mercoledì 4 luglio 2018

Il saluto nel mondo arabo


Il saluto è una forma di rispetto e di augurio di una buona mattinata, serata o giornata. Il saluto anticipa ogni dialogo tra due persone o tra gruppi di persone. 
Quando una persona entra in una casa o incontra un gruppo di amici saluta per primo. 
Le persone anziane e i genitori, per un massimo rispetto, sono da salutare anticipando il loro saluto.
I musulmani usano la parola salām, che in arabo significa “pace”.
L’espressione forse più conosciuta nei paesi non-arabofoni è as-salām ‘alaykum (“la pace sia su di voi”), che è il saluto che ogni musulmano rivolge, ma equivale all’italiano “ciao” o “buongiorno”, e ricevendo in risposta wa ‘alaykum as-salām (“e con voi la pace”).
La stretta di mano leggera è frequente tra gli uomini arabi ma non con le donne per cui meglio aspettare  da loro il primo passo. Un altro modo di salutare, sempre tra maschi, è abbracciarsi e baciarsi sulle guance oppure toccarsi con la mano il torace, poi le labbra e infine la fronte; quest’ultima ritualità gestuale trasmette un messaggio profondo e significa:” ti do il mio cuore, la mia anima, il mio pensiero”.
In buona parte del mondo arabo il saluto si dà con tre baci sulle guance.

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martedì 12 giugno 2018

Maometto e la montagna.



Il proverbio è notissimo: “Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna” ed è riferito all’abilità di trasformare un disastro in un successo solo grazie alla faccia tosta. In molti, però, lo citano nella sua variante (sbagliata), che vede gli ordini invertiti: “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”, e si intende, quasi in modo fatalistico, che se una cosa deve accadere, allora accadrà, anche a costo di stravolgere l’ordine naturale delle cose. L’origine del proverbio è oscura. Di sicuro, non c’entra con il Corano e nemmeno  con gli Hadith. Questo detto, molto probabilmente è giunto a noi grazie ad un filosofo britannico di nome Francis Bacon, il quale racconta questo aneddoto in un’opera intitolata “Saggi”: “Un giorno, il profeta Maometto, era stato incitato dalla folla a compiere un miracolo, così promise che con l'aiuto di Dio avrebbe indotto una montagna a spostarsi e ad avvicinarsi a lui. Si pose quindi a una certa distanza dal monte e cominciò a pregare, ma quando dopo un certo tempo fu evidente che la montagna non accennava minimamente a muoversi, il Profeta si alzò e s'incamminò verso il monte dicendo: "Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna” E si mise subito in cammino verso il monte, seguito dalla folla in delirio per questa sua arguta risposta." Resta il fatto che  è una storiella infondata che non si trova in nessuna parte del Corano e non ci sono nemmeno storie popolari arabe o islamiche che citano tale avvenimento. Pare infatti provato che il Maometto della storiella non fosse il Profeta della Mecca, ma un mago arabo (piuttosto fallimentare, ma spiritoso) del quindicesimo secolo, anche lui chiamato Maometto. Così quando Bacon scrisse questo capitolo dei suoi saggi riportò questa storia e la attribuì al fondatore dell’Islam.

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sabato 26 maggio 2018

Ramadan: il festival dei bambini di Garangao.



Il festival di Garangao è un festival dedicato interamente ai bambini e viene celebrato in tutto il Medio Oriente, il 14esimo giorno del mese di Ramadan dopo la rottura del digiuno. In Qatar, il festival assume una particolare importanza tanto da essere festeggiato per ben 3 giorni, il 13, 14 e 15. Dopo l’iftaar, il pasto serale, i bambini indossano abiti tradizionali e si riuniscono in piccoli gruppi per girovagare nel  quartiere (fereej) dove abitano e visitare le case dei vicini chiedendo il loro Garangao "halaawa" (caramelle e dolci in arabo) che ripongono nella sacca che portano al collo. Sottofondo musicale è la canzone popolare di Garangao che tutti i bambini cantano. La festa ricorda molto Halloween eccetto per il tema spettrale.
Secondo la leggenda, questa celebrazione iniziò il terzo anno dopo l’hijra, proprio a metà del mese di Ramadan, quando nacque il nipote del profeta Maometto, Hassan figlio di Fatima. Maometto e la sua famiglia furono così felici della nascita di Hassan nel mese sacro, che distribuirono caramelle colorate a tutti i loro vicini e parenti. Alcuni esperti religiosi però osservano che Garangao non ha radici nell'Islam ed è semplicemente una tradizione culturale che risale al periodo abbaside.
Il vero significato di Garangao è vago. Alcuni ritengono che la parola sia onomatopeica e provenga sia dal suono delle pietre che i bambini battono tra loro per accompagnarsi nel canto, sia dal suono delle noci e delle caramelle che si urtano nelle sacche che portano. Sebbene questa festa continui ad essere celebrata, è cambiata nel tempo come molti aspetti della tradizione e della cultura. Negli anni passati era completamente sicuro per i bambini camminare di casa in casa nel loro  giro notturno; oggi, con il pericolo di estranei e automobili in corsa, molti genitori preferiscono far accompagnare i bambini dalle loro domestiche o dai fratelli e cugini più grandi. Anche la tradizione ha risentito dell’influenza del materialismo e della commercializzazione del mondo moderno. Le speciali sacche di cotone che i bambini portano al collo, prima erano  cucite e ricamate dalle  loro madri, oggigiorno sono comperate nei negozi di articoli da regalo e supermercati che vendono queste borse con temi di Harry Potter, Barbie e Hannah Montana. Ciò porta i bambini a competere tra loro per vedere chi ha i migliori e più costosi sacchetti, provocando sentimenti di gelosia e di esclusione. Questo rovina il motivo esatto per cui si festeggia questa ricorrenza che dovrebbe celebrare i bambini, la felicità dell'infanzia e la sua purezza, la gioia e la felicità del Ramadan.


