venerdì 10 maggio 2013

Il cuore di una madre ( leggenda araba)


Hassan amava teneramente sua madre e appassionatamente Leila, sua moglie. Ma a Leila, che era terribilmente gelosa, non piaceva la madre di Hassan. Costantemente torturava suo marito con le sue richieste. 
“ Se tu mi amassi veramente, non accetteresti che un’altra donna detti legge sotto il nostro tetto.” 
E Hassan fece uscire sua madre dalla loro casa. 
“Se tu mi amassi veramente, non vorresti più vedere questa donna che spettegola su di me di nascosto.” 
E nonostante la sua pena, Hassan non andò più  a far visita alla sua povera madre. Ma la gelosia di Leila era illimitata e un giorno, chiese ad Hassan la più crudele delle prove. 
“Se tu mi amassi veramente, dovresti andare a uccidere questa donna che mi tortura giorno e notte e dovresti portarmi il suo cuore.” 
Hassan prese il coltello. Andò da sua madre e le strappò il cuore. Ma mentre, in lacrime, portava il trofeo alla sua amata, inciampò in un sasso e il cuore cadde a terra. Dal cuore, tutto sporco di polvere, uscì una vocina “Hassan, figlio mio, ti sei fatto male?" 

illustrazione di Faiza Faghni

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giovedì 25 aprile 2013

Harem: gli eunuchi


Nell’ harem, dove vivevano centinaia di donne, era di fondamentale importanza che ci fossero sicurezza e protezione. Gli eunuchi erano la soluzione. Nella "casa" del sultano ne vivevano circa 200 ed erano divisi in due categorie: eunuchi neri ed eunuchi bianchi. Inizialmente i sultani si facevano servire da eunuchi bianchi( ak agalar), schiavi acquistati principalmente nei Balcani e nel Caucaso. In seguito presero il sopravvento gli eunuchi neri (kara agalar) che venivano inviati in dono a Costantinopoli dal governatore ottomano dell’Egitto o venivano catturati nelle guerre. Gli eunuchi neri erano soprattutto i guardiani dell’harem e siccome dovevano stare a contatto con le donne subivano una castrazione totale. Il capo eunuco nero, "Kizlar Agasi", ricopriva ruoli molto importanti non solo nell'harem, ma anche all'interno dell'amministrazione ottomana. Era il più importante collegamento tra il sultano e la madre, la validé sultan. Il suo rango era un po’ l’ equivalente del "pasha"( titolo onorifico attribuito ai funzionari ottomani di grado elevato dal sultano), e faceva da messaggero tra il sultano e il gran visir (il primo ministro del sultano). Inoltre, era coinvolto in quasi tutti gli intrighi di palazzo e questo gli permetteva di aumentare a poco a poco il suo potere fino ad ottenere una posizione dominante. Bisogna sottolineare che la legge coranica predicava una grande tolleranza nei riguardi degli schiavi che non erano considerati una classe inferiore, anzi: il titolo di qul (schiavo) godeva di un certo ascendente e potevano quindi ricoprire anche cariche importanti. Gli eunuchi bianchi avevano invece compiti diversi all’interno del governo, alcuni di loro riuscirono anche ad essere al servizio diretto del Sultano stesso e non essendo a stretto contatto con le donne subivano una castrazione solo parziale. Dato che la castrazione era proibita dal Corano, gli schiavi bianchi venivano evirati in Spagna o Francia, mentre i neri in Egitto da uomini copti, comunque né gli uni, né gli altri potevano trascorrere la notte nella parte femminile dell’ harem. Il capo degli eunuchi bianchi "Kapi Agasi" (o Kapi Agha)  veniva scelto direttamente dal sultano. Il suo potere iniziò a diminuire nel XVI secolo, quando le validè assunsero il governo effettivo dell’impero, coadiuvate dal gran visir e dal capo degli eunuchi neri.

