venerdì 18 luglio 2014

Il significato del nome nella tradizione islamica


Nella società araba tradizionale ciascun individuo è distinto da un insieme di qualifiche che determinano molto precisamente la sua identità. Il "nome proprio", ricevuto alla nascita, non è che il primo degli elementi costitutivi del suo nome. Questi elementi, che possono essere molto numerosi,  sono:
• Il nome proprio (ism), o almeno ciò che oggi viene chiamato così. E' la sola denominazione dell'identità intima dell'individuo; per esempio: 'Alî, Fâtimah.
• Il nome di paternità (kunya): composto dalla parola abû (padre) o umm (madre) seguito dal nome del primogenito; per esempio: Abû-l-Hasan (il padre di Hasan), Umm Salama (la madre di Salama). Il nome di una figlia è menzionato solo raramente nella kunya; per esempio Abû Lubâba (il padre di Lubâba).
• Il nome di filiazione (nisba), indicante l'appartenenza tribale o il luogo di origine, di soggiorno o di decesso (città, regione, paese); per esempio: at-Tirmidhî (originario della città di Tirmidh). Una stessa persona può avere più di una nisba, per esempio: al-Qushayrî an-Nîsâbûrî (della tribù di Qushayr e della città di Nishapûr).
• Il soprannome (laqab), che può essere onorifico, legato alla religione o al potere (es.: 'Imâd ad-Dîn = il Pilastro della Religione). L'Islam vieta di imporre nomi o soprannomi peggiorativi, empi o ridicoli.
A questi elementi si può ancora aggiungere eventualmente la designazione del rito religioso, per esempio: al-Mâlikî (che segue la scuola giuridica malikita); oppure l'indicazione del mestiere esercitato; per es.: Farîd ad-Dîn 'Attâr (= il profumiere).
Ricordiamo che il nome completo del Messaggero di Allah è: Abû-l-Qâsim (kunya) Muhammad (ism) ibn 'Abd-Allah ibn 'Abd al-Muttalib (nasab) al-Hâshimî (nisba).
Il fatto di portare una kunya è visto come un segno di onorabilità, di rispetto o di affetto. Chiamare una donna con la sua kunya, piuttosto che col nome proprio, significa rispettare la sua intimità, onorandola al tempo stesso in quanto madre. 
Purtroppo, oggi il nome di filiazione (nasab) e il nome di paternità (kunya) sono sempre meno utilizzati, anche negli stessi paesi arabi. L'uso di un semplice nome proprio seguito dal cognome, si va via via generalizzando negli "stati moderni", nel tentativo di uniformare gli individui.
Un'altra usanza copiata dall'occidente consiste nel prendere, da parte della sposa, il cognome del marito. Nell'Islam la donna conserva la sua identità di nascita per tutta la vita, sia per preservare le sue origini che per salvaguardare il suo statuto personale.
E' a questo titolo che l'adozione (tabanni) non è riconosciuta dall'Islam. L'orfano gode nel diritto islamico di una protezione particolare, tuttavia non è equiparato al figlio biologico, e non gli viene imposto il nome della famiglia che lo accoglie, perché questo cancellerebbe le sue origini, e denaturerebbe la sua identità.

tratto da: http://www.islamicbulletin.org/italian/ebooks/nomi_arabi.pdf

Condividi l' articolo su Facebook

venerdì 27 giugno 2014

Il Ramadan e l'harem



Alle grandi festività l'harem partecipava in due modi: aiutando nei preparativi e assistendovi da palchi appositamente allestiti. V'erano però, lungo il corso dell'anno, anche altre cerimonie ed altre festività, soprattutto religiose, cui le donne dell'harem partecipavano. Ad esempio la preghiera del venerdì. A mezzogiorno si formava un corteo pubblico, che accompagnava il sultano alla moschea. Durante il mese di Ramadàn i cerimoniali religiosi erano maggiormente osservati. La prima notte del mese sacro trascorreva nella preghiera. fino a che il cannone annunciava l'inizio del digiuno. A mezzogiorno un teologo teneva un sermone in ogni nucleo dell'harem. La sera era nuovamente lo sparo del cannone che segnava la rottura del digiuno. Limonate, sciroppi, datteri e miele, erano i cibi che si assumevano prima di dare inizio al pasto vero e proprio. A questo punto il sultano invitava dignitari e ospiti di gran lignaggio, ed era compito della validè sultàn e delle donne dell'harem ospitare le spose dei dignitari. Dopo la preghiera le donne dell'harem e le loro ospiti potevano essere intrattenute con canti e musiche. Per la festa di fine Ramadàn, il sultano visitava l'harem, distribuendo doni a tutti e cercando, in particolare, di appianare lagnanze e eventuali questioni. Era d'obbligo per il sultano visitare la validè e le donne dell'harem durante la festività per la "notte del destino" (quando il profeta Maometto ricevette la prima rivelazione del Corano); per la "nascita del Profeta"; per la "notte dell'Ascesa" (durante la quale il Profeta compì un viaggio mistico); e per la "festa del sacrificio" che rammenta il sacrificio di Abramo. In queste occasioni si regalavano soprattutto oggetti e monili in filigrana d'argento e d'oro.

