lunedì 27 luglio 2015

Il gatto nella tradizione islamica


Dal VI secolo attraverso la via dell'Egitto il gatto raggiunse anche i paesi arabi dell'Islam, dove l'animale eletto era il cavallo. Le simpatie suscitate dal gatto superarono la fama degli equini. La tradizione musulmana infatti riporta molte leggende intorno a questo animale. La più nota di queste narra che Maometto aveva costantemente al suo fianco una gatta chiamata Muezza, a cui voleva un bene infinito. 
Muezza un giorno si addormentò sulla veste di Maometto e giunta l’ora della preghiera, Maometto indeciso sul da farsi, per non svegliare la gatta, taglio il pezzo di veste dove essa dormiva. Al ritorno di Maometto la gatta gli andò incontro e per ringraziarlo gli fece tante fusa. Egli, lieto e contento di tale accoglienza, elargì doni per Muezza e i gatti a venire.La accarezzò tre volte sul dorso e i “segni” rimasti, furono secondo la leggenda l’avvio per la colorazione tabby (fondo grigio con sottili strisce nere o marroni appartenute all’antenato gatto africano), inoltre ebbe in dono la capacità di atterrare sempre sulle zampe a qualsiasi altezza cadesse,(più avanti si scoprirà che tale capacità è collocata nell’apparato uditivo del gatto) le nove vite e un posto in paradiso.
Un'altra leggenda narra invece che Maometto si ritrovò un serpente velenoso intrufolato nella manica della sua veste e siccome per il principio della religione non voleva fargli del male, si fece aiutare dalla gatta che, appena il serpente uscì la testa dalla manica della veste di Maometto, Muezza prontamente lo catturò salvando la vita di Maometto.
Gli arabi amano molto i gatti e difatti sono gli unici animali liberi di stare nelle moschee e anche loro come gli antichi egizi, non possono colpire malamente i gatti perché la legge islamica, punisce chi commette violenza sui gatti.

http://www.catbook.it

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mercoledì 8 luglio 2015

La poesia araba di Wafaa Lamrani.

Schema




Se ci fosse un significato
se ci fosse un colore
se ci fosse un giorno
non la posta del lunedì
non il treno del martedì
non il bucato del mercoledì
non l'incontro del giovedì
non la nausea del venerdì
non la solitudine del sabato
non la noia della domenica.
Com'è faticosa la domenica pomeriggio....
Se ci fosse un viso al posto di un viso,
un numero al posto di un numero,
una vita al posto di questa vita,
un tempo al posto di questo tempo,
un sole al posto del sole,
una terra invece della terra
se ci fosse un'aria che fosse veramente aria....
Sono stanca di quel che mi circonda, stanca delle 
parti che mi compongono
stanca di me stessa.
Sono stanca di essere una musa per i poeti,
stanca della terra 
che non fa per me, sono stanca del cielo.
Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e
della strada 
che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di 
negare.
Se solo ci fosse un giorno,
un colore,
un significato....


Wafaa Lamrani nata in Marocco nel 1960, ha iniziato a comporre giovanissima.
A partire dal 1980 i suoi componimenti vengono pubblicati dalle principali riviste 
culturali arabe.

ill: Faiza Maghni

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martedì 16 giugno 2015

Ramadan: la preghiere Taraweeh

at-prayer-in-the-mosque-filipo-bartolini-or-frederico.

Quando il mese di Ramadan, ha inizio, i musulmani entrano in un periodo di disciplina e di culto: il digiuno durante il giorno, e la preghiera per tutto il giorno e la notte. La sera si recitano preghiere speciali che comprendono lunghe porzioni del Corano. Queste preghiere speciali sono conosciute come Taraweeh .
La parola Taraweeh deriva da una parola araba che significa riposare e rilassarsi. La preghiera può essere molto lunga (oltre un'ora), durante la quale si sta in posizione verticale per leggere il Corano e si eseguono molti cicli di movimento (in piedi, inchinati, prostrati e seduti).
Dopo ogni quattro cicli, ci si siede per un breve periodo di riposo prima di continuare - è qui che ha origine il nome Taraweeh ("preghiera riposo").
Durante le porzioni in piedi della preghiera, vengono letti  lunghi tratti del Corano. Il Corano è diviso in parti uguali (dette juz ) in modo tale da leggere le sezioni di uguale lunghezza durante ciascuna delle notti di Ramadan. Così, viene letto ogni sere 1/30 del Corano, in modo tale da terminarlo entro la fine del mese.
Si raccomanda che i musulmani frequentino le preghiere Taraweeh nella moschea (dopo 'Isha , l'ultima preghiera della sera), per pregare in congregazione. Questo vale sia per gli uomini che per le donne. Tuttavia, si può anche compiere le preghiere individualmente a casa. Queste preghiere sono volontarie, ma sono fortemente raccomandate e ampiamente praticate.
L'Arabia Saudita trasmette in televisione le preghiere Taraweeh in diretta da La Mecca, ora con sottotitolazione simultanea della traduzione inglese.