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lunedì 14 maggio 2018

La poesia araba di: Mahmoud Darwish


Al figlio del nomade


Calza i tuoi sandali
e cammina sulla sabbia
che nessuno schiavo ha mai calpestato.
Sveglia la tua anima
e bevi alle sorgenti
che nessuna farfalla ha mai sfiorato.
Dispiega i tuoi pensieri
verso le vie lattee
che nessun folle ha osato sognare.
Respira il profumo dei fiori
che nessuna ape ha mai corteggiato.
Allontanati dalle scuole e dai dogmi:
i misteri del silenzio
che il vento rileva alle tue orecchie
ti bastano.
Allontanati dai mercati e dalla gente
ed immagina la fiera delle stelle
dove Orione allunga la sua spada,
dove sorridono le Pleiadi
intorno alla fiamme della Luna,
dove neppure un fenicio ha lasciato le sue tracce.
Pianta la tua tenda negli orizzonti
dove nessuno struzzo ha pensato di celare le sue uova.
Se tu vuoi risvegliarti libero
come un falco che plana nei cieli,
l’esistenza ed il nulla sospesi
alle sue ali,
la vita, la morte.

ill: Francesco Ballesio italian painter
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martedì 1 maggio 2018

L’abbigliamento secondo l’Islam: regole generali.



Seppure l’Islam non prescriva una forma specifica di abbigliamento, i vestiti devono assolvere al loro compito senza eccedere i limiti stabiliti. La regola generale è che ogni tipo di abbigliamento modesto è lecito. Il Messaggero di Allah non ordinò né vietò un tipo particolare di abbigliamento, vietò soltanto alcune caratteristiche particolari nei vestiti.
Sono vietate:
—Le vesti che rivelano le parti intime. Il musulmano deve coprire con i vestiti le sue parti intime.
L’Islam ha stabilito quali siano le parti da tenere coperte (‘awrah) tanto per gli uomini che per le donne. La ‘awrah per gli uomini va dall’ombelico sino alle ginocchia, mentre la ‘awrah della donna, dinanzi agli uomini estranei alla sua famiglia, è tutto il suo corpo, eccetto il volto e le mani. Non è consentito abbigliarsi con vestiti troppo stretti e aderenti, né trasparenti in modo da rivelare le parti del corpo. 
—Le vesti che rendono l’uomo simile alla donna e viceversa. Indossare tale tipo di vestiario costituisce uno fra i peccati maggiori, come pure parlare o atteggiarsi come una donna se si è un uomo o all’inverso. Quindi l’Islam vuole che l’uomo rispetti la sua natura e le sue peculiarità maschili come pure la donna con le sue caratteristiche femminili; questo nel rispetto della naturale disposizione che Allah ci ha dato e nel rispetto della razionalità.
— Gli abiti che imitano i vestiti particolari dei miscredenti, come quelli che indossano i monaci ed i preti; indossare la croce o qualunque altro simbolo di un’altra religione o di un gruppo deviato.
—Le vesti che si indossano per manifestare orgoglio ed arroganza. l’Islam vieta agli uomini di trascinare i vestiti e di avere vesti lunghe oltre le caviglie, facendo questo in segno di orgoglio ed arroganza. L’Islam vieta ugualmente abiti troppo eccentrici che attirano l’attenzione della gente per la loro stravaganza o provocano repulsione per la loro forma o per i colori o che vengono indossati per farsi notare e per orgoglio.
—I vestiti in cui ci sia oro o seta naturale sono vietati agli uomini mentre sono leciti alle donne. La seta vietata agli uomini è quella naturale, prodotta dai bachi da seta.
—Gli abiti prodotti con eccesso e spreco. Tuttavia vanno considerate le diverse situazioni, per cui il ricco può acquistare abiti che il povero non può permettersi, visto il diverso livello di ricchezza e rango sociale. Perciò un tipo di abito può essere adatto per un ricco, ma diventerebbe uno spreco per un povero.