                             
                                               Ramadan Mubarak


Condividi l' articolo su Facebook

lunedì 16 giugno 2014

La poesia araba di : Mahmoud Darwish

Pensa agli altri



Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell'acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti, pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish

Condividi l' articolo su Facebook

giovedì 29 maggio 2014

Proverbio libanese



                              Se vuoi un raccolto per un anno, pianta il grano; 
                              se vuoi un raccolto di dieci anni, pianta alberi; 
                              se vuoi un raccolto per cento anni, educa un popolo.

ill: An Arab School – The School Of Sultan Hassan - FredericK Goodall ( 1822-1904, English)

Condividi l' articolo su Facebook

mercoledì 7 maggio 2014

Harem: la musica e la danza




Nel Medioevo donne di “straordinaria bellezza” venivano acquistate al mercato degli schiavi o rapite come bottino di guerra, per essere portate nei palazzi di uomini potenti, califfi, sultani e ricchi mercanti. Alcune di queste ragazze venivano impiegate per i lavori domestici, altre  più fortunate, erano affidate dal padrone dell’harem, ad esperti maestri in modo che potessero imparare a cantare,  a ballare, a recitare poesie e a suonare strumenti musicali. Nel Palazzo vi era la sala della musica, dove solo gli insegnanti e le studentesse potevano avervi accesso, e naturalmente le persone addette alle pulizie. Nell'harem, da sempre, avevano luogo piccoli concerti, serate di canto e spettacoli teatrali tipicamente turchi. Sopratutto apprezzata era la danza. Le schiave-ballerine più esperte godevano di maggiore libertà, potevano perfino recarsi a studiare in casa dei più famosi maestri, accompagnate da due donne anziane ed erano ammesse a competere con musicisti e poeti nelle grandi feste organizzate nei palazzi che duravano anche tutta la notte. Il corpo di ballo era composto da dieci danzatrici più una capodanzatrice e un'apprendista. In particolare eseguivano la danza kocek (che nel resto del paese era eseguita invece da giovanotti vestiti da donna), caratterizzata da sonagli d'ottone alle dita, o da nacchere; oppure la tavsan oyunu (danza del coniglio). Per ogni tipo di danza le ballerine vestivano costumi tradizionali, caratteristici di ciascuna. L’accompagnamento musicale veniva effettuato con strumenti musicali come il liuto ('ud), il violino, il tamburello (duff), le nacchere (çalpâre), il flauto (ney) , e una sorta di liuto chiamato tambur. Quando, con la fine dell’Impero Ottomano nel 1909, l’harem fu sciolto, le donne uscirono dalla loro gabbia dorata. Qualcuna  riuscì a  ritornare dalla sua famiglia, altre impiegarono le arti imparate nell’ harem per guadagnarsi la vita.