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venerdì 5 giugno 2015

Detti persiani



Per quanto vecchio possa diventare un tessuto di seta, 
non sarà mai una stringa da scarpe.

Non si può nascondere la luna con un dito.

Non dar peso al fatto che il pepe è piccolo; considera com'è piccante.

Se la preghiera dei bambini andasse a segno,
non vivrebbe più neanche un maestro.

La parola è lo specchio di colui che parla

ill: Eugene Delacroix ~ Seated Arab in Tangier, 1832

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sabato 16 maggio 2015

Il mendicante



Un mendicante si recò da un imperatore e gli disse:" Se mi farai la carità, esiste una condizione". L'imperatore aveva visto molti mendicanti, ma mai qualcuno che ponesse condizioni. Questo mendicante era davvero strano, un uomo con molto potere, era un mistico sufi. Aveva fascino, carisma e la sua personalità aveva un'aura. Persino l'imperatore provò un po' di gelosia. Di che condizioni parlava?
L'imperatore gli chiese: "Che cosa intendi dire? Quale condizione?".
Il mendicante rispose: "Questa è la mia condizione: accetto la tua carità solo se riesci a riempirmi completamente la ciotola".
Si trattava di una piccola ciotola da mendicante e il re rispose: "Che cosa credi che sia? Un mendicante? Credi che non possa riempire questa piccola e lurida ciotola?".
Il mendicante rispose: "Ho pensato fosse meglio dirtelo prima, perché dopo potresti avere dei problemi. Se pensi di poterla riempire, riempila".
Il re convocò il suo visir e gli ordinò di riempirla di pietre preziose: diamanti, rubini, smeraldi... che questo mendicante sappia con chi sta parlando!
Ma ecco sorgere le difficoltà. La ciotola veniva riempita, ma il re era sbalordito: non appena le pietre cadevano nella ciotola, scomparivano. Il re divenne furioso e disse al suo visir: "A costo di perdere il mio regno e di svuotare i mie forzieri, non voglio che questo mendicante mi sconfigga. Sarebbe troppo!". 
Si narra che tutti i tesori scomparirono e pian piano il re divenne un mendicante; ci vollero mesi... e il mendicante era ancora lì e il re era lì, tutta la popolazione della capitale era presente e si domandava che cosa stava succedendo, che cosa sarebbe accaduto perché tutto scompariva nella ciotola. Alla fine il re cadde ai piedi del mendicante e gli disse: "Perdonami, ma prima di partire devi dirmi una cosa. Qual'è il segreto di questa ciotola? Tutto è scomparso all'interno!".

Il mendicante rise e rispose: "E' fatta di ego umano. Ho costruito questa ciotola con l'ego umano: tutto scompare all'interno e nulla lo soddisfa mai"


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lunedì 20 aprile 2015

Proverbi afghani



• Per chi è affamato, il pane cuoce sempre lentamente. 
• L'aceto regalato è più dolce del miele. 
• Per alta che sia la montagna, un sentiero vi si trova.
• Le cose a buon mercato portano grane, quelle costose richiedono sforzo.
• Se le mogli fossero una bella cosa, Dio ne avrebbe una.
• Che cosa desidera il cieco? Due occhi per vedere.

ill: Aracil German. 'Old Arab'