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lunedì 16 aprile 2018

Proverbi




- Un gatto vecchio non impara più a ballare. (Marocco)

- La sola felicità consiste nell'attesa della felicità. (Iran)

- Le parole buone sono come la pioggia che bagna il terreno. (Egitto)

- E' più facile proteggersi i piedi con i sandali che ricoprire di tappeti tutta la terra. (Pakistan)

- Della tribù gli uomini son la lana, ma sono le donne a tesserne la trama. (Emirati Arabi)

- Dio non sarà soddisfatto se tu ti sei addormentato sazio e i tuoi sette vicini sono affamati.   (Iraq)

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sabato 31 marzo 2018

L'epilazione tradizionale araba: halawa


Si chiama sokkar ma anche halawa ed è una ricetta completamente naturale per preparare una ceretta fai da te secondo la tradizione araba. La preparazione è semplice quanto l’utilizzo ma sono necessari alcuni accorgimenti per dosare gli ingredienti ed evitare si scottarsi. Ciò che serve sono solamente zucchero, limone, un tegame e un cucchiaio di legno. Le dosi sono quattro tazzine di zucchero e una tazzina di limone da mescolare insieme sul fuoco, eventualmente aggiungendo un pochino d’acqua, fino a che non si  ottiene un composto caramellato. Una volta intiepidito, con le mani  umide si prende un po’ di composto, si fa una pallina  e si stende sulla pelle seguendo il verso dei peli poi si rimuove in senso contrario a quello della crescita dei peli. Nel caso dovesse avanzarsi  un po' di composto è possibile conservarlo in un barattolo di vetro per un successivo utilizzo ammorbidendolo a bagnomaria oppure con il getto del phon perché torni di nuovo fluido. Il trattamento di epilazione non necessita di strisce perché la pasta di zucchero si stende e si strappa con le mani. Perfettamente idrosolubile, i residui si eliminano con l’acqua evitando l’uso di solventi chimici.
Scavando nella storia, la prima civiltà che pare abbia praticato questo metodo per la depilazione, fu quella degli egizi. Si pensa addirittura che fu proprio Cleopatra ad adottare tale metodo per eliminare i peli superflui dal suo bellissimo corpo.  Secondo la cultura egizia infatti, il corpo delle donne rappresentava l’espressione massima di purezza, quindi era bandito qualunque inestetismo, compresi i peli. Per tale necessità bisognava trovare un modo, il meno doloroso possibile, per depilare gambe, braccia, volto e le zone intime, così si pensò all’utilizzo di resine che attecchivano bene alla pelle e venivano via con facilità, lasciando soltanto qualche piccolo residuo, eliminabile con semplice acqua. Con il passare dei secoli anche i Greci presero spunto dagli egizi, espandendo questa tecnica agli uomini che praticavano sport. I Greci addirittura rivoluzionarono la pratica creando per ogni zona una resina specifica, ed affinarono la ricerca con la scoperta di unguenti che cospargevano sulla zona depilata, finalizzati a ritardare la crescita dei peli oltre che evidenziare i muscoli. In quegli anni la depilazione era simbolo di denaro. Più ci si depilava e più si era importanti nella società, chi non poteva permetterselo era fondamentalmente uno schiavo. Tanto era importante la depilazione che, in Oriente, furono addirittura emanate delle leggi che rendevano la pratica obbligatoria per tutti. Tracciando una linea storica, furono gli egizi a tramandare poi quest’usanza ai romani. Nella storia si conta un lasso temporale, che va dal 1500 al 1900, in cui le donne inspiegabilmente non si sottoponevano alla pratica della depilazione. In seguito al “periodo buio” ci fu un rinsavimento sociale e scoppiò il vero e proprio boom dedicato ai diversi modi di eliminare i peli superflui, dai rasoi alle creme depilatorie.

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mercoledì 7 marzo 2018

Poesia tuareg: Donna di sabbia


                                               La natura ti ha fatta bella
                                               Come l’oasi nel deserto
                                               Vivi nel Sahara immenso
                                               Come immensa è la tua cultura
                                               Il tuo viso senza velo
                                               Sfida i venti di sabbia
                                               Donna del vento e del sole
                                               Stella del deserto
                                               La tua luce illumina i tuoi pretendenti
                                               Nei loro viaggi lontani
                                               Tra deserto e savana
                                               Donna del sole e del vento
                                               Ti corteggiano soli i mufloni
                                               Invisibili di giorno
                                               Invisibili di notte
                                               Mufloni del deserto
                                               Che ti svegliano di notte
                                               In mezzo ai tuoi sogni
                                               Per realizzare il tuo sogno
                                               Di un vero amore


Sidi Moussa 



                                   
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domenica 4 febbraio 2018

San Valentino nei paesi arabi.