Condividi l' articolo su Facebook

martedì 15 aprile 2014

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

La kefiah

La kefiah è il tradizionale copricapo arabo, diffuso in tutto il Medio Oriente. E’ costituito da un telo di lana, cotone o seta che, piegato a triangolo, viene avvolto attorno al capo in vari stili oppure viene indossato mettendolo a triangolo sulla testa, con due punte cadenti sulle spalle e la terza che scende a proteggere la nuca e il collo. La kefiah  può essere fermata sul capo da una doppia banda nera ( una sorta di “otto” piegato su se stesso per formare un doppio cerchio) il cui nome è iqal. Sotto la kefiah alcuni uomini portano un taqiyah  o tagiyah, una sorta di cappello da preghiera musulmano indossato per lasciar traspirare meglio il capo (a volte infatti è traforato). Le kefiah palestinesi, in genere, sono a scacchi neri e bianchi, ma esistono anche quelle rosse e bianche, chiamate shemag, indossate soprattutto dai giordani, e quelle tutte bianche chiamate ghutrah utilizzate nella Penisola Arabica. 
La kefiah è conosciuta anche con altri nomi  come yashmag, mashadad e hattah.
Questo copricapo tradizionale è spesso indossato nei paesi occidentali come segno di solidarietà verso il popolo palestinese.
Il significato storico-politico che si nasconde dietro quest'indumento risale ai primi anni del Novecento. La kefiah era usata soprattutto dai contadini palestinesi per ripararsi dal sole e dal vento e si contrapponeva ad un altro tipo di copricapo, il fez, usato, invece, nelle aree urbane e quindi dalle persone più facoltose. Ma il fez era anche il simbolo dell'Impero Ottomano che aveva governato su tutte le terre attorno al Mediterraneo dal 1299 fino al 1923. Così negli anni Trenta per contrapporsi all'avanzata dell'Europa in Palestina,perchè dopo la Prima Guerra Mondiale ne venne dichiarato il protettorato inglese, i palestinesi incominciarono ad indossare la kefiah come simbolo del patriottismo palestinese.


Condividi l' articolo su Facebook

martedì 1 aprile 2014

Ignoranza e conoscenza


Il discepolo di un Sufi si vantava delle proprie cognizioni.
Ma un giorno fu trovato impreparato, non riuscendo ad affrontare una certa questione.
Allora si recò dal suo maestro, per chiedere consiglio.
Come molti Sufi, questo saggio leggeva nel pensiero e disse:”So già cosa ti è successo. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso!”
“Che vuoi dire?”, replicò il discepolo.
“Mi spiegherò meglio.
Come pensi sia riuscito ad attingere le mie conoscenze?
“Poiché non ci arriveresti, te lo dirò io. Non ho fatto altro che chiedere istruzioni, ogni volta che ignoravo qualcosa.
“Se tu fingi di conoscere certe nozioni, come potrai mai possederle?
“D’ora in poi dà retta a me: ciò che non sai, ammetti di non saperlo. Solo in questo consiste la vera conoscenza.”

tratto da: "101 storie sufi"

Ill: Meeting of Sufi Saints. Mughal painting, circa 1645 AD. National Museum


Condividi l' articolo su Facebook

giovedì 6 marzo 2014

La poesia araba di Maram al- Masri


Le donne come me 

Le donne come me
non sanno parlare;
la parola le rimane di traverso in gola
come una lisca
che preferiscono inghiottire.
Le donne come me
sanno soltanto piangere
a lacrime restie
che improvvisamente
rompono e sgorgano
come una vena tagliata.
Le donne come me
sopportano gli schiaffi,
senza osare renderli.
Tremano di rabbia
e la reprimono.
Come leoni in gabbia,
le donne come me
sognano
di libertà..

Maram al- Masri ( (Latakia, 2 agosto 1962), è una poetessa e scrittrice siriana.





              auguri a tutte le donne
Condividi l' articolo su Facebook

sabato 22 febbraio 2014

Marocco: folclore e misticismo


Benché il Marocco sia un paese musulmano, la sua storia inizia migliaia di anni prima dell'arrivo dell'Islam, un fatto che si riflette in determinate pratiche. Nei primi tempi dell'Islam, alcuni credenti, ai quali vivere secondo i dettami della religione non sembrava abbastanza, cercarono un rapporto più intimo con Dio. Molti di questi spiritualisti, chiamati Sufi, si riallacciarono così alle antiche pratiche dei berberi; esistono ancora dei Sufi in Marocco, soprattutto nel sud dove vivono in zawiya o confraternite sufi. I Sufi costituiscono una minoranza, ma certe pratiche mistiche o superstiziose sono diffuse presso la maggioranza dei marocchini. La credenza del malocchio è molto forte e spesso la gente porta al collo o appende all'ingresso di casa un amuleto detto " la mano di Fatima" o hamza. In alcune zone rurali del sud vengono praticati dei tatuaggi facciali che si ritiene tengano lontani gli spiriti maligni(jinns). Una di tali creature è Aisha Qandisha, una bella donna con zampe di capra che, secondo la credenza popolare, vive nei fiumi e nelle tubature. I bambini ne hanno paura ed è risaputo che alcuni uomini sono caduti vittime delle sue malìe. Esistono altre pratiche folcloristiche meno conosciute, ma non sono praticate nelle città, dove i marocchini moderni le condannerebbero come non islamiche. Nell'ambito della miriade di festival e di moussem, che si tengono durante l'anno,gli stranieri possono assistere o prendere parte a diverse tradizioni folcloristiche marocchine.