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domenica 14 aprile 2013

La poesia araba contemporanea di Nazik al Mala’ika

Io

La notte mi chiede chi sono                                               
sono il segreto della profonda nera insonnia                   
sono il suo silenzio ribelle                                                
ho mascherato l’anima di questo silenzio                            
ho avvolto il cuore di dubbi                                            
immota qui                                                                      
porgo l’orecchio                                                                  
e i secoli mi chiedono
chi sono

E il vento chiede chi sono
sono la sua anima inquieta rinnegata dal tempo
come lui sono in nessun luogo
continuiamo a camminare e non c’è fine
continuiamo a passare e non c’è posa
giunti al baratro 
lo crediamo il termine della pena 
e quello è invece l’infinito

Il destino chiede chi sono
potente come lui piego le epoche
e ridòno loro la vita 
creo il passato più remoto
dall’incanto di una vibrante speranza 
e lo sotterro ancora
per forgiarmi un nuovo ieri
di un un domani gelido

Il sé chiede chi sono
come lui vago, gli occhi fissi nel buio
nulla che mi doni la pace
resto ancora e chiedo, e la risposta
resta nascosta dietro il miraggio
ancora lo credo vicino
al mio raggiungerlo tra
monta
dissolto, dispare


أنا سرُّهُ القلقُ العميقُ الأسودُ 
أنا صمتُهُ المتمرِّدُ 
قنّعتُ كنهي بالسكونْ 
ولففتُ قلبي بالظنونْ 
وبقيتُ ساهمةً هنا 
أرنو وتسألني القرونْ 
أنا من أكون? 
والريحُ تسأل من أنا 
أنا روحُها الحيران أنكرني الزمانْ 
أنا مثلها في لا مكان 
نبقى نسيرُ ولا انتهاءْ 
نبقى نمرُّ ولا بقاءْ 
فإذا بلغنا المُنْحَنى 
خلناهُ خاتمةَ الشقاءْ 
فإِذا فضاءْ! 
والدهرُ يسألُ من أنا 
أنا مثلهُ جبّارةٌ أطوي عُصورْ 
وأعودُ أمنحُها النشورْ 
أنا أخلقُ الماضي البعيدْ 
من فتنةِ الأمل الرغيدْ 
وأعودُ أدفنُهُ أنا 
لأصوغَ لي أمسًا جديدْ 
غَدُهُ جليد 
والذاتُ تسألُ من أنا 
أنا مثلها حيرَى أحدّقُ في ظلام 
لا شيءَ يمنحُني السلامْ 
أبقى أسائلُ والجوابْ 
سيظَل يحجُبُه سراب 
وأظلّ أحسبُهُ دنا 
فإذا وصلتُ إليه ذابْ 
وخبا وغابْ

Nazik al-Mala'ika, (arabo: نازك الملائكة‎) (Baghdad, 23 agosto 1922  Il Cairo, 20 giugno 2007) poetessa irachena.è considerata una delle prime poetesse che introdussero l'uso del verso libero nella rigida struttura poetica araba.

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lunedì 1 aprile 2013

Proverbi arabi


Le tempeste dell'anima sono peggiori delle tempeste di sabbia (Egitto)
**
La spada ha due fili taglienti, la lingua ne ha cento (Turchia)
**
La menzogna fa bere una prima volta. Non lascia bere una seconda (Tuareg)
**
Chi sciupa del tempo deruba se stesso ( Marocco)
**
Chi non ha un passato, non ha un futuro (Palestina) 