La festa di san Valentino, celebrata in gran parte del mondo, soprattutto in Europa, nelle Americhe e in Estremo Oriente , è penetrata anche nel mondo arabo, grazie all’informazione globalizzata che avviene tramite i mezzi di comunicazione, internet prima di tutto. La ricorrenza però trova, in questi paesi, una forte resistenza da parte delle autorità, essendo considerata immorale e corrotta come tutto ciò che proviene dall’Occidente. 
In Arabia Saudita, ad esempio, celebrare il giorno di San Valentino è vietato da un’interpretazione restrittiva della legge islamica. Festeggiando si inneggerebbe ad un santo cristiano e si incoraggerebbero i “rapporti immorali” tra uomini e donne non sposati. Per scongiurare il rischio che la popolazione cominci a far proprie tradizioni e stili di vita tipici dell’Occidente, in Arabia Saudita è stata addirittura istituita la Commissione per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che si è prontamente messa all’opera per far rimuovere dai negozi ogni cosa ricordi la ricorrenza cristiana. I commercianti sono stati invitati a rimuovere le rose rosse, carta di imballaggio, orsacchiotti, scatole da regalo ed ogni oggetto commercializzato per l’occasione. A causa dei stringenti divieti è nato una sorta di mercato nero delle rose, con i fiorai costretti a consegnare i mazzi di fiori durante la notte o di mattina presto per evitare di essere sorpresi dai controlli della polizia.
In Iran le autorità temono la crescente diffusione dell’anniversario. San Valentino è diventato sempre più popolare in un paese dove il 70% della popolazione ha meno di 30 anni di età e dove i negozi hanno cominciato a fare affari d’oro nel business dei regali per gli innamorati. Ma anche qui sono arrivati i divieti. Il regime ha bandito ogni festeggiamento ed ogni oggetto che ricordi la giornata dell’amore. Il divieto di festeggiare San Valentino si aggiunge ad un lungo elenco di divieti come quello di ascoltare la musica occidentale, di presentarsi in maniera troppo appariscente, di menzionare ricette straniere nei media, di ridere nei corridoi degli ospedali. I nazionalisti iraniani hanno proposto di sostituire San Valentino con il Mehregan, antica, millenaria, festa persiana che si celebra il 2 ottobre che celebra l’amore e l’amicizia.
Anche la Malesia, dove è di religione islamica circa il 60% della popolazione, ha detto no a San Valentino. I funzionari hanno ritenuto la ricorrenza incompatibile per la presenza di elementi cristiani e per la sua tendenza a promuovere “comportamenti immorali”. I trasgressori vengono puniti con le manette. Recentemente è stata realizzata una campagna pubblica per mettere in guardia dalla festa di San Valentino indicandola come trappola che può condurre a comportamenti immorali. Per lanciare il messaggio di condanna sono stati perfino distribuiti volantini tra gli studenti universitari. Ma non tutti hanno assecondato la propaganda.
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mercoledì 24 gennaio 2018

Perché si dice "fumare come un turco".



I musulmani, nel corso della loro vita, sono molto attenti a mantenere sano il proprio corpo perché, nel rispetto della legge coranica, esso appartiene a Dio e all’uomo n’è concesso solo l’uso. Nell’Islam, pertanto, è considerato peccaminoso il consumo di tutto ciò che può intossicare o pregiudicare il corretto funzionamento dell’organismo. Nell’osservanza di tale precetto trova quindi spiegazione il divieto di mangiare carni ritenute “impure” – come quelle di maiale – oppure bere alcool e fumare tabacco ma, nella lingua italiana è particolarmente diffusa l’espressione “fuma” o “beve come un turco” per denotare un accanito fumatore-bevitore e la cosa lascia un pò perplessi dato che ci si riferisce proprio alla Turchia la cui popolazione professa per il 99,8% l’Islam e perciò dovrebbe osservare in larga misura il comandamento coranico. Come mai quindi è nata questa espressione?
La storia racconta che nel 1623 l’Impero Ottomano versava nel più assoluto disordine a causa dell’inettitudine, dovuta anche a problemi psichici, del sultano Mustafa I. Questa situazione, al limite dell’anarchia, aveva contribuito al dilagare della corruzione, allo sbandamento dell’esercito, alla licenziosità dei costumi e alla piena indipendenza di alcune regioni che non riconoscevano più l’autorità dello Stato. In quello stesso anno, con l’aiuto di una cospirazione di palazzo, Mustafa fu deposto e salì al trono il suo giovanissimo nipote Murad IV. Questi era convinto che lo stato di decadenza dell’Impero fosse una punizione divina dovuta al lassismo morale in cui versava l’intera popolazione e, per tale motivo, promosse una politica tradizionalista e molto oppressiva. Per riuscire nel suo intento di ripristinare l’ordine e di riportare l’Impero al suo antico splendore, Murad fece largo uso della forza ricorrendo anche a frequenti atti di vera e propria brutalità tanto da fargli valere l’epiteto di “crudele”. La pena capitale fu applicata indistintamente sia per i reati commessi contro la legge dello Stato e sia verso tutti coloro che non si fossero conformati ad una moralità consona alla legge islamica. Alcolici, tabacco e caffè furono banditi, poiché il consumo dava occasione di generare comportamenti depravati, mentre i locali, nei quali erano somministrate simili sostanze, furono obbligati alla chiusura perché considerati luoghi di chiacchiere sediziose capaci di far insorgere focolai di ribellione. Le dure leggi imposte dal sultano permisero all’Impero di ritornare al suo antico prestigio ma ciò a fronte di migliaia di esecuzioni e della trasformazione dello Stato in una vera e propria dittatura asfissiante. All’età di ventisette anni (1640), Murad IV venne a mancare a causa di una cirrosi e la sua morte fu dal popolo ritenuta una vera e propria liberazione. Alla notizia della sua morte, la reazione degli ottomani fu immediata e gioiosa tanto che, prima di ogni cosa, infransero qualunque divieto imposto dal sultano e, in particolare, quello di fumare e di bere che ripresero eccedendo oltre ogni limite.Da questo episodio di “eccesso” nasce, dunque, il detto “fumare” o “bere come un turco” a significare una persona che tanto eccede nel fumo e nell’alcool così come tanto eccedettero gli ottomani in quei giorni di festa.
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mercoledì 27 dicembre 2017

