martedì 15 aprile 2014

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

La kefiah

La kefiah è il tradizionale copricapo arabo, diffuso in tutto il Medio Oriente. E’ costituito da un telo di lana, cotone o seta che, piegato a triangolo, viene avvolto attorno al capo in vari stili oppure viene indossato mettendolo a triangolo sulla testa, con due punte cadenti sulle spalle e la terza che scende a proteggere la nuca e il collo. La kefiah  può essere fermata sul capo da una doppia banda nera ( una sorta di “otto” piegato su se stesso per formare un doppio cerchio) il cui nome è iqal. Sotto la kefiah alcuni uomini portano un taqiyah  o tagiyah, una sorta di cappello da preghiera musulmano indossato per lasciar traspirare meglio il capo (a volte infatti è traforato). Le kefiah palestinesi, in genere, sono a scacchi neri e bianchi, ma esistono anche quelle rosse e bianche, chiamate shemag, indossate soprattutto dai giordani, e quelle tutte bianche chiamate ghutrah utilizzate nella Penisola Arabica. 
La kefiah è conosciuta anche con altri nomi  come yashmag, mashadad e hattah.
Questo copricapo tradizionale è spesso indossato nei paesi occidentali come segno di solidarietà verso il popolo palestinese.
Il significato storico-politico che si nasconde dietro quest'indumento risale ai primi anni del Novecento. La kefiah era usata soprattutto dai contadini palestinesi per ripararsi dal sole e dal vento e si contrapponeva ad un altro tipo di copricapo, il fez, usato, invece, nelle aree urbane e quindi dalle persone più facoltose. Ma il fez era anche il simbolo dell'Impero Ottomano che aveva governato su tutte le terre attorno al Mediterraneo dal 1299 fino al 1923. Così negli anni Trenta per contrapporsi all'avanzata dell'Europa in Palestina,perchè dopo la Prima Guerra Mondiale ne venne dichiarato il protettorato inglese, i palestinesi incominciarono ad indossare la kefiah come simbolo del patriottismo palestinese.


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martedì 1 aprile 2014

Ignoranza e conoscenza


Il discepolo di un Sufi si vantava delle proprie cognizioni.
Ma un giorno fu trovato impreparato, non riuscendo ad affrontare una certa questione.
Allora si recò dal suo maestro, per chiedere consiglio.
Come molti Sufi, questo saggio leggeva nel pensiero e disse:”So già cosa ti è successo. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso!”
“Che vuoi dire?”, replicò il discepolo.
“Mi spiegherò meglio.
Come pensi sia riuscito ad attingere le mie conoscenze?
“Poiché non ci arriveresti, te lo dirò io. Non ho fatto altro che chiedere istruzioni, ogni volta che ignoravo qualcosa.
“Se tu fingi di conoscere certe nozioni, come potrai mai possederle?
“D’ora in poi dà retta a me: ciò che non sai, ammetti di non saperlo. Solo in questo consiste la vera conoscenza.”

tratto da: "101 storie sufi"

Ill: Meeting of Sufi Saints. Mughal painting, circa 1645 AD. National Museum


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giovedì 6 marzo 2014

La poesia araba di Maram al- Masri


Le donne come me 

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola le rimane di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà..

Maram al- Masri ( (Latakia, 2 agosto 1962), è una poetessa e scrittrice siriana.





              auguri a tutte le donne
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sabato 22 febbraio 2014

Marocco: folclore e misticismo


Benché il Marocco sia un paese musulmano, la sua storia inizia migliaia di anni prima dell'arrivo dell'Islam, un fatto che si riflette in determinate pratiche. Nei primi tempi dell'Islam, alcuni credenti, ai quali vivere secondo i dettami della religione non sembrava abbastanza, cercarono un rapporto più intimo con Dio. Molti di questi spiritualisti, chiamati Sufi, si riallacciarono così alle antiche pratiche dei berberi; esistono ancora dei Sufi in Marocco, soprattutto nel sud dove vivono in zawiya o confraternite sufi. I Sufi costituiscono una minoranza, ma certe pratiche mistiche o superstiziose sono diffuse presso la maggioranza dei marocchini. La credenza del malocchio è molto forte e spesso la gente porta al collo o appende all'ingresso di casa un amuleto detto " la mano di Fatima" o hamza. In alcune zone rurali del sud vengono praticati dei tatuaggi facciali che si ritiene tengano lontani gli spiriti maligni(jinns). Una di tali creature è Aisha Qandisha, una bella donna con zampe di capra che, secondo la credenza popolare, vive nei fiumi e nelle tubature. I bambini ne hanno paura ed è risaputo che alcuni uomini sono caduti vittime delle sue malìe. Esistono altre pratiche folcloristiche meno conosciute, ma non sono praticate nelle città, dove i marocchini moderni le condannerebbero come non islamiche. Nell'ambito della miriade di festival e di moussem, che si tengono durante l'anno,gli stranieri possono assistere o prendere parte a diverse tradizioni folcloristiche marocchine.