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venerdì 15 marzo 2013

Le spezie nella cucina araba



"Il cibo di due è sufficiente per tre e il cibo di tre è sufficiente per quattro" 
Questo detto del Profeta Muhammad riassume bene l'ospitalità tipica degli arabi: offrire , caffè o cibo è parte integrante del loro modo di vita, per questo motivo il cibo è sempre preparato in quantità generosa e ciò che non manca nei piatti arabi sono le spezie. 
Alcune spezie sono conosciute anche da noi, come il peperoncino, il curry, l'anice e lo zafferano, altre sono tipiche delle zone d'origine. Ad esempio: il cardamomo (in arabo hal), semi neri racchiusi in piccoli gusci verdi che servono a profumare il caffè e il tè, il cumino ( kamun) utilizzato per la preparazione di piatti a base di carne, il coriandolo ( kuzbara) molto simile al prezzemolo e la curcuma ( kurkum) una spezia di origine indiana  simile allo zafferano. Troviamo poi la tahina ottenuta dalla spremitura dei semi di sesamo e il carvi molto aromatico i cui semi hanno un sapore acre e pungente.  Ma nella cucina araba, le spezie sono utilizzate soprattutto già mischiate; per esempio il baharat è un miscuglio generico di spezie , il tabel è una miscela di carvi, coriandolo, peperoncino e aglio. L’harissa miscela molto piccante a base di peperoncino pestato, aglio e olio d'oliva  e la zattar, composta da timo, maggiorana e sale. Molto interessante è infine il ras al hanut. Letteralmente significa "il padrone della bottega", è un miscuglio di un numero infinito ed illimitato di spezie del Magreb. Può comprendere: cardamomo, noce moscata, pepe nero, cannella, chiodi di garofano, zenzero, boccioli di rosa, ecc. e ogni droghiere ha la sua ricetta segreta!
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venerdì 1 marzo 2013

La leggenda dei gelsomini (2)


Si racconta che cento e cento anni fa, in un mercato di schiavi in Arabia, due donne, una molto giovane e l'altra, ancora bella seppur non più giovanissima, si stringevano l'una all'altra piangendo. Erano state fatte prigioniere nel loro villaggio e poi portate sul mercato in vendita al miglior offerente. Difficile trovare un acquirente per entrambe. Ed ecco che la giovane viene strappata dalle braccia della madre, comprata da un ricco signore, senza nessuna pietà. Viene portata via, in sella ad un veloce cavallo,  sorretta da un servitore. Ha appena avuto il tempo di sussurrare che si serberà per l'uomo che l'amerà veramente. 
Giunta al palazzo del Gran Pascià viene rinchiusa nell'harem e qui profumata, agghindata e ingioiellata per l'offerta d'amore. Jasmine "Gelsomino" sarà il suo nome le dice l'eunuco a guardia dell'harem. E Jasmine di notte, esegue gli ordini e scende in giardino per attendere il suo signore. Ma la sua anima si ribella e quando il pascià sta per giungere estrae lo stiletto che teneva nascosto in seno e si trafigge il cuore. Cade senza grida sul bordo di un laghetto. La mattina seguente, nello stesso punto in cui è caduta la fanciulla,  vi è un bellissimo fiore. Jasmine (gelsomino) è il suo nome . 

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venerdì 22 febbraio 2013

Pensieri d'oriente: non chiedere...



Non chiedere mai la strada a qualcuno che la conosce,
non ti sarebbe più possibile perderti….


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martedì 12 febbraio 2013

La poesia araba: Anonimo egiziano

Guarda...fiordalisi!


Guarda ...... fiordalisi !
Il mio cuore appartiene a te
come il fiordaliso al grano.
Ogni cosa che tu vorrai,
tra le tue braccia poserò.
Tu, immagine del mio desiderio,
sei un balsamo per gli occhi.
Vedere te, al mio sguardo dà luce
e ti stringo forte a me
per sentire meglio il tuo amore,
tu, sposa del mio cuore.
Come è bella quest'ora !
Potesse - fra le tue braccia -
perdurare in eterno.
Tu mi facesti rinascere il cuore,
e ora, se gioisce o se piange,
non andare mai via da me, mai !

Anonimo egiziano (XII secolo A.C.)