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lunedì 30 marzo 2015

Abbigliamento arabo tra passato e presente: kameez shalwar


Il kameez shalwar  o shalwar qamis è l’abito tradizionale del Pakistan, ma viene utilizzato moltissimo anche in India , Bangladesh, Afghanistan e nel Punjab, tanto da essere denominato anche “vestito di Punjabi”. E’ indossato sia dagli uomini che dalle donne. Shalwar sono i pantaloni che possono essere molto larghi oppure più stretti nella parte inferiore (in questo caso prendono il nome di churidar) ed hanno un laccio in vita per regolarne la misura. Kameez o qamis è la camicia lunga o tunica le cui cuciture laterali (dette chaak) sono lasciate aperte dalla cintura in giù per dare a chi la indossa più libertà di movimento. Le donne che portano il kameez shalwar usano solitamente una sciarpa lunga più di 2 metri (dupatta) avvolta intorno alla testa o al collo. Per le donne musulmane, la dupatta è l’alternativa al più rigido chador o al burqa.Per le donne indù (in particolare quelle provenienti da nord dell'India, dove il salwar kameez è più popolare), la dupatta viene utilizzata quando si deve coprire la testa, come in un tempio o in presenza di anziani. Per le altre donne, la dupatta è semplicemente un accessorio elegante che può essere indossato su una spalla, drappeggiato intorno al petto o sopra entrambe le spalle. Le versioni moderne del kameez shalwar femminile sono molto meno modeste delle versioni tradizionali.

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venerdì 6 marzo 2015

La poesia libanese di : Joumana Haddad


Sono una donna



Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché
la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita 
del mio 
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Joumana Haddad (1970) poetessa, giornalista e traduttrice libanese è una delle esponenti di punta della poesia araba contemporanea.


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sabato 14 febbraio 2015

Contiamo arabo...


I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Tanto tempo fa, invece, venivano scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi ora utilizziamo solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni.Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: "MMMCCCCLXXII" e cioè adoperavano dodici segni. Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani di spiegarglielo.  Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell'Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l'aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.
La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero come mostra lo schema qui sotto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via...
  

 Una curiosità: avrete sentito certo parlare de "Le mille e una notte" e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

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mercoledì 21 gennaio 2015

La scodella ( Egitto)