ill: “Mystical Dance” Hamida Madhani

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mercoledì 12 febbraio 2014

La poesia araba di: Abu – al Qasim ash-Shabbi


O amore    أيّها الحب   

Amore, tu sei la causa profonda della mia melanconia,
dei miei pensieri e turbamenti, delle mie pene,
del mio tormento, delle lacrime, del mio soffrire,
del mio male, dello struggimento e della mia infelicità.
Amore, tu sei la ragione della mia esistenza:
della vita, della dignità, della fierezza.
Tu sei la mia fiaccola nelle tenebre del tempo.
Tu se il mio compagno, il conforto, la mia speranza.
 

أيها الحب، أنت سرّ بلائي، و همومي،و روعتي، و عنائي
و نحولي، و أدمعي، و عذابي، و سقامي، و لوعتي، و شقائي
أيها الحب، أنت سرّ وجودي، و حياتي، و عزتي، و إبائي
و شعاعي ما بين ديجور دهري، وأليفي، وقرّتي، ورجائي


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giovedì 30 gennaio 2014

Proverbio arabo



                                           Buttate in mare un uomo fortunato 
                                       e tornerà a galla con un pesce in bocca.

ill: Reuven Rubin, Arab Fisherman, 1924

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venerdì 10 gennaio 2014

Il kebab



Forse non tutti sanno che:
secondo la ricostruzione effettuata dall’History of World Food di Cambridge, la nascita del kebab (arabo كباب, kebāb cioè "carne arrostita") va fatta risalire a diversi secoli prima della venuta al mondo di Cristo, quando, in un Medio Oriente in cui il combustibile per il fuoco era piuttosto scarso, cucinare la carne dopo averla ridotta in piccoli pezzi si rivelava più conveniente e veloce. Aveva origine così il primo antenato del kebab, destinato a diventare doner (“doner kebab” significa "kebab che gira", con riferimento allo spiedo verticale rotante) solamente nell’Ottocento.
La leggenda ne attribuisce la paternità ad un cuoco turco, Iskender Efendi, nativo di Bursa, il quale decise, intorno al 1870, di cuocere la carne tenendola in verticale in modo tale che il grasso, colando dall’alto verso il basso, rendesse più morbido lo spiedino. Il primo a mettere in commercio il kebab ( in turco kebap) in qualità di cibo di asporto, fu invece, poco più di quaranta anni fa, Mehmet Aygun, un immigrato turco titolare di un ristorante nel quartiere multietnico di Kreuzberg a Berlino. Egli riuscì a coniugare la velocità tipica dei fast food con la tradizione turca. Secondo altri, invece, fu Kadir Numan a mettere per primo il kebab in una pita. Gestore di un ristorante nei pressi di una stazione, il signor Numan sfruttò la fame degli operai, che prendevano il treno ogni giorno, mettendo a loro disposizione uno spuntino in grado di fornire energia e che potesse essere trasportato con facilità sul posto di lavoro.

