sabato 10 dicembre 2011

la poesia araba di Nazìh Abu 'Afash




                                             Buon giorno

                                      Che Dio mi guardi, 
                                              non voglio dirti: addio, 
               poiché questo significherebbe che ogni cosa è ormai trascorsa. 
      I passeri, la musica, e le semplici passeggiate serotine nei quartieri vicini, 
                                     il brodo caldo sul piccolo desco, 
                            le effimere liti di cui non si può fare a meno, 
                              la gioia per le prime parole del fanciullo. 
                                                        Tu, 
                                           gli amici che visiteremo, 
                          i regali promessici... e che senz'altro verranno. 
                                           La pioggia, l'erba, i libri, 
                                      e tutte le cose... tutte le cose. 
                                                   Dio mi guardi, 
                                             non voglio dirti addio 
                                        ma solo... sorriderò e ti dirò: 
                                             felice sia il tuo mattino.

Damasco 1975  
illustrazione: http://www.farid-benyaa.com/


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domenica 6 novembre 2011

sabato 22 ottobre 2011

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: le babbucce marocchine



Nel Maghreb, ma soprattutto in Marocco, gli abiti tradizionali come la djellaba e il kaftan, si indossano accompagnandoli alle tipiche babbucce dai vari colori, che tappezzano le pareti delle botteghe dei calzolai. Le "balgha o belgha" sono portate soprattutto dagli uomini. Solitamente sono gialle o bianche, hanno la suola piatta e il tallone ripiegato o assente, per poter essere tolte più facilmente quando si entra in casa o nella moschea. La punta appuntita dona loro la forma tanto caratteristica. Le "cherbils o sherbils" sono le babbucce usate dalle donne. Possono essere di vari colori:giallo, rosso, grigio, ricoperte di velluto o ricamate con fili d’oro, avere una larga suola ed anche un piccolo tacco, ma come le balgha sono sprovviste di tallone. Nei paesi berberi, le cherbils sono ricamate  con motivi geometrici o ornate con delle perle. In passato le babbucce gialle erano riservate solo agli uomini. Si dice che le uniche donne che le indossavano di questo colore erano le prostitute per farsi distinguere e attirare i clienti. In inverno le cherbils possono essere abbinate a dei gambaletti ascendenti fino a metà gamba per proteggere i piedi dal freddo. La lavorazione delle babbucce è compito del Kharraz (calzolaio, da cui deriva  il nome di " Kharrazine" quartiere dei calzolai) il quale utilizza solitamente pelle di capra per la parte superiore e pelle di vitello per la suola. Le due parti possono poi essere assemblate in tre modi: cucite a mano, a macchina o incollate. Le babbucce più pregiate sono quelle cucite a mano, le altre vengono utilizzate soprattutto in casa. Per la produzione di un paio di babbucce il calzolaio impiega generalmente 10 ore di lavoro. Nate a Marrakech, culla storica della scarpa marocchina,  è a Fes che l'abilità degli artigiani si è istituzionalizzata, per farne la capitale incontestata.


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domenica 2 ottobre 2011

Proverbi arabi


- Dove c'è il ricco, c'è il povero. Ma dove c'è giustizia, là sono tutti fratelli. 
- Non essere troppo molle perchè ti schiacceranno, non essere troppo duro perchè ti faranno a pezzi
- L’uomo più ricco è quello che sa cosa fare il giorno dopo. 
- L'uomo è come una palma sulla spiaggia del mare, si agita con il vento della vita.

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venerdì 16 settembre 2011

Saggezza islamica

Una goccia d’acqua gocciò da una nube 
e si stupì vergognosa vedendo il vasto mare: 
“Chi sono io” disse 
“di fronte all’oceano immenso? 
Davvero, se Lui è, io nulla sono!”. 
Ma un grido sorse dal mare: 
“Non vestirti il volto di vergogna 
per la tua piccolezza! 
Tu hai visto albe e tramonti, 
hai visto i prati, hai visto pianure e deserti, 
hai carezzato l’erba, hai cavalcato le nubi 
luccicante di sole! 
Sei stata in compagnia 
di labbra assetate nella steppa, 
sei stata confidente 
del petto lacerato dei fiori: 
Diventa ora perla, 
e vivi nell’abbraccio del mare, 
vivi più scintillante che stella, 
più brillante che luna!”.
                                                  