C’era (o non c’era, ma se non c’era fa lo stesso) un uomo povero ma contento, che il giorno si guadagnava il pane lavorando duramente, e la sera si sedeva davanti alla porta di casa con i suoi, a raccontare storie meravigliose. La sua era una casa felice, piena di risate e di canzoni, e gli ospiti erano sempre bene accolti.
Nella casa di fronte, invece, si sentivano solo rimproveri e grida adirate.
Là viveva un riccone che trattava moglie e figli come servi, costringendoli a fare a meno perfino del necessario pur di risparmiare una moneta. E quando le voci allegre del povero e della sua famiglia arrivavano fino a lui, il ricco si rodeva per l’invidia, perché nonostante l’oro che aveva accumulato, la sua vita era triste e desolata.
“Senti come se la spassano! Eppure vanno in giro coperti di stracci e mangiano solo fave” diceva. “Ma prima o poi la smetteranno di ridere! E se non ci penserà il destino a rovinarli, lo farò io”. Aveva in corpo tanta rabbia che un giorno riuscì a far perdere il lavoro al pover’uomo  e, siccome era potente e tutti lo riverivano, impedì in tutti i modi che ne trovasse un altro.
Così la famiglia del povero cominciò a soffrire la fame, finché arrivo il giorno in cui, consumati i pochi risparmi, marito e moglie si ritrovarono giusto con il denaro necessario a  comperare un po’ di fave cotte.
“Ce le faremo durare il più possibile” disse la moglie del povero “e sono sicura che quando saranno finite Allah penserà a noi”.
L’uomo si mise in tasca la moneta, prese una grande scodella di legno e andò a comperare le fave, ma mentre tornava a casa inciampò, rovesciando il recipiente per terra. Addio pranzo, addio cena! E adesso che cosa avrebbero mangiato i suoi poveri figli?
L’uomo non aveva il coraggio di tornare a casa a mani vuote, e così raccolse la scodella, la ripulì e, dato che non aveva una bisaccia dove metterla, se la sistemò in testa come un cappello: se non altro l’avrebbe riparato dal sole.
Poi andò al fiume, nella speranza che qualcuno gli desse lavoro, e per fortuna trovò una grande barca pronta a salpare, che aveva giusto bisogno di rematori. In pochi giorni risalirono il fiume, sempre più avanti, fin dove vivono uomini con la pelle nera come la notte. E fu là che una tempesta li sorprese, costringendoli a fermarsi e a gettare l’ancora accanto alla riva, vicino a un villaggio dove gli stranieri capitavano raramente.
Gli abitanti, incuriositi da quella strana gente con la pelle chiara, portarono i marinai dal loro capo, che si riparava dal sole ardente sotto una tettoia di foglie di palma.
E il Capo li osservò e li fece camminare avanti e indietro, volle sentire le loro voci e fu particolarmente colpito dalla scodella che l’uomo povero portava ancora in testa. Così gli fece segno di avvicinarsi e chiese: 
“Cosa ti ha portato al mio villaggio?”.
“Il destino!” rispose l’uomo. “Nulla accade senza che Allah lo voglia”.
“E cos’e quella cosa che hai in testa?”.
Una scodella di legno” disse l’uomo. “Serve a proteggermi dal sole”.
Il Capo la prese, se la mise in testa e trovò che sì, la scodella riparava dal sole meglio di qualunque foglia di palma.
“La voglio” disse all’uomo. “Che cosa chiedi in cambio?”.
“Io? Chiedo soltanto di tornare da mia moglie e dai miei bambini” rispose lui, che da quando era sceso a terra aveva paura perfino a respirare.
“Va bene” disse il Capo. “E dato che sei così generoso da cedermi la tua scodella senza pretendere niente in cambio, ti darò anche delle pietruzze luccicanti per far giocare i tuoi figli”.
Poi affondò la mano in un cesto e ne tirò fuori una manciata di gemme, così grosse e preziose che una sola sarebbe bastata ad arricchire tutti gli abitanti del Cairo. L’uomo si affrettò a riempirsene le tasche e, quando la barca lo riportò in città, corse a casa per dire alla moglie che i giorni duri erano finiti per sempre. La scodella di legno aveva fatto la loro fortuna!
Da quella sera il riccone ricominciò a sentire canzoni e risate, vide ospiti andare e venire, spiò gli operai che tiravano su nuove mura per aggiungere altre stanza alla casa di fronte, e si accorse che il povero era diventato più ricco di lui.
“Come ha fatto quel pezzente a sistemarsi così bene? Devo saperne di più” si disse, e mandò sua moglie a far visita alla vicina, ordinandole di scoprire che cose era successo.
La donna tornò a casa dopo un pomeriggio di chiacchiere e raccontò della barca, del villaggio, del Capo che aveva scambiato le gemme con una misera scodella di legno… insomma, la vicina le aveva spiegato per filo e per segno da dove veniva la ricchezza del marito, senza nascondere nulla. Il riccone non ci pensò due volte e, riempita una barca di doni preziosi, risalì il fiume e raggiunse il villaggio insieme a una lunga fila di portatori.
“Cosa ti conduce nel mio villaggio?” gli chiese il Capo.
“Il desiderio di conoscerti” rispose l’uomo. “Si parla di te ovunque, e io ho voluto vederti con i miei occhi”.
Molto compiaciuto, il Capo domando: “E cosa c’è nelle ceste che i tuoi uomini hanno portato fin qui?”.
“I miei doni per te” rispose l’uomo, inchinandosi. “Spero che vorrai accettarli, anche se sono troppo modesti per un uomo della tua importanza”. E mostrò i tappeti, le stoffe, i vassoi d’ottone che gli aveva portato.
Il Capo ne fu così contento che disse: “Che regali meravigliosi! Non ne ho mai visti di così belli, e per ringraziarti ti darò l’oggetto più prezioso che possiedo”. Poi si tolse la scodella di legno che aveva in testa e gliela consegnò con un inchino.