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sabato 21 dicembre 2013

domenica 8 dicembre 2013

Le nascite nell'harem


Nell'harem, le nascite dei figli del sultano, venivano accolte con grandi festeggiamenti. Si decorava il letto della partoriente ed anche la culla del neonato, fatta fare appositamente in legno laminato d’oro, era spesso ornata con pietre preziose. Quando il bambino nasceva, per celebrare l’evento, in ogni sezione del palazzo, si sacrificavano alcuni montoni; cinque se il nascituro era maschio e tre nel caso fosse femmina. L’annuncio ai sudditi veniva dato con un colpo a salve di cannone poi, uno dei funzionari del sultano impartiva speciali disposizioni al capo dei banditori di Istànbul affinché inviasse i suoi uomini a portare la notizia in tutta la città; notizia che in seguito veniva divulgata per tutto l’impero. La gente, di solito, si raccoglieva nelle moschee per una preghiera poi, al suono delle bande militari, iniziavano i veri festeggiamenti. Il gran visir si precipitava a Palazzo per congratularsi con il  sultano, i poeti accorrevano a corte portando cronogrammi scritti per l'occasione e l’harem si vestiva a festa. Lanterne, lampade e torce ardevano tutte le notti sia dentro che fuori il palazzo e le vie della città venivano ornate con luminarie. Fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Istànbul. 
All’interno del palazzo si provvedeva ad assegnare al bambino e alla madre un certo numero di cameriere e si designava la scorta del principe. Quando il bambino aveva cinque o sei anni, iniziava la sua educazione che includeva equitazione, tiro all'arco, caccia, uso delle armi, oltre a lezioni giornaliere in aula. A tredici o quattordici anni veniva circonciso e gli era assegnata una propria stanza. Poteva fare passeggiate ed uscire in battello ma aveva pochissimi contatti con il mondo esterno. La nascita di una figlia era salutata con minor formalità, ma dato che le principesse non potevano salire al trono, vivevano una vita più sicura dei maschi. Spesso le principesse sposavano dignitari di corte, in particolare i gran visir, e avevano doti e appannaggi confacenti al loro grado. Anche i festeggiamenti per il fidanzamento e per il matrimonio di una principessa erano sfarzosi, e potevano durare anche più giorni. I figli delle principesse non potevano in modo assoluto accedere al trono, ma godevano di privilegi particolari e potevano avere accesso a cariche ufficiali molto importanti.

ill:  "Mother And Child" di Frederick Arthur Bridgman - Oil Painting
  
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domenica 10 novembre 2013

Pensieri d'oriente: la coscienza..



                          La coscienza non consiste nel rifiutare,
                                ma nel guarire ciò che stimiamo essere il male.

Cheikh Khaled Bentounes

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lunedì 21 ottobre 2013

La poesia turca di: Nazim Hikmet




Foglie morte

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.

Dipinto : olio su tela di Samir Abi Rached

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sabato 5 ottobre 2013

Il caffè arabo

dallah

“Caldo come l’inferno, nero come l’inchiostro, dolce come l’amore”
così un antico proverbio arabo raccomanda di sorbire il caffè.

Nei Paesi mediorientali il caffè costituisce un vero e proprio rito ed ha un grande valore simbolico legato all’amicizia e all’ospitalità, per questo è buona educazione accettarlo sempre quando viene offerto. Il caffè arabo è molto diverso da quello occidentale e si prepara con la dallah, una tipica caffettiera molto alta e con un lungo becco. Viene poi servito in piccole tazze prive di manico. In Turchia invece si utilizza il cezve, un bricco di
rame o di ottone caratterizzato da un lungo manico. La preparazione è comunque simile e l’unica differenza sta nel fatto che gli arabi , il più delle volte, aromatizzano il caffè con spezie come il cardamomo. Gli ingredienti sono scelti con cura: il caffè viene macinato a mano o a macchina in modo da ottenere una polvere finissima e tutti gli ingredienti, ossia l’acqua, lo zucchero e la polvere di caffè vengono mescolati assieme, lasciando che alcune particelle di caffè e di zucchero rimangano sospese in superficie. Il caffè assume così una consistenza  densa e sciropposa e occorre qualche minuto di decantazione per far si che la polvere si depositi sul fondo delle tazzine creando forme particolari interpretate poi nella pratica, tipicamente turca, della lettura dei fondi di caffè (caffeomanzia). L’abbondante schiuma ( kaff) che si forma durante la preparazione viene versata nelle tazzine con un preciso ordine: se ne dà più agli anziani e meno ai giovani, più agli uomini e meno alle donne. Negli anni passati, la preparazione del caffè, era compito esclusivo della donna della famiglia. La donna di servizio, prima di poter preparare il caffè per gli uomini, doveva avere anni di esperienza che accumulava  preparandolo per le donne, mentre gli uomini erano al lavoro. Nel mondo arabo si dice che la pianta sia stata donata a Maometto dall’arcangelo Gabriele e che Allah bevve caffè nel giorno in cui creò il mondo e vino nel giorno del Peccato originale: per questo il vino è proibito all’uomo, mentre il caffè è considerato portatore di senno.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html