L'olio d'argan


Dai tempi antichi l’olio di argan viene prodotto dalle popolazioni berbere per la loro salute e per la loro bellezza in quanto rallenta il manifestarsi dei tradizionali segni dell’invecchiamento. Quest'olio viene utilizzato per le sue proprietà emollienti, idratanti e fortemente elasticizzanti, stimola il rinnovo cellulare ed è utilizzato per i massaggi come rilassante muscolare. La caratteristica principale dell'olio d'argan è il suo elevato contenuto di vitamina E, ne contiene il doppio rispetto all’olio d’oliva. L’argan è un albero che cresce in Marocco, nelle zone sud-occidentali,  è alto tra gli otto e i dodici metri e può produrre fino a trecento chilogrammi di frutti. Ha origini antichissime (pare sia comparso 80 milioni di anni fa) ed è una pianta molto resistente che vive per centinai di anni. Si è ben adattata al clima arido del Marocco e normalmente  diventa produttiva dopo circa dieci anni se cresce spontaneamente, ma i tempi si dimezzano per le piantumazioni selezionate. Il frutto è una bacca ovale giallo-bruna che contiene una noce estremamente dura, la quale racchiude tre "noccioli". Le foglie, verde scuro e coriacee, servono di nutrimento a cammelli e capre.  Il raccolto avviene una volta l’anno, tra giugno e settembre, anche se a volte sono possibili raccolti eccezionali in dicembre.
Nelle popolazioni berbere, alla produzione e alla preparazione dell'olio sono preposte le donne. I semi, tostati per l’olio alimentare o “al naturale” per l’olio cosmetico, sono schiacciati in un piccolo frantoio a mano  fino a quando producono una pasta suddivisa in panetti tondeggianti.
Le donne lavorano poi a mano le pagnotte (in un lento gesto di “impasto”) fino a estrarne tutto l’olio. La pasta quasi interamente asciugata dell’olio è usata come mangime per gli animali o per il confezionamento di saponette. Sono necessari cinquanta chili di bacche per produrre mezzo litro d'olio. L’olio cosmetico, più chiaro, si usa per applicazioni sulla pelle e sui capelli, l’olio alimentare è più scuro e dal sapore più forte a causa della tostatura dei semi e viene utilizzato per cucinare quotidianamente.


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lunedì 27 novembre 2017

Il sangue



Chi può versare 
Sangue nero 
Sangue giallo 
Sangue bianco 
Mezzo sangue? 

Il sangue non è indio, polinesiano o inglese. 

Nessuno ha mai visto 
Sangue ebreo 
Sangue cristiano 
Sangue musulmano 
Sangue buddista 

Il sangue non è ricco, povero o benestante. 

Il sangue è rosso 
Disumano è chi lo versa 

Non chi lo porta.

Ndjock Ngana (poeta del Camerun)

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domenica 12 novembre 2017

Il tragico amore di Layla e Majnun.



Quella che sto per narrarvi è una storia famosissima, che ha ispirato, sin dai tempi antichi, la penna di grandi scrittori e che ancora oggi, viene raccontata ai giovani innamorati. 
Layla e Majnun si conobbero da piccoli tra i banchi di scuola, in un minuscolo villaggio Indiano. L' attrazione che il bambino sentiva per la compagna era così forte da renderlo uno studente assente ed indisciplinato. Venne il giorno che il maestro, stanco delle sue distrazioni, lo riprese duramente, picchiandolo al cospetto di Layla che, a sua volta, ne rimase fortemente impressionata.
Le percosse dure e rancorose non scalfivano il bambino ma la giovane Layla che sanguinava inspiegabilmente al suo posto.
La notizia dello strano fenomeno si diffuse presto nel villaggio. La famiglia di Layla chiese spiegazioni a quella di Majnun e quando questa non seppe che dire scoppiò una terribile lite che portò ad un allontanamento forzoso dei due innamorati. Trascorsa l' infanzia Layla e Manjun si ritrovarono adulti e ancora profondamente legati l'uno all' altra. Scambiandosi una promessa solenne i due decisero di sposarsi ma Tabrez, fratello maggiore di Layla, si oppose alle nozze minacciandola.
Intimò pertanto all' odiato cognato di lasciare Layla, ma Majnun si rifiutò d' ascoltarlo. I due diedero allora inizio ad un terribile scontro in cui Tabrez perse la vita. Diffusasi la notizia della sua morte, Majnun venne arrestato, giudicato e condannato alla pena capitale.
Il dolore di Layla proruppe in tutta la sua amarezza, angosciata per la morte del fratello decise di cedere alle insistenze della famiglia che voleva sposarla ad un altro uomo pur di salvare la vita all' amato Majnun.
La pena capitale venne commutata in esilio, Majnun fu costretto a lasciare il villaggio e a cercar rifugio nel deserto.
Nonostante il compimento delle nozze, il cuore di Layla restò legato a quello di Majnun che, pazzo d' amore,  componeva versi in suo onore, fuori dalle mura del villaggio.
Il marito della donna, al colmo della gelosia, andò alla ricerca del rivale per affrontarlo. Anche in questo caso s' ingaggiò una feroce battaglia che portò alla morte del povero Majnun , trafitto al cuore dalla lama di una spada.
La leggenda narra che, nel momento in cui l' uomo cadde a terra moribondo, la bella Layla perse i sensi, spirando poco dopo.
La pietà toccò infine l' animo delle due famiglie, Layla e Majnun furono seppelliti insieme e si dice che adesso vivano felici in un luogo meraviglioso che possiede la pace ed i colori del Paradiso.
Esiste un' altra versione della storia, ma ve la racconterò la prossima volta....