ill: “Mystical Dance” Hamida Madhani

Condividi l' articolo su Facebook

mercoledì 12 febbraio 2014

La poesia araba di: Abu – al Qasim ash-Shabbi


O amore    أيّها الحب   

Amore, tu sei la causa profonda della mia melanconia,
dei miei pensieri e turbamenti, delle mie pene,
del mio tormento, delle lacrime, del mio soffrire,
del mio male, dello struggimento e della mia infelicità.
Amore, tu sei la ragione della mia esistenza:
della vita, della dignità, della fierezza.
Tu sei la mia fiaccola nelle tenebre del tempo.
Tu se il mio compagno, il conforto, la mia speranza.
 

أيها الحب، أنت سرّ بلائي، و همومي،و روعتي، و عنائي
و نحولي، و أدمعي، و عذابي، و سقامي، و لوعتي، و شقائي
أيها الحب، أنت سرّ وجودي، و حياتي، و عزتي، و إبائي
و شعاعي ما بين ديجور دهري، وأليفي، وقرّتي، ورجائي


Condividi l' articolo su Facebook

giovedì 30 gennaio 2014

Proverbio arabo



                                           Buttate in mare un uomo fortunato 
                                       e tornerà a galla con un pesce in bocca.

ill: Reuven Rubin, Arab Fisherman, 1924

Condividi l' articolo su Facebook

venerdì 10 gennaio 2014

Il kebab



Forse non tutti sanno che:
secondo la ricostruzione effettuata dall’History of World Food di Cambridge, la nascita del kebab (arabo كباب, kebāb cioè "carne arrostita") va fatta risalire a diversi secoli prima della venuta al mondo di Cristo, quando, in un Medio Oriente in cui il combustibile per il fuoco era piuttosto scarso, cucinare la carne dopo averla ridotta in piccoli pezzi si rivelava più conveniente e veloce. Aveva origine così il primo antenato del kebab, destinato a diventare doner (“doner kebab” significa "kebab che gira", con riferimento allo spiedo verticale rotante) solamente nell’Ottocento.
La leggenda ne attribuisce la paternità ad un cuoco turco, Iskender Efendi, nativo di Bursa, il quale decise, intorno al 1870, di cuocere la carne tenendola in verticale in modo tale che il grasso, colando dall’alto verso il basso, rendesse più morbido lo spiedino. Il primo a mettere in commercio il kebab ( in turco kebap) in qualità di cibo di asporto, fu invece, poco più di quaranta anni fa, Mehmet Aygun, un immigrato turco titolare di un ristorante nel quartiere multietnico di Kreuzberg a Berlino. Egli riuscì a coniugare la velocità tipica dei fast food con la tradizione turca. Secondo altri, invece, fu Kadir Numan a mettere per primo il kebab in una pita. Gestore di un ristorante nei pressi di una stazione, il signor Numan sfruttò la fame degli operai, che prendevano il treno ogni giorno, mettendo a loro disposizione uno spuntino in grado di fornire energia e che potesse essere trasportato con facilità sul posto di lavoro.