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sabato 21 settembre 2013

La hshuma


Il concetto di hshuma, vergogna, è fondamentale nella società marocchina. L’onore familiare ha un’importanza cruciale e viene custodito gelosamente. Se la colpa, in occidente, è la consapevolezza di aver agito male, la hshuma è la consapevolezza che gli altri sanno che abbiamo agito male. I marocchini fanno di tutto per evitare la hshuma, come  appare evidente nel comportamento pubblico. Le bugie innocenti (kdiba bida in arabo) sono molto comuni: a esempio, se chiedeste ad un marocchino un favore che egli non è in grado di farvi, invece di dirvi di no probabilmente lo rimanderà all’infinito per salvare la faccia ed evitare la hshuma, del tutto in buona fede. Esistono vari modi in cui uno può attirare su di sé la hshuma. In genere rientrano tutti nella categoria del comportamento che esula dalle norme sociali: devianze sessuali, qualsiasi cosa proibita dall’Islam o dalla propria famiglia portano la vergogna. La persona disonorata viene colpita da ostracismo da parte della società o, nei casi più gravi, persino dalla propria famiglia. In realtà i marocchini fanno ogni sforzo per un parente per proteggere la reputazione della famiglia. A volte per affetto, altre volte per paura della hshuma, ma comunque sia la lealtà familiare è molto forte e anche se un membro si comporta male ripetutamente, la famiglia rimane al suo fianco finché è possibile. Inoltre il modo in cui si trattano gli amici in pubblico è molto diverso dal trattamento che ricevono in privato. Le lodi in pubblico sono molto apprezzate, anche se può capitare, a volte,  che vengano respinti con modestia dei ringraziamenti esagerati. Se si deve riprendere un amico o un collega, invece è meglio farlo in privato, dove nessuno può assistere al rimprovero. D’altro canto, per una donna minacciare un marocchino di attirare su di lui la hshuma può essere un modo efficace per indurlo a lasciarla stare. “Vai da tua madre” è uno dei peggiori insulti, perché gli rammenta la hshuma che sua madre proverebbe se sapesse del suo comportamento.

Tratto da "Marocco" di York Jillian

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domenica 1 settembre 2013

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

Il fez

Il fez è un copricapo maschile in feltro, solitamente di colore rosso. Rotondo, senza tesa ha un pennacchio nero attaccato sulla sommità piatta . Il fatto di non avere una visiera lo rende più comodo durante la preghiera in quanto permette di appoggiare facilmente la fronte a terra durante le sessioni di preghiera. In Marocco, il  fez è ancora parte della divisa ufficiale e viene indossato con un djellaba bianco e con pantofole gialle o bianche; è indossato anche da molti funzionari e dal re in occasione di cerimonie e nei ritratti ufficiali. Non se ne conoscono con precisione le origini, ma nell’ ottocento si ebbe la sua maggiore diffusione in oriente, in particolar modo nella Turchia degli Ottomani. Si ritiene che il nome derivi dalla città di Fès, dove si produceva la tinta cremisi che lo contraddistingue.  In Nord Africa viene chiamato anche shashia stambuli o tarboosh. Benché il fez venga spesso confuso con la shashia, i due copricapi sono alquanto differenti: il fez è rigido, conico e di forma sollevata, mentre la shashia è morbida e aderisce alla sommità della testa, alla maniera di un berretto a calotta. 