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domenica 21 dicembre 2014

Negargari : le miniature iraniane

Saki - Reza Abbasi - Moraqqa’e Golshan -1609 -Golestan Palace

La miniatura in Iran si chiama negargari ed è un'arte molto antica. Difficile stabilire quando sia nata perché la maggior parte delle miniature è andata persa nel corso delle diverse guerre, quando con il fuoco veniva distrutto tutto. Basandosi su reperti di vasi e piatti ornati con le miniature si può affermare che esisteva già 2500 anni fa.
Nel periodo pre-islamico l’arte della miniatura veniva utilizzata per decorare le pareti dei palazzi dei re poi con l’avvento dell’islam si iniziarono a decorare le moschee e i libri sacri, dando origine ad un'arte che ora viene chiamata arte islamica Tazhib.
Ci sono due periodi importanti nella storia della miniatura.
Il primo è il periodo del Teimurian dove i mongoli che avevano occupato l’Iran,  incoraggiando  l’arte persiana, da cui erano particolarmente affascinati, fecero rinascere non solo la miniatura ma anche la musica e l’architettura.
Il secondo è il periodo Abbassian con il re Shah Abbas che spinse gli artisti famosi del paese a lavorare nel suo darbar (corte). Proprio nel castello si possono ammirare i capolavori del pittore più famoso del periodo, Reza Abbasi, gli artisti odierni si rifanno ancor oggi alle sue tecniche di pittura.
Nella miniatura persiana non esiste la prospettiva e non c'è luce fissa proveniente da un punto determinato, è invece molto importante il modo con cui si formano le linee e come vengono dati i colori che devono essere perfetti, spesso vivaci e vanno accostati in modo che diano piacere all'occhio di chi guarda.I miniaturisti usavano, e alcuni li usano tuttora, colori naturali che estraevano dalle piante o da pietre particolari, si usava molto anche l’oro e l’argento. Gli artisti costruivano pennelli e carte speciali.
Oggi le miniature si dividono in negargari (le figure) e tazhib (decorazione), tashir (figure che vengono dipinte utilizzando un solo colore), tarsi (si usano sulle pietre), gaomorg (figure di fiori, uccelli e disegni per realizzare i tappeti).

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sabato 22 novembre 2014

La poesia araba di Nizar Qabbani

                                               Io ti amo quando piangi


                                          Io ti amo quando piangi
                                     e amo il tuo viso annuvolato e triste.
                                     La tristezza ci unisce e ci divide
                                     senza che io sappia
                                     senza che tu sappia.
                                     Quelle lacrime che scorrono,
                                     io le amo
                                     e in loro amo l'autunno.
                                     Alcune donne hanno dei bei visi
                                     ma diventano piu' belli quando piangono..


Nizar Qabbani

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domenica 2 novembre 2014

Musica su una nota sola


C’era una volta un uomo che viveva in un villaggio dell’Armenia, commerciava in tappeti con tutti gli abitanti del villaggio e di tutti i villaggi dei dintorni, ed aveva una certa reputazione locale di saggezza.
Conduceva una vita molto ritirata e viveva solo, finche un giorno decise di prendere moglie e sposò una ragazza del villaggio vicino, di parecchi anni più giovane.
La loro vita scorreva tranquilla: ogni sera l’uomo tornava dalla sua bottega, e mentre la moglie preparava la cena faceva un pò di musica per una mezz’ora.
La moglie ascoltava in silenzio, sorvegliando la zuppa o l’arrosto. A dire il vero, le sembrò presto che in quella musica ci fosse qualcosa di strano, e avrebbe voluto chiedere cosa fosse, ma a quel tempo le donne non facevano domande indiscrete ai loro mariti, il che è come dire che non ne facevano praticamente mai.
Una sera capì improvvisamente che cosa stava succedendo: suo marito suonava una nota sola, sempre la stessa!
La cosa le sembrò strana, ma non disse nulla per paura di fare domande sciocche, oltre che indiscrete.
Così passavano gli anni, finché, dopo diciannove anni di matrimonio, non poté più trattenersi e parlò così:
” Perdona la mia impertinenza, caro marito, ma è da tempo che vorrei rivolgerti una domanda. Ho sentito altre    persone suonare il tuo strumento ed anche altri strumenti. E’ vero che a volte si suonano note molto lunghe, ma non ho mai sentito nessuno suonare sempre la stessa nota per anni e anni, senza cambiare mai. Che specie di musica è mai questa? ”
L’ uomo la guardò a lungo in silenzio, quasi incredulo, poi sospirando e scuotendo la testa rispose:
” O donna, lunga di capelli e corta di comprendonio, mostro di curiosità e di sfrontatezza, grande in verità è la tua impudenza! Tuttavia sappi che coloro che suonano molte note fanno così perché cercano la loro nota, mentre io l’ho trovata molto tempo fa.”