                                                                                  Iqbâl

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lunedì 29 agosto 2011

Eid al - Fitr Mubarak

L’ Eid al- Fitr (detta anche Eid al-Saghyr, festa minore) si celebra alla fine del mese lunare di Ramadan , il primo giorno di shawwal ed è una festa che dura 3 giorni. Il suo nome significa letteralmente "festa dell’interruzione (del digiuno)". Si festeggia con parenti e amici il completamento di un mese di benedizioni e di gioia. Durante gli ultimi giorni del Ramadan, ogni famiglia musulmana fa anche una donazione ai poveri conosciuta come sadaqah al-Fitr o zakatul-Fitr. Si tratta di una piccola quantità di cibo da dare in beneficenza alle persone più povere in modo che possano mangiare e festeggiare l’Eid . Tale importo è separato dal pagamento annuale di zakat , che è uno dei pilastri dell'Islam, infatti a differenza di zakat, che è calcolato annualmente in percentuale di ricchezza in più, il sadaqah al-Fitr deve essere pagato ugualmente da ogni musulmano uomo, donna e bambino, alla fine del Ramadan. Molto importante in questi giorni di festa è anche la preghiera che generalmente ha luogo quando il sole “sorge sopra l’orizzonte della lunghezza di una lancia” (vale a dire la mattina presto) anche se ogni moschea fissa la propria ora. Il fedele prima di recarsi alla moschea deve compiere un bagno rituale ed indossare i suoi abiti migliori perché un giorno di festa deve essere distinto da un giorno normale. Il momento della preghiera è sempre seguito dalla khutba cioè la predica  e al termine i fedeli si alzano, abbracciano la famiglia e gli amici dicendo : “Saha eidkoum” o “Mabrouk eidkoum”. E ‘inoltre il momento per riconciliarsi con le persone con cui non si parla più, e di perdonarsi l’un l’altro.Infine si rientra  a casa, lungo un percorso diverso da quello fatto durante l’andata.

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lunedì 15 agosto 2011

Bayazid al- Bistami


Tayfur Abu Yazid al-Bistami, conosciuto anche come Bayazid Bistami è considerato uno dei primi importanti maestri sufi dell'Islam. Bayazid, agiva talvolta deliberatamente contro le forme e i rituali esteriori dell'Islam e una volta accadde che, di ritorno dalla Mecca, si fermasse nella città iraniana di Rey. 
I cittadini che lo veneravano, si precipitarono ad accoglierlo creando una grande agitazione nella città. Bayazid che era proprio stanco di quell'adulazione, attese finché non giunse al mercato. Là comprò una pagnotta e iniziò a sbocconcellarla di fronte a tutti i suoi seguaci. Era un giorno di digiuno nel mese di Ramadan, ma Bayazid riteneva che il suo viaggio giustificasse pienamente l'infrazione alla regola religiosa. 
I suoi seguaci non la pensavano però così. Rimasero così scandalizzati dal suo comportamento che lo lasciarono immediatamente solo e tornarono a casa. Bayazid soddisfatto, fece osservare a un discepolo: "Nota come nel momento in cui ho fatto qualcosa di contrario alle loro aspettative la loro venerazione per me è scomparsa."

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domenica 31 luglio 2011

Il Ramadan e la "Notte del Destino"


Era il mese di Ramadan dell'anno 610 e Muhammad ibn Abd-Allah ibn Abd al-Muttalib, della tribù dei Quraysh della Mecca, si era ritirato in meditazione, in una grotta del monte Hira, nelle vicinanze della città. Era un ritiro spirituale che Muhammad compiva ogni anno conformemente alla tradizione degli hunafa, i puri monoteisti che seguivano il culto di Abramo e Ismaele. In una delle ultime notti del mese, all'improvviso gli apparve una creatura di luce, che lo scosse violentemente ordinandogli: “Iqra!”, “Leggi!”. Atterrito, Muhammad rispose che era analfabeta, non sapeva leggere e, di nuovo, l’essere di luce lo strinse quasi a soffocarlo, recitando:“Leggi, nel nome del tuo Signore che creo', creo' l’uomo da un’aderenza. Leggi, il tuo Signore è il Generosissimo, che ha insegnato all’uomo l’uso del càlamo, gli ha insegnato cio' che non sapeva”.  “O Muhammad tu sei il messaggero di Allah e io sono Gabriele”. In quella notte, chiamata Làylat-l-qàdr  “Notte del Potere” o anche “Notte del Destino”, Allah rivelò al Profeta il Corano. La consuetudine islamica, appoggiandosi su alcune tradizioni, ha individuato nella 27°notte del mese, la fatidica notte ( inizia al tramonto del 26° giorno di Ramadan) e ne ha fatto una ricorrenza liturgica di grande importanza. In questa notte Allah decreta il destino della creazione  per l’anno a venire e gli angeli con  Jibril, scendono sulla terra con le benedizioni del Signore, portando ad ogni cosa il suo destino. Nelle moschee e nelle case musulmane, si veglia, si legge il Corano, si chiede perdono ad Allah e si invocano la Sua Grazia e la Sua Misericordia per tutto l'anno a venire. Layla al-Qadr è descritta come "migliore di mille mesi".