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domenica 29 ottobre 2017

Rumi



Ottocento anni fa, in una città nel nord est del Regno di Persia, nasceva un bambino molto speciale, destinato a diventare famoso col nome di Mevlānā in Turchia, Mawlānā in Iran, e di Rumi nel resto del mondo. Il suo vero nome era  Jalāl ad-Dīn («gloria della religione») Muhammad Balkhī, e nacque il 30 settembre 1207 nella città di Balkh, oggi inglobata nell'attuale Afghanistan, ma che a quei tempi faceva parte del Regno di Persia. Suo padre,Bahā ud-Dīn Walad  era un rinomato studioso ed un mistico sufi, ai cui sermoni si dice assistesse addirittura il re di Persia.
Quando Rumi era ancora un ragazzino, la sua famiglia, dopo aver vagato per parecchi anni di città in città, si trasferì a Konyam, nell'attuale Turchia, dove Il padre fu così bene accolto, che i regnanti del tempo costruirono addirittura una scuola per lui. Bahā ud-Dīn Walad morì nel 1231 e Rumi, che allora aveva 24 anni, decise di proseguire l'operato del padre, approfondì gli  studi di filosofia, letteratura, storia, legge islamica e altre materie e si affermò come uno stimato insegnante di religione.
Verso la fine di novembre del 1244 Rumi incontrò un derviscio errante: Shams Tabrizi, letteralmente «il sole di Tabriz» (città del Nord Est della Persia), ormai sessantenne e che aveva dedicato tutta la sua vita alla pratica degli insegnamenti sufi. Questo incontro e le successive conversazioni con Shams provocarono una profonda trasformazione in Rumi che divenne un mistico e un poeta dell'amore. Negli anni seguenti, Rumi ridusse il suo interesse per lo studio e cominciò a dedicare gran parte del suo tempo alla poesia, sviluppando la pratica del samâ, dove meditazione, musica, canto e danza sufi si fondono insieme costituendo una tradizione che conta ancor oggi migliaia di discepoli in tutto il mondo. Fondò la confraternita sufi dei "dervisci rotanti"Rumi fu un poeta molto prolifico e appassionato, producendo due capolavori della poesia persiana: Diwân Shams Tabrizi, «il libro di poesia di Shams Tabrizi», in onore del suo maestro spirituale, composto di 44 mila versi di poesia lirica, e Masnawi Ma'nawi, «distici in rima su temi spirituali», composto di circa 26 mila versi.  A differenza di molti poeti che sono soliti correggere e perfezionare più volte le proprie poesie, Rumi le scriveva di getto e le recitava ai propri discepoli in uno stato di estasi e contemplazione, mentre ascoltava musica, danzava o nel bel mezzo di una conversazione. I suoi poemi sono dunque ricchi di immagini spontanee presentate in un linguaggio visuale fresco e bellissimo, marchio non solo di un abile poeta, ma anche di un maestro mistico.
Rumi morì il 17 dicembre 1273, una domenica al tramonto a Konya, all'età di 66 anni. Al suo funerale parteciparono genti di religioni diverse e di varia estrazione: musulmani, ebrei, cristiani, poveri, ricchi, ignoranti e letterati, a porgere l'estremo omaggio e a lamentare la perdita di questo grande saggio e poeta. La sua tomba a Konya è oggi un tempio per tutti coloro che amano e cercano la pace e la verità.

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domenica 1 ottobre 2017

La poesia turca di: Nazim Hikmet

Non vivere su questa terra come un inquilino




Ragazzo mio,
io non ho paura di morire.
Tuttavia, ogni tanto
mentre lavoro
nella solitudine della notte,
ho un sussulto nel cuore,
saziarsi della vita, figlio mio,
è impossibile.
Non vivere su questa terra come un inquilino,
o come un villeggiante stagionale.
Ricorda:
in questo mondo devi vivere saldo,
vivere
come nella casa paterna.
Credi al grano,
alla terra,
al mare
ma prima di tutto
all'uomo.
Ama la nuvola,
il libro
la macchina,
ma prima di tutto
l'uomo.
Senti in fondo al tuo cuore
il dolore del ramo che secca,
della stella che si spegne,
della bestia ferita,
ma prima di tutto
il dolore dell'uomo.
Godi di tutti i beni terrestri,
del sole,
della pioggia
e della neve,
dell'inverno e dell'estate,
del buio e della luce,
ma prima di tutto
godi dell'uomo.

ill: Hamri Abdelkarim
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sabato 16 settembre 2017

Proverbi egiziani



- Non sposare la scimmia per i suoi soldi: finiti i soldi, rimane la scimmia.
- Stai attento,perché anche i serpenti piccoli sono velenosi.
- Quando hai un uccellino nella tua mano, non cercare di 
  prendere quelli che sono sugli alberi.
- Fidarsi di un uomo è come fidarsi che l'acqua non passi attraverso i 
  buchi del setaccio.