Condividi l' articolo su Facebook

sabato 21 dicembre 2013

domenica 8 dicembre 2013

Le nascite nell'harem


Nell'harem, le nascite dei figli del sultano, venivano accolte con grandi festeggiamenti. Si decorava il letto della partoriente ed anche la culla del neonato, fatta fare appositamente in legno laminato d’oro, era spesso ornata con pietre preziose. Quando il bambino nasceva, per celebrare l’evento, in ogni sezione del palazzo, si sacrificavano alcuni montoni; cinque se il nascituro era maschio e tre nel caso fosse femmina. L’annuncio ai sudditi veniva dato con un colpo a salve di cannone poi, uno dei funzionari del sultano impartiva speciali disposizioni al capo dei banditori di Istànbul affinché inviasse i suoi uomini a portare la notizia in tutta la città; notizia che in seguito veniva divulgata per tutto l’impero. La gente, di solito, si raccoglieva nelle moschee per una preghiera poi, al suono delle bande militari, iniziavano i veri festeggiamenti. Il gran visir si precipitava a Palazzo per congratularsi con il  sultano, i poeti accorrevano a corte portando cronogrammi scritti per l'occasione e l’harem si vestiva a festa. Lanterne, lampade e torce ardevano tutte le notti sia dentro che fuori il palazzo e le vie della città venivano ornate con luminarie. Fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Istànbul. 
All’interno del palazzo si provvedeva ad assegnare al bambino e alla madre un certo numero di cameriere e si designava la scorta del principe. Quando il bambino aveva cinque o sei anni, iniziava la sua educazione che includeva equitazione, tiro all'arco, caccia, uso delle armi, oltre a lezioni giornaliere in aula. A tredici o quattordici anni veniva circonciso e gli era assegnata una propria stanza. Poteva fare passeggiate ed uscire in battello ma aveva pochissimi contatti con il mondo esterno. La nascita di una figlia era salutata con minor formalità, ma dato che le principesse non potevano salire al trono, vivevano una vita più sicura dei maschi. Spesso le principesse sposavano dignitari di corte, in particolare i gran visir, e avevano doti e appannaggi confacenti al loro grado. Anche i festeggiamenti per il fidanzamento e per il matrimonio di una principessa erano sfarzosi, e potevano durare anche più giorni. I figli delle principesse non potevano in modo assoluto accedere al trono, ma godevano di privilegi particolari e potevano avere accesso a cariche ufficiali molto importanti.

ill:  "Mother And Child" di Frederick Arthur Bridgman - Oil Painting
  
Condividi l' articolo su Facebook

domenica 10 novembre 2013

Pensieri d'oriente: la coscienza..



                          La coscienza non consiste nel rifiutare,
                                ma nel guarire ciò che stimiamo essere il male.

Cheikh Khaled Bentounes

Condividi l' articolo su Facebook

lunedì 21 ottobre 2013

La poesia turca di: Nazim Hikmet




Foglie morte

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno, una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno, non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno, che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno mi sento d'accordo con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali dei viali d'ippocastani.

Dipinto : olio su tela di Samir Abi Rached

Condividi l' articolo su Facebook

sabato 5 ottobre 2013

Il caffè arabo

dallah

“Caldo come l’inferno, nero come l’inchiostro, dolce come l’amore”
così un antico proverbio arabo raccomanda di sorbire il caffè.

Nei Paesi mediorientali il caffè costituisce un vero e proprio rito ed ha un grande valore simbolico legato all’amicizia e all’ospitalità, per questo è buona educazione accettarlo sempre quando viene offerto. Il caffè arabo è molto diverso da quello occidentale e si prepara con la dallah, una tipica caffettiera molto alta e con un lungo becco. Viene poi servito in piccole tazze prive di manico. In Turchia invece si utilizza il cezve, un bricco di
rame o di ottone caratterizzato da un lungo manico. La preparazione è comunque simile e l’unica differenza sta nel fatto che gli arabi , il più delle volte, aromatizzano il caffè con spezie come il cardamomo. Gli ingredienti sono scelti con cura: il caffè viene macinato a mano o a macchina in modo da ottenere una polvere finissima e tutti gli ingredienti, ossia l’acqua, lo zucchero e la polvere di caffè vengono mescolati assieme, lasciando che alcune particelle di caffè e di zucchero rimangano sospese in superficie. Il caffè assume così una consistenza  densa e sciropposa e occorre qualche minuto di decantazione per far si che la polvere si depositi sul fondo delle tazzine creando forme particolari interpretate poi nella pratica, tipicamente turca, della lettura dei fondi di caffè (caffeomanzia). L’abbondante schiuma ( kaff) che si forma durante la preparazione viene versata nelle tazzine con un preciso ordine: se ne dà più agli anziani e meno ai giovani, più agli uomini e meno alle donne. Negli anni passati, la preparazione del caffè, era compito esclusivo della donna della famiglia. La donna di servizio, prima di poter preparare il caffè per gli uomini, doveva avere anni di esperienza che accumulava  preparandolo per le donne, mentre gli uomini erano al lavoro. Nel mondo arabo si dice che la pianta sia stata donata a Maometto dall’arcangelo Gabriele e che Allah bevve caffè nel giorno in cui creò il mondo e vino nel giorno del Peccato originale: per questo il vino è proibito all’uomo, mentre il caffè è considerato portatore di senno.