       * Buon Ramadan  a tutti i musulmani * 


 
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sabato 16 luglio 2011

I nomi arabi e il loro significato


Nel mondo arabo, quasi tutti i nomi di persona hanno un significato ed è dovere dei genitori, quando nasce un bambino musulmano, scegliere un nome che gli si addica e che gli porti benefici per tutta la vita. Sovente vengono anche dati ai bambini  nomi di membri della Famiglia del Profeta,  dei Profeti precedenti o dei personaggi della storia islamica. In questo caso non è tanto il significato che viene considerato, ma le qualità che furono manifestate dalla persona che lo portava. Eccone alcuni :
Alì è uno dei nomi arabi più comuni e Aliyah,  Aliyya o Aliyyah rappresentano le varianti femminili. Significa “ elevato, sublime” e la diffusione del nome tra i musulmani è dovuta principalmente alla figura di Alì ibn-Abi-Talib (sec. VI-VII), cugino del profeta Maometto e sposo di sua figlia Fatima, il quarto dei Califfi (all'origine, i successori di Maometto) ed il primo degli Imam (=guida) della religione sciita. 
Fatimah  فاطمة  Fatima Fatma, significa “astenersi” o anche “colei che è allontanata dal fuoco”  Era il nome della figlia prediletta del profeta Maometto designata da lui come "la più nobile donna del Paradiso"
I nomi preceduti da "Abd" invece, hanno una caratteristica particolare. La parola araba ‘abd equivale a “servo” ed è sempre seguita da uno dei 99 nomi di Dio o da quello di Dio stesso, avremo così:
Abd –al – Aziz  o عبد العزيز  ‘Abdu-l-Azîz
"servo dell’Onnipotente".E’ stato il nome del primo re della moderna Arabia Saudita.
Abd-al-Hamido    عبد الحميد  ‘Abdu-l-Hamîd
"servitore del lodato". Nome di due sultani dell'impero ottomano.
Abd-al-Kader o Abd-al-Qadir   عبد القادر  ‘Abdu-l-Qâdir
"servo del potente". Era il nome di un  leader della resistenza algerina.
Abd-Allah   variante عبد الله  ‘Abdu-Llah
"servo di Dio" era il nome del padre del profeta Maometto.
Abd-al-Malik      هبد الملك  ‘Abdu-l-Malik
"servo del re". Nome del quinto califfo omayyade, che ha fatto l'arabo la lingua ufficiale dell'impero.
Abd-Al-Rahman  o Abdul-Rahman     عبد الرحمان  Abdu-r-Rahmân

"servo del misericordioso". Nome di due primi califfi della dinastia omayyade in Spagna.

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sabato 2 luglio 2011

Proverbio arabo


                             Chi non sa comprendere uno sguardo,
                              non potrà capire lunghe spiegazioni.