ill: egyptian man by marwaesmail
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domenica 3 settembre 2017

Gli âléwen: canti matrimoniali tuareg


Ogni fase dei preparativi per la celebrazione del matrimonio tuareg come il corteo nuziale, la preparazione dei pasti, l'installazione della tenda della sposa e il letto di sabbia, è accompagnata da canti tradizionali detti “âléwen”.
Gli “âléwen” sono poesie, in passato scritte principalmente da uomini,  adattate alla musica e accompagnate dal tamburo, ganga,  introdotto per dare il ritmo. Nella popolazione dei Tuareg, fin dagli albori del tempo, la poesia e il canto hanno avuto un ruolo importantissimo ma allo stesso tempo restano pratiche artistiche che conferiscono agli autori uno status famigerato. I temi degli "âléwen" non sono legati solo all'amore, ma anche alla guerra, a fatti illustri, ai viaggi  e alla separazione. In caso di battaglie gloriose, sono un soggetto, tanto quanto l'amore, privilegiato dalle donne che così celebrano i loro compagni.
Attualmente, in questo genere musicale esistono cinque melodie che non hanno subito alcuna alterazione per secoli a causa del loro patrimonio e carattere tradizionale. Rimangono un'eredità millenaria a cui i Tuareg hanno mantenuto il carattere culturale, rendendo queste canzoni un tesoro ancestrale. Va notato che gli "âléwen" erano proprietà esclusiva degli Ihagarren, aristocratici e guerrieri che cedettero questo privilegio artistico alla classe della nobiltà sahariana.

Estratto di testo âléwen”

Questa è una bambina tra le creature di Dio
Egli ha messo acconciature e amuleti
Ha fatto un sacco di grandi e otto cuscini.
La mia copertura, con lunghe frange
Oh tenda PEG, si apre, Shun voi.
Scalare il letto di sabbia per farlo crescere
Anche la terra sarebbe volare
Fai una tenda del Gran Re
In nome di Dio per il matrimonio di mio fratello.


traduzione di una nota di Hassan Midal 
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domenica 23 luglio 2017

La leggenda dei portatori d'acqua




In un tempo ormai lontano vi era una città dalle cui colline limitrofe scendevano a valle, rivoli e ruscelli che alimentavano pozzi e sorgenti zampillanti. Giardini lussureggianti abbellivano la città e orti rigogliosi fornivano frutta e legumi alla popolazione e nutrimento per il bestiame. L’ acqua, benedizione di Allah, era l’origine di tutto quel benessere. Finché, un brutto giorno la vita di quegli abitanti fu sconvolta da un prolungato periodo di siccità; i ruscelli scomparvero, le sorgenti si inaridirono, le piante si rinsecchirono e gli animali cominciarono a morire. Nei pozzi non c’era più acqua. Si cercò allora di scavare nuovi pozzi: tutto inutile. Al sultano dell'epoca, non restò che fare appello al più rinomato rabdomante del regno. Lo convocò a corte e gli promise che, se l'avesse aiutato a trovare l’ acqua, lo avrebbe letteralmente coperto d'oro. Il rabdomante esaminò da cima a fondo il cortile del palazzo finché il suo bastoncino, prese a curvarsi per indicare la presenza di una sorgente sotterranea. Fidando sull’ avidità dello stregone, il sultano gli raddoppiò l'onorario, pregandolo in cambio di mantenere segreta la sua scoperta. Si scavò così un nuovo  pozzo e l’acqua ritornò a scorrere ma solo all'interno delle mura del palazzo; qui i giardini venivano regolarmente irrorati, le mogli e le concubine del sovrano si concedevano, ogni giorno, il lusso di un bagno. Nel frattempo fuori dalle mura i  sudditi morivano di sete. L'unico figlio maschio del sultano, l’emiro “Abd al- Karim”, giovane timorato di Dio, rimase disgustato dalla vista di quello spettacolo e  sentendosi in dovere di aiutare gli abitanti della sua città, mobilitò un manipolo scelto di persone di sua fiducia e stabilì un preciso piano d'azione: lui e suoi uomini, vestiti di bianco e a viso coperto, servendosi di passaggi sotterranei, sarebbero apparsi tra la gente in prossimità delle moschee, portando otri di pelle rigonfi di acqua potabile da distribuire alla popolazione. Una campanella avrebbe annunciato il loro arrivo. La gente, sbalordita, pensò in un primo momento che fossero giunti in loro aiuto gli spiriti degli antichi marabutti. L’ eco di quegli avvenimenti giunse a palazzo, dove i cortigiani e gli ulema, che non approvavano l'operato degli anonimi coppieri, riuscirono a influenzare il sultano, facendogli balenare il sospetto che si trattasse, in realtà di una cospirazione contro il potere costituito. L'esercito fu messo in allerta e fu invocata la pena capitale per gli “uomini dell’acqua”. Ma l’emiro non si scoraggiò e incitò i suoi seguaci a perseverare nella loro missione. A quel punto, il sultano, determinato ad arrestare gli insorti si appostò con le truppe davanti alla grande moschea nel giorno della preghiera ed attese finché il silenzio fu rotto dal vivace tintinnio di una campanella. Sul ciglio della strada, apparve un bianco “uomo dell’acqua" che senza alcun timore continuò ad invitare la gente ad avvicinarsi. Infuriato il sultano sguainò la spada e i soldati caricarono la folla che cercava di proteggere il portatore d'acqua, formando una barriera umana. Approfittando del momento il sultano riuscì ad avvicinarsi e roteando la spada gli troncò di netto la testa accorgendosi quando ormai era troppo tardi, che la testa del ribelle era quella di suo figlio! Improvvisamente lampi, folgori e boati assordanti scossero la terra. Spaventose trombe d'acqua si abbatterono sul paese e una furiosa inondazione distrusse quanto incontrò al suo passaggio. Il sangue che aveva impregnato il bianco abito del principe ereditario, si sparse ovunque. Sconvolti, gli abitanti, caddero nella più buia disperazione mentre il sultano, con la mente alterata dal rimorso, si tolse la vita. Il suo successore, volendo dare seguito alle suppliche degli abitanti, diede ordine di costruire, in tutti i luoghi in cui erano apparsi “gli uomini della dell’acqua", delle fontane. Da allora in tutto il Marocco, i portatori d'acqua hanno adottato un abito bianco e rosso, adorno di allegri campanelli per rendere perpetuo il ricordo del loro fondatore.