ill: "head of an Arab in a fez" by Isidore Alexandre Augustin Pils

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giovedì 15 agosto 2013

La poesia araba di : Khalil Gibran



Farò della mia anima uno scrigno

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

Khalil Gibran

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sabato 20 luglio 2013

Il Ramadan e le mosalsalat



Durante il mese di Ramadan,  sono molti i canali televisivi arabi che trasmettono telefilm, quiz e mosalsalat, soap opere della durata di 30 giorni esatti, non un giorno di più né uno di meno. Queste serie tv, prodotte appositamente per il mese sacro, vengono trasmesse in coincidenza con la rottura del digiuno (prima dell’iftar, pasto serale, e del sohour, quello consumato prima dell’alba) e sono capaci, con le loro storie avvincenti, di appassionare milioni di telespettatori. I canali arabi offrono in media circa 16 soap diverse che soddisfano tutti i gusti e generi e rappresentano uno spaccato della società araba. I temi sono vari; ci sono mosalsalat ad ambientazione storica, quelli a tema religioso, quelli che affrontano temi politici  e quelli che affrontano i temi sociali. Non possono poi mancare le storie d'amore impossibili, tra giovani appartenenti a diverse classi sociali, ma alla fine il bene trionfa sempre. Storicamente la produzione più importante di mosalsalat è quella egiziana, sia per qualità che per quantità, ma negli ultimi anni è emerso un interessante filone di mosalsalat siriani e libanesi, che presentano uno spaccato sociale leggermente diverso rispetto a quello egiziano. Non mancano comunque le serie prodotte in Marocco , Tunisia e in altri paesi arabi. Tra i mosalsalat trasmessi anche nel nostro paese, troviamo la serie siriana dal titolo ‘La porta del quartiere’ (‘Bab al Hara’) che racconta una Damasco del periodo tra il 1918 e il 1939, quando il paese si trovava sotto la dominazione francese e il popolo lottava per l’indipendenza. Sempre siriana la serie “Ma Malakat Aimanukom” (Ciò che la tua mano destra possiede) tradotto in Italia con il titolo “Tre donne” che  racconta le storie di tre giovani donne arabe e la loro sofferenza in una società maschilista. Non bisogna dimenticare, poi, la serie marocchina ‘Speriamo che capiti anche a te’  (‘Oqba Lik’) che racconta le vicende di vita della trentenne Fatima Zohra, una donna contemporanea, colta e indipendente alla ricerca del principe azzurro. A parlare di voglia di integrazione, senza però dimenticare il desiderio di rispettare le tradizioni, è la serie ‘Fuggendo l’Occidente’ (‘Escaping the West’). Si tratta della storia di una famiglia di origine araba, trasferitasi in Francia, che tra amori e conflitti unisce due profonde  e contrastate verità.


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lunedì 8 luglio 2013

Tunisia: i piatti tipici nel mese di Ramadan


In Tunisia, il Ramadan è sinonimo di festa. Oltre ad essere il mese più sacro dell'anno è anche il mese in cui, la sera,  tutta la famiglia si riunisce per condividere il pasto di "Iftar" (rottura del digiuno), che è stato preparato per lunghe ore durante il pomeriggio. Mantenere vive le tradizioni è fondamentale per i tunisini i quali rompono il digiuno con il ghaieb, una sorta di latte cagliato accompagnato da datteri (tamr), come feceva  Maometto. Il cous cous rimane il piatto base anche in questo periodo, ma tra le altre specialità troviamo la chorba frik, una speciale minestra d’orzo e  il brik, triangolo sottile di pasta croccante (malsouka), fritto o fatto al forno, farcito di tonno, uova e formaggio. La tajine,diversa dalla specialità che ha lo stesso nome in Marocco (uno stufato di carne e verdure), è qui una sorta di torta salata cucinata al forno a base di uova con diverse varianti e viene consumata soprattutto a colazione. I dolci, che vengono consumati in gran quantità durante il mese di Ramadan, sono particolarmente zuccherati, preparati generalmente con datteri, miele e frutta secca. Tra questi troviamo il makroudh a base di datteri,  l’assida, budino con pinoli tritati e nocciole e il masfouf  a base di cous cous, nella sua versione dolce.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html

                                    Ramadan Mubarak

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venerdì 28 giugno 2013

I libri di Najim:

Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere 


Shirin-Gol ricorda ancora le montagne dell'Indu Kusch non devastate dalle bombe. Viveva, da bambina, in uno sperduto villaggio di montagna  e la sua vita pareva già decisa, fissata secondo tradizioni radicate da secoli. Poi arrivarono i russi e iniziò una guerra stupida che si portò via padri, fratelli, mariti. Da allora Shirin-Gol non ha smesso di fuggire: dalla fame, dalla miseria, dalla negazione dei più elementari diritti umani, dai soldati dell'Armata Rossa, dai mujahedin, dai talebani, da decenni di efferate faide fratricide che hanno devastato l'anima del suo paese. Data in moglie a quattordici anni per onorare un debito di gioco ha dato alla luce i suoi figli, ha lottato disperatamente per la sua famiglia, ha imparato a leggere, a scrivere, a pensare. Quella di Shirin-Gol è la storia di una donna oppressa ma non vinta, che dà voce a milioni di donne senza voce, senza volto e senza corpo. È una storia di lotta, di coraggio, di speranza che non vuole morire, nonostante tutto e tutti. Una storia che ci aiuta a capire perché da sempre il fanatismo religioso è terrorizzato dalla serena forza del femminile.