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lunedì 29 settembre 2014

Intrighi nell’harem di Solimano

Solimano e Rosselana in un quadro del '700

Quando un sultano moriva, tutte le sue concubine (eccetto la validé) e le sue figlie venivano rinchiuse nel “Palazzo delle lacrime” e qui, trascorrevano il resto della loro vita. Alcune di loro, riuscirono però ad esercitare sul sultano una tale influenza da cambiare la propria vita e il corso della storia. La prima e più famosa fu Roxelana o Rossellane, una schiava russa, di cui Solimano finì per invaghirsi pazzamente.
Roxelana diventò la seconda kadin quando diede alla luce un figlio maschio. La prima kadin si chiamava Rosa di Primavera e suo figlio Mustafa era destinato a succedere a Solimano, ma Roxelana, ambiziosa e assetata di potere, impegnò tutte le sue forze per sbarazzarsi di Rosa di Primavera, di suo figlio, e di tutti i loro alleati, affinché fosse uno dei suoi figli a diventare sultano. Un giorno, eludendo la sorveglianza degli eunuchi entrò nell’appartamento della rivale e la prese a pugni, ritrovandosi a sua volta, con il viso pieno di graffi. Nei giorni successivi si rifiutò di comparire davanti al sultano adducendo come scusa il volto sfigurato, fino a quando Solimano cedette e, per allontanare Rosa di Primavera dal palazzo imperiale, nominò Mustafa governatore della Manisa, dove, in base al protocollo, la madre lo avrebbe seguito. Giorno dopo giorno il legame di Roxelana con il sultano si rafforzava sempre più tanto che, Solimano per avere consigli ricorreva più a lei che ai propri visir.  In questo modo la donna  poteva giocare le sue carte e quando morì la validè, si ritrovò regina incontrastata di tutto l’harem. Per evitare possibili concorrenti, faceva sposare le schiave più belle e giovani e riuscì anche a convincere Solimano a sposarla, cosa niente affatto semplice dato che dal tempo di Maometto i matrimoni dei sultani erano cessati ed era stato istituito l’harem imperiale, con schiave di varie nazionalità, allo scopo di evitare che la moglie ufficiale di un sultano favorisse la propria famiglia con onori e privilegi. Il matrimonio tra Solimano e Roxelana fu celebrato con un fasto mai visto. La città venne adornata con fiori e bandiere. Per le vie sfilò un corteo di duecento muli e duecento cammelli che portavano i doni inviati da tutte le province del regno, seguito da ottanta eunuchi bianchi e ottanta neri, anche questi doni per la nuova sovrana. I festeggiamenti durarono una settimana, protraendosi fino a notte, in una città illuminata dalla luce di migliaia di lanterne. L’obbiettivo principale di Roxelana era quello di far diventare suo figlio Selim erede di Solimano, ma vi erano ancora due seri ostacoli da superare. Il primo era rappresentato da  Mustafa, primogenito del sultano molto amato da tutti ed il secondo era il Gran Visir Ibrahim che faceva di tutto per proteggere Rosa di Primavera e se stesso. Solimano considerava Ibrahim un fratello, lo aveva ricoperto di onori, ricchezze e gli aveva dato in sposa la sua stessa sorella, ma il Gran Visir aveva un punto debole: la vanità. Uomo di bassi natali, in poco tempo aveva ottenuto la carica di Gran Visir, e aveva accumulato enormi ricchezze, abbagliato da tanta fortuna non esitava a definirsi l’uomo più potente dell’impero, attribuendosi dopo la conquista di Baghdad il titolo di sultano dell’armata. Roxelana sostenuta da coloro che lo invidiavano organizzò una campagna denigratoria nei suoi confronti fino a convincere Solimano che Ibrahim costituiva un pericolo per il suo potere. Ibrahim fu condannato a morte e  strangolato con una corda di seta rossa, dagli schiavi sordomuti, addetti alle esecuzioni dei personaggi di alto rango. Ottenuta la sua prima vittoria, Roxelana fece eleggere Gran Visir un uomo fedele a lei e con il suo aiuto riuscì a stringere alleanze con gli uomini più ricchi e potenti di tutto l’impero. Conquistò molta popolarità facendo costruire moschee, bagni, biblioteche, un ospedale, fontane, alberghi gratuiti per i pellegrini. Ora rimaneva solo da eliminare Mustafa e l’occasione si presentò quando l’impero entrò in guerra con la Persia. Roxelana fece arrivare a Solimano una lettera in cui Mustafà chiedeva aiuto allo shah di Persia per detronizzare il padre e prendere il suo posto. La lettera era falsa, ma a Mustafa non fu mai data la possibilità di dimostrarlo. Solimano in preda ad una violenta collera convocò il figlio nella propria tenda e accusandolo di tradimento lo fece strangolare dai sordomuti con una corda di seta. Roxelana riuscì così a raggiungere il suo scopo, ma morì prima di diventare validè e di vedere suo figlio Selim succedere al padre Solimano nel 1566.