http://teallamenta.blogspot.it/p/la-cucina-araba.html


Condividi l' articolo su Facebook

sabato 21 settembre 2013

La hshuma


Il concetto di hshuma, vergogna, è fondamentale nella società marocchina. L’onore familiare ha un’importanza cruciale e viene custodito gelosamente. Se la colpa, in occidente, è la consapevolezza di aver agito male, la hshuma è la consapevolezza che gli altri sanno che abbiamo agito male. I marocchini fanno di tutto per evitare la hshuma, come  appare evidente nel comportamento pubblico. Le bugie innocenti (kdiba bida in arabo) sono molto comuni: a esempio, se chiedeste ad un marocchino un favore che egli non è in grado di farvi, invece di dirvi di no probabilmente lo rimanderà all’infinito per salvare la faccia ed evitare la hshuma, del tutto in buona fede. Esistono vari modi in cui uno può attirare su di sé la hshuma. In genere rientrano tutti nella categoria del comportamento che esula dalle norme sociali: devianze sessuali, qualsiasi cosa proibita dall’Islam o dalla propria famiglia portano la vergogna. La persona disonorata viene colpita da ostracismo da parte della società o, nei casi più gravi, persino dalla propria famiglia. In realtà i marocchini fanno ogni sforzo per un parente per proteggere la reputazione della famiglia. A volte per affetto, altre volte per paura della hshuma, ma comunque sia la lealtà familiare è molto forte e anche se un membro si comporta male ripetutamente, la famiglia rimane al suo fianco finché è possibile. Inoltre il modo in cui si trattano gli amici in pubblico è molto diverso dal trattamento che ricevono in privato. Le lodi in pubblico sono molto apprezzate, anche se può capitare, a volte,  che vengano respinti con modestia dei ringraziamenti esagerati. Se si deve riprendere un amico o un collega, invece è meglio farlo in privato, dove nessuno può assistere al rimprovero. D’altro canto, per una donna minacciare un marocchino di attirare su di lui la hshuma può essere un modo efficace per indurlo a lasciarla stare. “Vai da tua madre” è uno dei peggiori insulti, perché gli rammenta la hshuma che sua madre proverebbe se sapesse del suo comportamento.

Tratto da "Marocco" di York Jillian

Condividi l' articolo su Facebook

domenica 1 settembre 2013

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente:

Il fez

Il fez è un copricapo maschile in feltro, solitamente di colore rosso. Rotondo, senza tesa ha un pennacchio nero attaccato sulla sommità piatta . Il fatto di non avere una visiera lo rende più comodo durante la preghiera in quanto permette di appoggiare facilmente la fronte a terra durante le sessioni di preghiera. In Marocco, il  fez è ancora parte della divisa ufficiale e viene indossato con un djellaba bianco e con pantofole gialle o bianche; è indossato anche da molti funzionari e dal re in occasione di cerimonie e nei ritratti ufficiali. Non se ne conoscono con precisione le origini, ma nell’ ottocento si ebbe la sua maggiore diffusione in oriente, in particolar modo nella Turchia degli Ottomani. Si ritiene che il nome derivi dalla città di Fès, dove si produceva la tinta cremisi che lo contraddistingue.  In Nord Africa viene chiamato anche shashia stambuli o tarboosh. Benché il fez venga spesso confuso con la shashia, i due copricapi sono alquanto differenti: il fez è rigido, conico e di forma sollevata, mentre la shashia è morbida e aderisce alla sommità della testa, alla maniera di un berretto a calotta. 

ill: "head of an Arab in a fez" by Isidore Alexandre Augustin Pils

Condividi l' articolo su Facebook

giovedì 15 agosto 2013

La poesia araba di : Khalil Gibran



Farò della mia anima uno scrigno

Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

Khalil Gibran

Condividi l' articolo su Facebook
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...