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lunedì 20 giugno 2011

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: burqa


Il burqa, (dall'arabo burqu) è un capo d'abbigliamento tradizionale delle donne di alcuni paesi di religione islamica. Con  termine burqa si possono intendere  due tipi di vestiti diversi: il primo è una sorta di velo che copre interamente la testa  e permette di vedere solo attraverso una finestrella all'altezza degli occhi che vengono lasciati scoperti. Generalmente usato in India, in Afghanistan e in Pakistan è conosciuto soprattutto con il nome di niqab. L'altra forma, chiamata anche burqa completo o burqa afghano, è un abito, solitamente di colore blu, che copre sia la  testa sia il corpo. Munito di una griglia che serve a nascondere gli occhi, si indossa sopra i vestiti quotidiani usuali quando si deve uscire da casa. Non è portato in casa in presenza della famiglia. Il burqa è stato introdotto in Afghanistan all'inizio del 1900 durante il regno di Habibullah, che lo impose alle duecento donne del suo harem, in modo tale da "non indurre in tentazione" gli uomini quando esse si fossero trovate fuori dalla residenza reale.  Divenne così un capo per le donne dei ceti superiori, in modo tale da essere protette dagli sguardi del popolo.   Fino agli anni '50 era prerogativa dei più abbienti ma pian piano, cominciò a diffondersi  in tutto il paese. Successivamente gli stessi ceti elevati iniziarono a non farne più uso, però  nel frattempo era diventato un capo ambito anche dai ceti poveri.Ci sono prove che questo tipo di abito è stato indossato da alcune donne arabe e persiane molto prima dell'Islam. Ad esempio, il romano africano cristiano Tertulliano , scrivendo " Il velo delle vergini" attorno al 200 dC, al capitolo 17, loda la modestia di quelle "donne pagane d'Arabia", che "non solo usavano coprirsi il capo, ma tutto il loro volto ... preferendo godere metà della luce con un occhio piuttosto che prostituire le loro viso. " 


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giovedì 26 maggio 2011

Leggenda araba

Una bella leggenda araba, racconta di due amici in viaggio nel deserto che ad un certo punto si misero a discutere.
Uno dei due offeso, senza dire nulla, scrisse sulla sabbia: .......
Proseguendo il viaggio arrivarono ad un'oasi dove decisero di fare un bagno.
Ma mentre stava per affogare, il ragazzo offeso venne salvato dall'amico.
Allora il ragazzo prese una pietra e scrisse sopra: ......
Incuriosito l'amico chiese: "perchè dopo che ti ho colpito, hai scritto sulla sabbia e ora scrivi sulla pietra?".
Sorridendo il ragazzo rispose:
"Quando un grande amico ci offende, dobbiamo scrivere sulla sabbia, così che il vento dell'oblio e del perdono lo 
possano eliminare, ma quando fà qualcosa di grande, dobbiamo scrivere sulla pietra la memoria del cuore, così che il vento o qualsiasi altra cosa al mondo non potrà mai cancellarlo!!".


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sabato 7 maggio 2011

La poesia araba di Mahmùd Darwish


Per mia madre


Bramo il pane di mia madre
il caffé di mia madre
il tocco di mia madre
Cresce  in me l’infanzia
giorno dopo giorno
ed amo la mia vita… perché
nell'ora della mia morte
mi vergogno delle lacrime di mia madre !
E se tornassi indietro un giorno
prendimi  velo per  tue ciglia
e copri le mie ossa con erba
benedetta dalla tua caviglia.
E stringi le mie catene
con un ricciolo dei tuoi capelli
con un filo penzolante dall’orlo del tuo vestito.
Forse diverrei un dio
un dio diverrei…
se toccassi le profondità del tuo cuore !
      
Se tornassi indietro … usami
combustibile nella fornace del tuo fuoco,
corda da panni sul tetto della tua casa,
perché divenni debole per stare in piedi
senza la tua preghiera giornaliera.
Diventai vecchio decrepito.
Restituiscimi le stelle dell’infanzia
così che io,
condivida con i piccoli uccelli
il percorso di ritorno
verso il nido della tua attesa.


Per mia madre”, è stata scritta da Mahmud Darwish  durante un periodo di prigionia; racconta la nostalgia di un figlio incarcerato per sua madre, e’ la confessione di un sentimento personale ed universale al tempo stesso, tanto che è diventata una canzone popolare conosciuta in tutto il mondo arabo.

ill: 
Coptic Mother and Child, 1875, painting by Frederick Goodall

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domenica 17 aprile 2011

Pace

 Paix - Peace - Pace - Frieden - Paz- الــســــلام


                   
               Rispettare qualcuno, rispettare la sua storia,
               significa considerare che appartiene alla stessa umanità,
               e non ad una umanità diversa , ad un’umanità inferiore.