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venerdì 5 settembre 2014

Proverbio arabo

the art of Feeroozeh Golmohammadi

                      Trattate i complimenti che vi fanno come profumi:
                     odorateli ma non inghiottiteli  

                 

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lunedì 18 agosto 2014

Perché gli arabi scrivono da destra a sinistra?


L’arabo, all'origine, era solo uno dei tanti dialetti semitici della penisola arabica. Oggi è la lingua nativa di oltre 250 milioni di persone sparse tra il Marocco ad Occidente e l’Iraq ad Oriente. L'arabo si scrive e si legge da destra a sinistra. Questo comporta che i libri siano rilegati a destra, e quindi sfogliati al contrario rispetto a quelli a cui siamo abituati. La scrittura è solo corsiva e non esistono le maiuscole. Alla fine della riga le parole arabe non si dividono mai, ma le loro lettere si stringono o si allargano in modo da far entrare nello spazio dato la parola al completo.
L’attuale alfabeto della lingua araba è di origine aramaica. I primi testi conosciuti in aramaico risalgono al IX sec. a. C.: questa lingua era originaria della Siria, ma già all’ inizio del I millennio a. C. si diffuse in Mesopotamia e in seguito in Palestina.
L’alfabeto aramaico, base di molte lingue occidentali ed orientali, deriva a sua volta dalla forma più antica dell’alfabeto dei Fenici i quali inventarono l’ alfabeto, verso la fine del II millennio a. C. All’inizio essi disponevano le lettere come una specie di serpentina, inserendole da destra a sinistra e senza interruzione, ripartivano da sinistra a destra e via di seguito. Questo tipo di scrittura che è detta bustrofedica, non ha una direzione "fissa" ma procede con un andamento che ricorda quello dei solchi tracciati dall'aratro in un campo.
In seguito si cominciò a scrivere o da sinistra a destra (scrittura destrorsa) o da destra a sinistra (sinistrorsa), tralasciando il metodo fenicio bustrofedico.
A partire dall’ XI sec. a. C. prevalse tra i Fenici la scrittura sinistrorsa, che nel tempo venne impiegata per l’arabo, l’ebraico e per il neoaramaico, lingua in uso in alcune comunità cristiane e giudaiche originarie della Mesopotamia e delle sue zone confinanti. Le culture semitiche dell’ Etiopia e dell' Eritrea preferirono la scrittura destrorsa, come in Grecia, dove nacque l’ Occidente. La lingua araba ha iniziato a diffondersi dopo la scrittura del Corano a partire dal VII sec. ed oggi è particolarmente rispettata in quanto rappresentante la lingua del testo sacro. Per la religione islamica ogni azione deve iniziare con la destra, che rappresenta il bene ed il giusto, mentre la sinistra rappresenta il male, inoltre  la parola scritta è molto importante poiché la religione vieta qualsiasi rappresentazione iconografica della divinità, questo fa sì che la scrittura diventi l’unico mezzo per professare il verbo di Maometto. La calligrafia ha un ruolo molto importante nella cultura araba e viene considerata una vera e propria espressione artistica e religiosa.Tuttavia, mentre la scrittura araba decorre da destra a sinistra, i numeri decorrono in senso inverso, da sinistra a destra.


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domenica 3 agosto 2014

La poesia palestinese di: Samih al Qasim

Labbra tagliate




                                                    Avrei voluto narrarvi
                                                    la storia di un usignolo morto
                                                    avrei voluto narrarvi
                                                    una storia…
                                                    ma mi hanno tagliato le labbra!