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giovedì 29 giugno 2017

Abbigliamento arabo tra passato e presente: kurta


Il  kurta (o kurti) è un abito tradizionale indossato in Afghanistan, in Bangladesh, in India e in Pakistan. E’ una camicia allentata che cade appena sopra o sotto il ginocchio ed è indossata sia dagli uomini che dalle donne. E’ abbinato ad un shalwar o ad un churidar per le donne o ad un pajama per gli uomini e si usa sia giornalmente che nelle occasioni speciali. I kurtas erano molto di moda anche nel mondo occidentale specialmente negli anni 60/70, venivano indossati dagli hippies come camicette sopra i jeans , questa versione era solitamente un po’ più corta di quella originale. Un kurta tradizionale si compone di parti rettangolari di tessuto tagliate in modo da non lasciare tessuto residuo. Le cuciture laterali sono lasciate aperte sopra il bordo, per dare all'indossatore una certa facilità di movimento. La scollatura è sempre tonda e la svasatura è minima. Anch'esso molto pratico e comodo. E’ generalmente abbottonato sul petto, con gradevoli ricami geometrici lungo i bottoni, il collo e il bordo delle maniche. 

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martedì 23 maggio 2017

Cos'è il Ramadan.


Ramadan in arabo significa "Mese torrido" è il nono mese del calendario islamico che è legato ai mesi lunari e perciò non cade in un mese specifico del nostro calendario, ma varia di anno in anno; rispetto al calendario solare, le date di Ramadan variano spostandosi all'indietro di circa undici giorni ogni anno, a seconda della luna.
E' il mese del digiuno islamico durante il quale i credenti musulmani devono astenersi dal mangiare, dal bere e da rapporti sessuali, dall'alba fino al tramonto. Il digiuno è destinato ad insegnare ai musulmani la pazienza, l'umiltà e la spiritualità.
Durante il Ramadan, i musulmani chiedono perdono per i peccati passati, pregano perché Allah li guidi e li aiuti ad astenersi dai mali di tutti i giorni e li sostenga nella purificazione attraverso l'autocontrollo e le buone azioni. 
Il Ramadan è un mese di carità, durante il quale il credente deve dividere i suoi beni con coloro che ne hanno bisogno. 
Il Ramadan per il musulmano praticante è quello che la Quaresima è per i cristiani praticanti: un mese di sacrifici per il corpo e di elevazione spirituale nella meditazione e nella preghiera, anche se il senso è diverso. Il digiuno cristiano della quaresima rievoca l'esperienza degli Ebrei nel deserto, nelle difficoltà della natura, senza cibo e acqua, avendo solo la parola di Dio per guida fino a sfociare nella gloria della Pasqua, mentre il mese di Ramadan non rievoca alcun evento, ma ha lo scopo di testimoniare la sottomissione fiduciosa, l'obbedienza spontanea e la voglia di corrispondere alla volontà di Dio dei fedeli musulmani. l digiuno, durante il sacro mese di Ramadan, è atto basilare di culto, obbligatorio per tutti i musulmani tranne che per alcune categorie di persone. Per legge sono esenti dal digiuno i minorenni, i vecchi, i malati di mente, i malati cronici, i viaggiatori, le donne in stato di gravidanza o che allattano, le persone in età avanzata, nel caso che il digiuno possa comportare un rischio per loro ed è proibito alle donne musulmane mestruate e in puerperio. La rottura involontaria del digiuno non comporta nessuna sanzione, purché si riprenda subito dopo aver preso coscienza di tale rottura. In caso di interruzione consapevole, bisogna rimediare con l’offerta di un pasto a un certo numero di musulmani bisognosi, oppure dare l’equivalente in denaro; diversamente bisogna digiunare per sessanta giorni. Con il sorgere della luna nuova del mese di Shawwal ha termine il mese di Ramadan e con esso finisce l'astinenza ed inizia 'Id al-Fitr, la festa della rottura. Il Ramadan nel 2017 avrà inizio venerdì 26 maggio e terminerà  sabato 24 giugno.


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