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giovedì 31 gennaio 2013

Harem: la validè sultan e le kadin



Nell’ impero ottomano, l’harem, costituito da un vasto complesso di padiglioni, chioschi, giardini e cortili pergolati, era articolato attorno alla residenza della validè sultan, la madre del sultano regnante, la donna più importante di tutto l’harem. Spesso proprietaria di vasti possedimenti terrieri, che gestiva con l’ausilio di eunuchi neri, la validè sultan poteva dare ordini direttamente al gran visir e il suo ascendente sul sultano, sia per quanto riguardava la scelta delle mogli e delle concubine, sia per le questioni di stato, era molto forte. In particolare nel XVII secolo, si succedettero una serie di sultani poco competenti o di giovane età che  permisero il rafforzamento della figura della validè, tanto che questo periodo venne definito “il sultanato delle donne”. La validè pretendeva che tutte le componenti dell’harem le giurassero obbedienza e  l’ harem si trasformò così in una vera e propria corte con una sua gerarchia. Al rango più basso si trovavano le schiave, che dormivano anche in dieci nella stessa stanza e vivevano nella speranza di attirare l’attenzione del sultano. Appena al di sopra delle schiave si trovavano le donne che erano piaciute almeno una volta al sultano, ma non gli avevano dato figli, infine c’erano le kadin, le mogli.
Dato che la legge islamica consentiva di avere 4 mogli legittime, diventavano kadin le prime quattro schiave che generavano un figlio maschio e anche tra loro vigeva un rigido ordine di precedenza. La più importante era la donna che aveva dato alla luce il primogenito e nessuna delle altre, fosse pure la favorita del momento, poteva mancarle di rispetto. Le mogli del sultano che partorivano un figlio maschio era chiamate haseki sultan, chi invece partoriva una figlia femmina era chiamate haseki kadin. Oltre alle quattro mogli il sultano poteva avere anche tutte le concubine che era in grado di mantenere decorosamente, alcuni sovrani ottomani ne ebbero fino a 300, anche se non tutte vivevano nell’harem. Le kadin, sopra le quali si trovava sempre la validè sultan, chiamata anche regina madre, vivevano in appartamenti a loro riservati con un loro seguito. Il protocollo dell’harem, con il passare del tempo, divenne sempre più complesso anche per quanto riguardava il rapporto del sultano con le odalische. Solo dopo aver rivolto un lungo omaggio alla propria madre, poteva visionare le giovani odalische. Se qualcuna di queste gli piaceva, la indicava e iniziava così la frenetica preparazione della ragazza che doveva giacere nel suo letto. Questa veniva preparata da un corteo di vergini che, dopo averla lavata e massaggiata con oli fragranti, le dipingevano le unghie con l’henné e le ciglia con il kohl, una pasta colorante fatta con limone e grafite scaldati su un braciere. Quando la fanciulla veniva finalmente condotta nella stanza del sultano, due enormi candele venivano lasciate ardere per tutta la notte, e alcune donne sorvegliavano le porte.
Il mattino dopo, mentre il sultano indugiava nelle abluzioni mattutine, la ragazza frugava tra i suoi abiti, perché qualunque cosa avesse trovano nelle tasche le apparteneva di diritto. La data dell’accoppiamento veniva segnata su un registro, se dopo nove mesi non avesse dato alla luce un figlio, non avrebbe più rivisto il sovrano.

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martedì 15 gennaio 2013

La leggenda dei gelsomini (1)



Due leggende arabe raccontano la nascita di questi fiori, ecco la prima.
Un giorno, Kitza, la madre di tutte le stelle, stava preparando nel suo palazzo di nuvole, gli abiti d'oro per i suoi figli astri, quando giunse un gruppo di stelline che si lagnavano delle loro vesti. Chi si lamentava per una veste troppo larga, chi per un abito che non splendeva abbastanza e chi ancora lo  avrebbe voluto più guarnito di gemme…. Insomma, le stelline strepitavano, erano capricciose e testarde e facevano impazzire mamma Kitza: ”Bimbe mie, non fate chiasso”, si raccomandava la buona donna “ molte vostre sorelle sono ancora nude, patiscono il freddo e potrebbero ammalarsi.” Ma le stelline egoiste non le davano retta e continuavano a protestare. In quel momento passò davanti al palazzo di nuvole, Micar, il re degli spazi, udì lo strepito ed incuriosito entrò.
“ Che accade qui dentro?” domandò con voce di tuono.
Le stelle, spaventate, diventarono di colpo umili e sottomesse, ma non poterono nascondere la verità.  La collera gonfiò il cuore di Micar che sdegnato, le cacciò dal firmamento. Strappò loro gli abiti d'oro e le scagliò come ciottoli nel fango della terra.
Mamma Kitza, preoccupata per le sue stelline, cadde in un inconsolabile dolore “Gli uomini e le bestie le calpesteranno, le umilieranno” continuava a ripetere…
La Signora dei giardini, Bersto, provò pietà per la povera madre e decise di aiutarla. Tolse le stelline dal fango e le trasformò in fiorellini profumatissimi. Così nacquero i gelsomini, le stelline della terra.