Il capitolo primo inizia così:
" In Afghanistan quasi tutti i nomi propri hanno un significato. Shirin-Gol significa Dolce Fiore. Forse perché, proprio nel momento in cui lei nasceva, sua madre aveva visto un fiore, un fiore che emanava un fragrante profumo. O forse quel nome non è che un frutto dell'immaginazione, nient'altro che una romanticheria. Forse la madre di Shirin-Gol, che, come tutte le madri di questo mondo, per la nascita di quell'altro figlio aveva patito grandi dolori, proprio in quel momento si era chiesta come avrebbe fatto ad allattare un altro bambino se aveva il corpo stremato ed i seni avvizziti. Forse si era sentita sollevata quando, finalmente,  il bambino era uscito dal suo corpo e aveva visto che si trattava solo di una femmina. Perché se Shirin- Gol fosse stata un maschio, avrebbe avuto bisogno di quantità maggiori di latte e avrebbe dovuto dedicargli maggiori attenzioni. Avrebbe dovuto portarlo spesso in braccio, avrebbe dovuto organizzare una festa per la sua nascita e ammazzare una pecora, avrebbe dovuto trovare del denaro per la sua circoncisione e portarlo dal mullah affinché imparasse il Corano. No, Allah è misericordioso e questa volta, la nona, le ha mandato solo una femmina."
........

Siba Shakib

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mercoledì 12 giugno 2013

Proverbi arabi


Puoi portare un cammello alla fonte ma non costringerlo a bere.
*
Non bastano tutti i cammelli del deserto per comprarti un amico.
*
Bisogna che il caso rivolti la formica perché essa veda il cielo. 
                                                                        *
Dio ha creato terre coperte di acque perché l’uomo le abitasse; 
poi ha creato il deserto, perché l’uomo vi trovasse la sua anima.

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sabato 25 maggio 2013

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

Il costume tradizionale delle donne della Cabilia 



La Cabilia è la regione dell’Algeria abitata dai Cabili, popolo di origine berbera che ha conservato, attraverso i secoli, le proprie caratteristiche. E' la donna la custode delle tradizioni, della lingua, dei rituali e dei valori ed anche il suo costume tradizionale ha subìto, nel corso degli anni, pochissimi cambiamenti. All’ inizio, il vecchio abito cabilo, era confezionato in lana bianca tessuta in un unico pezzo ed era accompagnato dal cosiddetto axellal, una specie di cappotto invernale che veniva appoggiato sulle spalle ed era senza cuciture. Nel 20 ° secolo, il tessuto industriale di cotone stampato ha sostituito la lana, dando origine all’ abito tradizionale che la donna cabila ancora oggi indossa   e che  ha ispirato molti artisti, poeti e pittori. L’ elemento base di questo abbigliamento è la djebba cabila, detta anche “thaqandourth”. Solitamente in raso è caratterizzata da elaborate passamanerie che ornano i bordi del vestito e impreziosiscono la scollatura arrotondata, ha volants e maniche lunghe. Sul petto vi sono ricamati motivi berberi. Sopra la gonna  viene indossata la foudha ( o foutah), un grembiule, che scende fino alle caviglie ed è legato  sui fianchi. Tessuto a larghe strisce nere, gialle, viola, e rosse ha uno stampato berbero diverso per ogni tribù. Indossato quotidianamente sopra gli abiti, permette di mantenerli puliti durante i lavori casalinghi e dei campi (raccolta olive). La cintura utilizzata si chiama h’zam e, in questo tipo di costume, è costituita da un insieme di fili di lana multicolori intrecciati che terminano alle estremità con dei pompons.
Sul capo si usa il m’harma , un foulard  che si nota soprattutto per i suoi motivi floreali dalle calde tonalità. E’ un quadrato (misura un metro per lato), che la donna piega a triangolo per metterlo dietro la nuca riportando poi le estremità  al di sopra della fronte. In questi ultimi anni il vestito della Cabilia si è modernizzato diventando più leggero e con ricami più fini, ma questa nuova versione non è ancora pronta a detronizzare il vestito tradizionale che non può mancare nelle occasioni speciali, nelle danze e nei matrimoni accompagnato dai caratteristici gioielli cabili. Molte sono anche le donne che, provenienti da altre parti del paese, non esitano ad acquistare un abito della Cabilia per il loro corredo.

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