cavallo,  sorretta da un servitore. Ha appena avuto il tempo di sussurrare che si serberà per l'uomo che l'amerà veramente. 
Giunta al palazzo del Gran Pascià viene rinchiusa nell'harem e qui profumata, agghindata e ingioiellata per l'offerta d'amore. Jasmine "Gelsomino" sarà il suo nome le dice l'eunuco a guardia dell'harem. E Jasmine di notte, esegue gli ordini e scende in giardino per attendere il suo signore. Ma la sua anima si ribella e quando il pascià sta per giungere estrae lo stiletto che teneva nascosto in seno e si trafigge il cuore. Cade senza grida sul bordo di un laghetto. La mattina seguente, nello stesso punto in cui è caduta la fanciulla,  vi è un bellissimo fiore. Jasmine (gelsomino) è il suo nome . 

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venerdì 22 febbraio 2013

martedì 12 febbraio 2013

La poesia araba: Anonimo egiziano

Guarda...fiordalisi!



Guarda ...... fiordalisi !
Il mio cuore appartiene a te
come il fiordaliso al grano.
Ogni cosa che tu vorrai,
tra le tue braccia poserò.
Tu, immagine del mio desiderio,
sei un balsamo per gli occhi.
Vedere te, al mio sguardo dà luce
e ti stringo forte a me
per sentire meglio il tuo amore,
tu, sposa del mio cuore.
Come è bella quest'ora !
Potesse - fra le tue braccia -
perdurare in eterno.
Tu mi facesti rinascere il cuore,
e ora, se gioisce o se piange,
non andare mai via da me, mai !

Anonimo egiziano (XII secolo A.C.)
http://www.miezewau.it/anonimo_egiziano.htm

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giovedì 31 gennaio 2013

Harem: la validè sultan e le kadin



Nell’ impero ottomano, l’harem, costituito da un vasto complesso di padiglioni, chioschi, giardini e cortili pergolati, era articolato attorno alla residenza della validè sultan, la madre del sultano regnante, la donna più importante di tutto l’harem. Spesso proprietaria di vasti possedimenti terrieri, che gestiva con l’ausilio di eunuchi neri, la validè sultan poteva dare ordini direttamente al gran visir e il suo ascendente sul sultano, sia per quanto riguardava la scelta delle mogli e delle concubine, sia per le questioni di stato, era molto forte. In particolare nel XVII secolo, si succedettero una serie di sultani poco competenti o di giovane età che  permisero il rafforzamento della figura della validè, tanto che questo periodo venne definito “il sultanato delle donne”. La validè pretendeva che tutte le componenti dell’harem le giurassero obbedienza e  l’ harem si trasformò così in una vera e propria corte con una sua gerarchia. Al rango più basso si trovavano le schiave, che dormivano anche in dieci nella stessa stanza e vivevano nella speranza di attirare l’attenzione del sultano. Appena al di sopra delle schiave si trovavano le donne che erano piaciute almeno una volta al sultano, ma non gli avevano dato figli, infine c’erano le kadin, le mogli.
Dato che la legge islamica consentiva di avere 4 mogli legittime, diventavano kadin le prime quattro schiave che generavano un figlio maschio e anche tra loro vigeva un rigido ordine di precedenza. La più importante era la donna che aveva dato alla luce il primogenito e nessuna delle altre, fosse pure la favorita del momento, poteva mancarle di rispetto. Le mogli del sultano che partorivano un figlio maschio era chiamate haseki sultan, chi invece partoriva una figlia femmina era chiamate haseki kadin. Oltre alle quattro mogli il sultano poteva avere anche tutte le concubine che era in grado di mantenere decorosamente, alcuni sovrani ottomani ne ebbero fino a 300, anche se non tutte vivevano nell’harem. Le kadin, sopra le quali si trovava sempre la validè sultan, chiamata anche regina madre, vivevano in appartamenti a loro riservati con un loro seguito. Il protocollo dell’harem, con il passare del tempo, divenne sempre più complesso anche per quanto riguardava il rapporto del sultano con le odalische. Solo dopo aver rivolto un lungo omaggio alla propria madre, poteva visionare le giovani odalische. Se qualcuna di queste gli piaceva, la indicava e iniziava così la frenetica preparazione della ragazza che doveva giacere nel suo letto. Questa veniva preparata da un corteo di vergini che, dopo averla lavata e massaggiata con oli fragranti, le dipingevano le unghie con l’henné e le ciglia con il kohl, una pasta colorante fatta con limone e grafite scaldati su un braciere. Quando la fanciulla veniva finalmente condotta nella stanza del sultano, due enormi candele venivano lasciate ardere per tutta la notte, e alcune donne sorvegliavano le porte.
Il mattino dopo, mentre il sultano indugiava nelle abluzioni mattutine, la ragazza frugava tra i suoi abiti, perché qualunque cosa avesse trovano nelle tasche le apparteneva di diritto. La data dell’accoppiamento veniva segnata su un registro, se dopo nove mesi non avesse dato alla luce un figlio, non avrebbe più rivisto il sovrano.

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martedì 15 gennaio 2013

La leggenda dei gelsomini (1)



Due leggende arabe raccontano la nascita di questi fiori, ecco la prima.
Un giorno, Kitza, la madre di tutte le stelle, stava preparando nel suo palazzo di nuvole, gli abiti d'oro per i suoi figli astri, quando giunse un gruppo di stelline che si lagnavano delle loro vesti. Chi si lamentava per una veste troppo larga, chi per un abito che non splendeva abbastanza e chi ancora lo  avrebbe voluto più guarnito di gemme…. Insomma, le stelline strepitavano, erano capricciose e testarde e facevano impazzire mamma Kitza: ”Bimbe mie, non fate chiasso”, si raccomandava la buona donna “ molte vostre sorelle sono ancora nude, patiscono il freddo e potrebbero ammalarsi.” Ma le stelline egoiste non le davano retta e continuavano a protestare. In quel momento passò davanti al palazzo di nuvole, Micar, il re degli spazi, udì lo strepito ed incuriosito entrò.
“ Che accade qui dentro?” domandò con voce di tuono.
Le stelle, spaventate, diventarono di colpo umili e sottomesse, ma non poterono nascondere la verità.  La collera gonfiò il cuore di Micar che sdegnato, le cacciò dal firmamento. Strappò loro gli abiti d'oro e le scagliò come ciottoli nel fango della terra.
Mamma Kitza, preoccupata per le sue stelline, cadde in un inconsolabile dolore “Gli uomini e le bestie le calpesteranno, le umilieranno” continuava a ripetere…
La Signora dei giardini, Bersto, provò pietà per la povera madre e decise di aiutarla. Tolse le stelline dal fango e le trasformò in fiorellini profumatissimi. Così nacquero i gelsomini, le stelline della terra.


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martedì 1 gennaio 2013

Proverbio arabo


               
           Parla soltanto quando sei sicuro che quello che dirai è più bello del silenzio.

ill: Arab Women by Aeich Thimer (Syria)

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