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martedì 1 gennaio 2013

Proverbio arabo


               
           Parla soltanto quando sei sicuro che quello che dirai è più bello del silenzio.

ill: Arab Women by Aeich Thimer (Syria)

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sabato 15 dicembre 2012

Cucina araba : il cous cous



Mille e mille granelli, come la sabbia del deserto.  Le radici del  cous cous  si perdono tra le dune del Nord Africa, dove da sempre vivono i Berberi, gli uomini liberi.
Con i cereali che coltivavano, il frumento, ma soprattutto l'orzo, il miglio e il sorgo, preparavano "pappe" con acqua o latte. Il cous cous, chiamato dalle popolazioni berbere in diversi modi (sekso, kskso, kuskus, kuski, ecc.), rappresenta, per modo di dire,  lo sviluppo di questa loro arte culinaria. Furono però gli arabi, in seguito, a diffondere questo piatto che si ottiene con la paziente manipolazione della farina di grano duro. La preparazione  è infatti molto lunga e complicata;  si lavora un impasto di acqua e farina, fino ad ottenere dei granelli di forma differente, a seconda della finezza della lavorazione. In passato veniva effettuata dalle donne africane che, per ottenere grandi quantità  di questo prodotto dovevano riunirsi in gruppi e lavorare per diversi giorni. Oggi la produzione di cous cous è in gran parte meccanizzata. 
Per far si che dopo la cottura, i granellini risultino gonfi, leggeri, ben separati l’uno dall’ altro e senza grumi è necessaria la cottura a vapore e il recipiente tradizionale usato è la couscoussiera che può essere di terracotta, di rame o di alluminio. Si compone di due recipienti: uno inferiore in cui si cuociono le verdure e la carne e uno superiore con il fondo bucherellato nella quale si pone il cous cous che cuocendo con il vapore del preparato sottostante, acquista un sapore unico e speciale. Se non si ha a disposizione  questa pentola, si può ricorrere a un setaccio o ad uno scolapasta di metallo ricoperto da una garza che si adatti perfettamente a un’ampia casseruola. Il couscous è un piatto che oggi si consuma anche in paesi lontani dalla cultura islamica ed è  uno dei piatti più diffusi nel mondo insieme a pasta e riso. Il cous cous che si trova in vendita nei negozi e supermercati occidentali è generalmente un prodotto industriale precotto la cui preparazione è molto più semplice e rapida, è sufficiente re-idratarlo con acqua o brodo bollente e lasciarlo riposare per qualche minuto.
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sabato 1 dicembre 2012

La poesia palestinese di Samih al-Qasim

 Fino a quando avrò....  


Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-’Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!