Samih al Qasim

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venerdì 18 luglio 2014

Il significato del nome nella tradizione islamica


Nella società araba tradizionale ciascun individuo è distinto da un insieme di qualifiche che determinano molto precisamente la sua identità. Il "nome proprio", ricevuto alla nascita, non è che il primo degli elementi costitutivi del suo nome. Questi elementi, che possono essere molto numerosi,  sono:
• Il nome proprio (ism), o almeno ciò che oggi viene chiamato così. E' la sola denominazione dell'identità intima dell'individuo; per esempio: 'Alî, Fâtimah.
• Il nome di paternità (kunya): composto dalla parola abû (padre) o umm (madre) seguito dal nome del primogenito; per esempio: Abû-l-Hasan (il padre di Hasan), Umm Salama (la madre di Salama). Il nome di una figlia è menzionato solo raramente nella kunya; per esempio Abû Lubâba (il padre di Lubâba).
• Il nome di filiazione (nisba), indicante l'appartenenza tribale o il luogo di origine, di soggiorno o di decesso (città, regione, paese); per esempio: at-Tirmidhî (originario della città di Tirmidh). Una stessa persona può avere più di una nisba, per esempio: al-Qushayrî an-Nîsâbûrî (della tribù di Qushayr e della città di Nishapûr).
• Il soprannome (laqab), che può essere onorifico, legato alla religione o al potere (es.: 'Imâd ad-Dîn = il Pilastro della Religione). L'Islam vieta di imporre nomi o soprannomi peggiorativi, empi o ridicoli.
A questi elementi si può ancora aggiungere eventualmente la designazione del rito religioso, per esempio: al-Mâlikî (che segue la scuola giuridica malikita); oppure l'indicazione del mestiere esercitato; per es.: Farîd ad-Dîn 'Attâr (= il profumiere).
Ricordiamo che il nome completo del Messaggero di Allah è: Abû-l-Qâsim (kunya) Muhammad (ism) ibn 'Abd-Allah ibn 'Abd al-Muttalib (nasab) al-Hâshimî (nisba).
Il fatto di portare una kunya è visto come un segno di onorabilità, di rispetto o di affetto. Chiamare una donna con la sua kunya, piuttosto che col nome proprio, significa rispettare la sua intimità, onorandola al tempo stesso in quanto madre. 
Purtroppo, oggi il nome di filiazione (nasab) e il nome di paternità (kunya) sono sempre meno utilizzati, anche negli stessi paesi arabi. L'uso di un semplice nome proprio seguito dal cognome, si va via via generalizzando negli "stati moderni", nel tentativo di uniformare gli individui.
Un'altra usanza copiata dall'occidente consiste nel prendere, da parte della sposa, il cognome del marito. Nell'Islam la donna conserva la sua identità di nascita per tutta la vita, sia per preservare le sue origini che per salvaguardare il suo statuto personale.
E' a questo titolo che l'adozione (tabanni) non è riconosciuta dall'Islam. L'orfano gode nel diritto islamico di una protezione particolare, tuttavia non è equiparato al figlio biologico, e non gli viene imposto il nome della famiglia che lo accoglie, perché questo cancellerebbe le sue origini, e denaturerebbe la sua identità.

tratto da: http://www.islamicbulletin.org/italian/ebooks/nomi_arabi.pdf

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venerdì 27 giugno 2014

Il Ramadan e l'harem



Alle grandi festività l'harem partecipava in due modi: aiutando nei preparativi e assistendovi da palchi appositamente allestiti. V'erano però, lungo il corso dell'anno, anche altre cerimonie ed altre festività, soprattutto religiose, cui le donne dell'harem partecipavano. Ad esempio la preghiera del venerdì. A mezzogiorno si formava un corteo pubblico, che accompagnava il sultano alla moschea. Durante il mese di Ramadàn i cerimoniali religiosi erano maggiormente osservati. La prima notte del mese sacro trascorreva nella preghiera. fino a che il cannone annunciava l'inizio del digiuno. A mezzogiorno un teologo teneva un sermone in ogni nucleo dell'harem. La sera era nuovamente lo sparo del cannone che segnava la rottura del digiuno. Limonate, sciroppi, datteri e miele, erano i cibi che si assumevano prima di dare inizio al pasto vero e proprio. A questo punto il sultano invitava dignitari e ospiti di gran lignaggio, ed era compito della validè sultàn e delle donne dell'harem ospitare le spose dei dignitari. Dopo la preghiera le donne dell'harem e le loro ospiti potevano essere intrattenute con canti e musiche. Per la festa di fine Ramadàn, il sultano visitava l'harem, distribuendo doni a tutti e cercando, in particolare, di appianare lagnanze e eventuali questioni. Era d'obbligo per il sultano visitare la validè e le donne dell'harem durante la festività per la "notte del destino" (quando il profeta Maometto ricevette la prima rivelazione del Corano); per la "nascita del Profeta"; per la "notte dell'Ascesa" (durante la quale il Profeta compì un viaggio mistico); e per la "festa del sacrificio" che rammenta il sacrificio di Abramo. In queste occasioni si regalavano soprattutto oggetti e monili in filigrana d'argento e d'oro.

                             
                                               Ramadan Mubarak


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lunedì 16 giugno 2014

La poesia araba di : Mahmoud Darwish

Pensa agli altri



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell'acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

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