               Amin Maalouf

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sabato 26 marzo 2011

Harem


L’ harem (dall’arabo “harim” che significa “luogo” proibito, sacro, inviolabile), fin dai tempi più antichi, ha esercitato sull’occidente un fascino quasi ossessivo, ispirando centinaia di dipinti orientalisti del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo, ma  è necessario fare una distinzione tra due tipi di harem: quelli imperiali e quelli domestici.
I primi esistevano quando l’imperatore, il suo visir, i generali, gli esattori delle tasse etc. avevano influenza e denaro sufficienti a comperare centinaia e a volte migliaia di schiavi dai territori conquistati e quindi provvedere alle ingenti spese di gestione domestica. Fiorirono con la dinastia degli Omayyadi, una dinastia araba del settimo secolo stabilitasi a Damasco, per finire poi nel 1909 con gli Ottomani, quando l’ultimo sultano, Abdelhamid II, venne deposto dalle potenze occidentali  e il suo harem fu smantellato.
Capo supremo era il sultano il quale poteva scegliere tra le bellissime schiave che popolavano il suo harem, la propria donna (una o più, sino a quattro) e le sue favorite. La scelta doveva essere fatta con molta cura e  approvata dalla "validè sultàn"( madre del sultano). Queste donne erano poi  istruite in varie arti e discipline e a loro spettava il titolo di “hàtùn” che venne in seguito cambiato con “kaden efendi”(signora). Tutte loro avevano un appartamento privato nell'harem e un seguito di cameriere. Le stanze, disposte attorno ad un cortiletto avevano ingressi sorvegliati da eunuchi durante il giorno, e da  guardiane durante la notte. Tra tutti gli appartamenti, il più grande, dopo quello del sultano, era l'appartamento di sua madre, vera imperatrice, direttrice e padrona dell'harem. I sultani che amavano più di una donna dovevano sottostare ad una severa etichetta, che regolava le loro notti d'amore secondo un ordine ben definito. Il turno era fissato secondo la legge coranica in base alla quale il marito deve soddisfare tutte le mogli in modo paritario. Era la donna che si recava nella camera del sultano, non erano mai ammesse due donne contemporaneamente ed è falsa la notizia secondo la quale le donne si schieravano in attesa della visita del sultano, e questi passava davanti a loro lanciando un fazzoletto a quella che sceglieva per la notte. Con buona pace dei sognatori che popolano l'harem d'orge e di baccanali, del tutto contrari invece alla Legge islamica, la tabella che regolava il succedersi delle varie donne nella camera del sultano notte dopo notte era tenuta dalla tesoriera in capo e conosciuta da tutti. Tuttavia con alcuni sultani la vita nell'harem fu meno convenzionale.
Gli harem domestici, sono invece quelli che continuarono ad esistere dopo il 1909, quando i musulmani persero il potere e le loro terre furono occupate e colonizzate. La parola harem viene qui utilizzata, per indicare in generale la parte della casa che è riservata alle donne (haremlik) ed è separata dalla zona degli uomini (selamlık).
Sono in pratica delle famiglie allargate dove  un uomo, i suoi figli e le loro mogli vivono nella stessa casa, uniscono le risorse, senza schiavi e senza eunuchi, e spesso con coppie monogamiche, dove tuttavia sopravvive l’usanza della reclusione femminile.

ill:" Interior of a harem" di Leon Auguste Adolphe Belly

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lunedì 7 marzo 2011

I libri di Najim:

Il sangue dei fiori
inizia così......



Prima non c'era e poi c'era. Prima di Dio non c'era niente.
C'era una volta, in un piccolo villaggio, una donna che desiderava tanto avere un figlio. Le aveva provate tutte:pregava assiduamente, prendeva pozioni di erbe, mangiava uova di tartaruga, spruzzava d'acqua le teste dei micini, ma senza alcun risultato. Infine si recò in un cimitero lontano, dove c'era un antico leone di pietra, e strofinò il ventre sul fianco della statua. Nel momento in cui il leone tremò, nella donna si accese la speranza, e lei tornò a casa con la certezza che il suo più grande desiderio sarebbe stato esaudito. Quando spuntò la luna nuova, lei diede alla luce la sua piccola, destinata a restare figlia unica. 
Dal giorno della sua nascita, i genitori non ebbero occhi che per lei. Ogni settimana il padre la portava a fare lunghe passeggiate in montagna, trattandola come il figlio maschio che aveva sempre desiderato. La madre le insegnò a fare tinture, mettendo a macerare i fiori di cartamo, essicando le cocciniglie, le bucce di melagrana e i gusci di noci e annodando la lana tinta per fare tappeti. In breve tempo la ragazzina imparò tutti i segreti della madre e si guadagnò la reputazione di miglior tessitrice tra le giovani del villaggio.
Quando compì quattordici anni, i genitori decisero che la loro figlia si doveva sposare. Per raggranellare il denaro necessario alla dote, il padre lavorò duramente nei campi, sperando in un buon raccolto, e la madre filò la lana fino a raggrinzirsi le dita, ma nonostante i loro sforzi, la somma racimolata non era sufficiente. La ragazza pensò che, per aiutarli a mettere insieme la sua dote, avrebbe potuto tessere un tappeto dai colori così brillanti da abbagliare gli occhi di chi lo guardava. Invece delle consuete tonalità di rosso e di marrone usate nel villaggio, il suo tappeto avrebbe dovuto risplendere dello stesso turchese di un cielo estivo.
La ragazza andò da Ibrahim il tintore, supplicandolo si svelarle il segreto del turchese...