Samih Al - Qasim

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venerdì 16 novembre 2012

I libri di Najim:

Ogni mattina a Jenin


La vita della famiglia Abulheja, proprietari terrieri da generazioni a ‘Ain Hod, viene stravolta. L’arrivo dei profughi ebrei e poi la nascita dello stato di Israele li caccia dalla terra natia, verso il campo profughi di Jenin. E li sottopone a una serie di violenze, di angherie, di drammatici soprusi. Eppure, superando il dramma dell‘esclusione dai luoghi degli avi, gli Abulheja si impegnano perché la vita continui. Figure orgogliose, il vecchio patriarca Yehya Muhammad e i figli Hassan e Darwish. E straordinarie le donne, a cominciare dalla moglie di Hassan, Dalia, bella e ribelle, che nell’angustia del campo profughi, cerca di dare senso ai giorni nonostante la drammatica ferita del rapimento di un figlio, poco più che neonato. Sta nelle mani delle donne, il filo dei rapporti e della memoria. Che da Dalia passa alla figlia Amal, e da lei a Sara. La storia della Palestina, intrecciata alle vicende di una famiglia che diventa simbolo delle famiglie palestinesi, scorre, crudele, dagli anni Cinquanta alle soglie del Duemila.In primo piano c'è la tragedia dell'esilio, la guerra, la perdita della terra e degli affetti, la vita nei campi profughi, condannati a sopravvivere in attesa di una svolta.

...1941
" In un tempo lontano, prima che la storia marciasse per le colline e annientasse presente e futuro, prima che il vento afferrasse la terra per un angolo e le scrollasse via nome e identità, prima della nascita di Amal, un paesino ad est di Haifa viveva tranquillo di fichi e olive, di frontiere aperte e di sole. Era ancora buio, solo i bambini dormivano, mentre gli abitanti di 'Ain Hod si preparavano alla salat del mattino, la prima delle cinque preghiere giornaliere. La luna pendeva bassa come una fibbia che legasse cielo e terra, una scheggia timorosa di farsi piena. Gambe e braccia si tendevano, l'acqua lavava via il sonno, occhi speranzosi si aprivano. Il udu', l'abluzione rituale prima della salat, spandeva il mormorio della shahada nella foschia del mattino sottoforma di centinaia di sussurri che proclamavano l'unicità di Dio e rendevano onore al suo Profeta. Quel giorno si pregava all'aperto e con particolare riverenza perché iniziava la raccolta delle olive....."

Susan Abulhawa

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mercoledì 24 ottobre 2012

Eid al-Adha 2012

                         26 ottobre 2012


                   
           Felice Eid a tutti i musulmani
    
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domenica 14 ottobre 2012

Le odalische e le loro mansioni



Nell'harem vi era un considerevole numero di assistenti e servitori,  più di un centinaio di donne di varie età, a servizio del sultano. Lo svolgimento dei loro compiti era sotto la supervisione della Valide Sultan e la gerarchia era molto complessa.
Il grado più alto spettava alle odalische dette usta (dall'arabo ustaz: professore, maestro). Servivano di persona il sultano, ricevevano stipendi consistenti e potevano dimettersi quando lo desideravano. 
Le haznedar (tesoriere) erano scelte dal sultano stesso e il loro numero variava tra le quindici e le venti. Avevano un ruolo molto importante in quanto gestivano gli stipendi, avevano la possibilità di  intervenire negli affari generali dell'harem e amministravano  i capitali delle principesse e dei principi. Alla morte del sultano, al contrario delle altre cameriere, non potevano rimanere al servizio del successore.
Le odalische che servivano l'imperatore a tavola erano sotto la stretta sorveglianza dell'assaggiatrice capo la quale, per eliminare ogni possibilità di avvelenamento, assaggiava tutti i cibi e durante tutto il pasto rimaneva in piedi alle spalle del sultano. 
La çamasïr ustaaddetta alla biancheria, era la responsabile delle vesti del sultano e dirigeva le lavandaie. 
La ibriktar usta controllava le ragazze che accudivano il sultano durante il bagno.
La berber usta sovraintendeva alle donne-barbiere e agli oggetti per la rasature del sultano.
La kahveci usta e le sue aiutanti avevano il compito  di preparare velocemente e servire  il caffè al sultano  e a tutti i suoi ospiti durante le cerimonie.
Le kadehkar kaden erano le coppiere, mentre le kutucu usta erano le cameriere personali delle donne, delle figlie e delle favorite del sultano. 
La kilerci usta era la responsabile della dispensa ed era aiutata nel suo compito da un certo numero di dispensiere.
La saray usta era una specie di maestra delle cerimonie in tutte le occasioni, matrimoni, nascite, festività.
L'organizzazione dell'harem seguiva esattamente quella del Palazzo imperiale, e ad ogni funzionario di Stato corrispondeva una donna con uguali mansioni nel reparto femminile. 
C’era così la capo segretaria responsabile della disciplina, dell'ordine e del protocollo ed aveva quattro assistenti.
La vekil usta era una sorta di prefetto, di procuratore, che sovraintendeva alle odalische, fra le quali veniva scelta.
L'hastalar usta era l'infermiera specializzata nella cura con le erbe e gli unguenti e con il suo seguito si dedicava agli ammalati dell'harem.
Di poco più importanti, ma più amate dai sultani, che esse avevano visto nascere, erano le levatrici e le balie, scelte in famiglie di particolare qualità.
Molto considerate erano le bambinaie, le uniche che, come le nutrici, potessero prendere in braccio figli e figlie dei sultani.
La kahya kaden era la donna funzionario di più alto grado nell'harem. Era una sorta di sovraintendente di corporazione, in grado di dirigere le cameriere raggruppate nelle varie funzioni.
Poi c'era la funzionaria dell'harem addetta al servizio delle principesse sposate e dei principi.
Infine le musahip kaden facevano parte del seguito personale del sultano, e dovevano naturalmente dar prova di qualità straordinarie, inclusi brio, cultura, spirito e gentilezza.

ill: Frederick Arthur Bridgman- In the Harem- 1894


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domenica 30 settembre 2012

Tajine




Con il nome tajin o tajine si intende, sia il piatto di carne in umido tipico della cucina marocchina (e del Maghreb in generale), che la pentola stessa in cui la carne viene cucinata. Si compone di due parti: una unità di base piatta e circolare, che viene utilizzata per servire il piatto in tavola ed un grande coperchio a forma di cono o cupola che poggia all’ interno della base. La forma del coperchio è così studiata per facilitare il ritorno della condensa verso il basso, in modo che gli aromi non si disperdano con l’evaporazione, in più la presenza di un piccolo foro permette al vapore di uscire. Un pomello sulla sommità rende più facile la presa. Il tajine originale è solitamente in terracotta grezza, ma si trova anche smaltato, verniciato e finemente decorato, bisogna però sottolineare che quest’ultimo non è adatto alla cottura ma al solo servizio in tavola in quanto non in grado di sopportare le alte temperature e la fiamma dei moderni fornelli a gas. La cottura più adatta è quella sulla brace, lenta e a basse temperature  per far si che la carne risulti tenera e aromatizzata. Si consiglia di non lavare il tajine con detersivo in modo che conservi il profumo e l’aroma dei cibi cucinati, questo permette di avere risultati sempre migliori.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html


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sabato 15 settembre 2012

Proverbio arabo (Marocco)


                               

              Se ti piace il miele,  devi sopportare le punture delle api.



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giovedì 30 agosto 2012

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

tchadri o chadri

Il tchadri ( termine persiano sinonimo di burqa) è la variante del chador iraniano.
E’ un velo di mussola indossato dalle donne in alcune regioni dell’Afghanistan, del Pakistan e dell'India. Al contrario del chador, solitamente nero, il tchadri è di colore piuttosto vivace ed è confezionato solitamente in rayon o in seta. Molto simile al burqa si  differenzia per la lunghezza e il taglio. La parte anteriore infatti non arriva fino a terra lasciando  fuoriuscire le mani e le braccia per agevolare i movimenti, in alcuni casi è  aperto sul davanti o  corto al punto da far fuoriuscire le vesti o i pantaloni. Si accompagna a guanti che nascondono le mani e il volto è celato da “una fitta rete" sugli occhi che permette di vedere senza essere visti. L' uso di questo indumento divenne facoltativo nel 1959, ma fu imposto nuovamente dai talebani nel 1996, quando presero il potere in Afghanistan.  


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