di Anita Amirrezvani



                                 8 marzo festa della donna:
                                                  Auguri a tutte le donne
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domenica 13 febbraio 2011

La poesia araba di Nizar Qabbani


 Quando sono innamorato
  mi sento il re del tempo
  posseggo la terra e ciò che essa contiene
  ed entro nel sole con il mio cavallo.
  Quando sono innamorato
  considero lo Scià di Persia un mio suddito,
  assoggetto la Cina al mio scettro, sposto i mari,
  e,
  se volessi,
  fermerei i secondi.
  Quando sono innamorato
  mi trasformo in luce fluida
  che l'occhio non può guardare
  e si trasformano le poesie sui miei quaderni
  in campi di mimosa e di margherite.

   illustrazione 
www.farid-benyaa.com/casbah_alger.htm

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martedì 1 febbraio 2011

Proverbio palestinese



                            Chi vuole fare qualcosa trova sempre il modo,
                             chi non vuole fare nulla trova sempre una scusa.

                             Qui veut faire quelque chose trouve un moyen.
                             Qui ne veut rien faire trouve une excuse.


illustrazione: Le Fumeur 1903 di Ludwig Deutsch
http://www.orientalist-art.org.uk/


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lunedì 17 gennaio 2011

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: chador



Il Chador è l'abito tradizionale iraniano. Il suo nome deriva dal persiano "ciâdar" e consiste in un tipo di mantello che copre il corpo e la testa facendo emergere solo il viso. Generalmente  nero e lungo fino ai piedi, ha la forma di un semi cerchio di stoffa senza fessure ed è tenuto chiuso con le mani o con i denti. In passato le donne indossavano dei chador bianchi o a fantasia e utilizzavano quelli di color nero solo per i funerali; il volto veniva coperto con un velo bianco rettangolare (ruband) che iniziava sotto gli occhi.
Nel 1935 lo scià Reza Pahlavi, in connessione con il suo programma di modernizzazione, proibì l’uso di questo indumento. La polizia arrestava le donne che lo portavano e le obbligava a toglierlo. Questa norma scandalizzò il clero sciita e anche molte donne comuni, per le quali apparire in pubblico a viso scoperto era paragonabile alla nudità, ma venne accolta positivamente dai cittadini occidentalizzati e dagli uomini e dalle donne della classe dirigente, che vedevano la cosa in termini liberali come primo passo per garantire dei diritti alle donne.
Dopo la rivoluzione islamica, nel 1979, il governo iraniano, intervenne nuovamente sulla questione e ripristinò l’uso del velo rendendolo obbligatorio nei luoghi pubblici  e seguendo le idee dell'Ayatollah Khomeini, si considerò il nero come colore ideale per questo indumento. Non venne però ripristinato l’uso del velo che copriva il viso. Il chador è comunque il simbolo dell’Iran, e della legge islamica che lo governa. Per alcune donne è garanzia di libertà e di protezione, per altre segno e strumento di oppressione. Oggigiorno,  le leggi che regolano la pratica dell'hijab sono diventate meno severe e il chador è popolare soprattutto  tra le donne più povere, che tendono ad essere più devote. Inoltre, la popolarità di questo indumento varia anche in base all'area geografica; ad esempio, quasi tutte le donne portano il chador a Esfahan ma poche donne lo portano a Teheran.


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