giovedì 28 gennaio 2016

I libri di Najim:

La terrazza  proibita. (Vita nell'harem)
inizia così....



Venni al mondo nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina del nono secolo, cinquemila chilometri circa a ovest della Mecca e solo mille chilometri a sud di Madrid, una delle temibili capitali cristiane.
Mio padre era solito dire che con i cristiani, e con le donne i guai nascono quando non vengono rispettati i hudùd, ovvero i sacri confini. Al tempo in cui nacqui, dunque, si era in pieno caos, perché né donne né cristiani volevano saperne di accettare i confini. E questo era evidente già sulla soglia di casa, dove le donne dell'harem discutevano e si accapigliavano con Hamed, l'uomo a guardia della porta, mentre per strada sfilavano i soldati stranieri che continuavano ad arrivare dal nord e che si erano stabiliti proprio in fondo alla nostra via, tra i quartieri vecchi e la Ville Nouvelle, la città nuova che si stavano costruendo. Secondo mio padre, non era un caso che Allah, creando la terra avesse separato uomini e donne, e messo un mare a dividere cristiani e musulmani. L'armonia esiste quando ogni gruppo rispetta i limiti dell'altro conformemente a quanto prescritto; passare quei limiti conduce solo al dolore e all'infelicità. 
E invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla, e andare a passeggio per vie sconosciute, mentre i cristiani continuavano ad attraversare quel mare, portando disordine e morte.
Sciagura e vento freddo vengono dal nord; e noi preghiamo rivolti verso l'est. La Mecca è lontana. La tua preghiera può giungere fin là, ma devi sapere come concentrarti. A tempo debito mi avrebbero insegnato a concentrarmi.
I soldati spagnoli si erano accampati a nord di Fez. Zio Alì e mio padre, che in città erano tanto potenti e in casa davano ordini a tutti, dovevano chiedere il permesso a Madrid, se volevano recarsi alla festa religiosa di Mawlày Abdelsalàm, vicino a Tangeri, a trecento chilometri di distanza. ma quei soldati fuori dalla nostra porta appartenevano a un'altra tribù: quella dei francesi, cristiani come gli spagnoli, ma che parlavano un'altra lingua e vivevano ancora più a nord. La loro capitale si chiamava Parigi e, secondo mio cugino Samìr, doveva trovarsi a duemila chilometri da noi, due volte più lontana di Madrid, e due volte più feroce. Come i musulmani, i cristiani avevano l'abitudine di combattersi tra di loro; e ogni volta che spagnoli e francesi varcavano il nostro confine, per poco non si ammazzavano a vicenda. Quando fu chiaro che nessuno dei due era in grado di sterminare l'altro, presero la decisione di tagliare in due il Marocco.....
......
Fatema Mernissi

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mercoledì 30 dicembre 2015

Proverbio sudanese


                                    
                                 La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: 
                                 per questo il suo breve tempo le basta. 


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giovedì 10 dicembre 2015

I tappeti berberi



L'arte di annodare i tappeti si è probabilmente sviluppata nelle steppe dell'Asia centrale diverse migliaia di anni fa. Le tribù nomadi avevano bisogno di qualcosa che potesse proteggerli contro il clima rigido invernale, qualcosa che fosse più maneggevole rispetto alle coperture in pelle di montone. Allo stesso tempo, creavano ornamenti per le proprie tende. Il materiale utilizzato per l'ordito e la trama era il vello ottenuto dalle greggi di pecore e capre. 
I telai, nella loro forma più semplice, erano composti da due barre di legno (subbi) fissate a terra tra le quali veniva teso l'ordito. Questi telai orizzontali, utilizzati dai nomadi ancora oggi, hanno il vantaggio di poter essere piegati facilmente e trasferiti al campo successivo. 
Il motivo di questi primi tappeti era composto da forme geometriche o figure stilizzate. I tappeti berberi sono ancora oggi, caratterizzati da losanghe, triangoli, righe dritte e zig-zag, disegni semplici e geometrici. Ogni tappeto è un libro ‘unico’, tutto da decodificare, frutto della creatività individuale, che rappresenta prima di tutto le fasi della vita della donna che lo ha creato, l’adolescenza, il matrimonio, la gravidanza, la sessualità, infatti si tratta proprio di un linguaggio in codice, tramandato di madre in figlia, che racconta la storia segreta della donna che lo ha tessuto.. Realizzato in lana, un buon tappeto contiene almeno 480.000 nodi in un metro quadro, e sono necessari non meno di nove mesi per realizzarlo. I tappeti Taznakht vengono colorati utilizzando pigmenti naturali come zafferano, henné e menta. Sono fatti di lana di pelo di capra o di dromedario, e una volta terminati diventano tappeti di casa, coperte, arazzi, oppure vengono venduti e porteranno con se la loro storia segreta. Artisti di fama mondiale come Paul Klee, Le Corbusier, Wassily Kandinsky erano grandi estimatori dei tappeti berberi e in varie occasioni hanno loro reso omaggio. Le Corbusier in particolare quando insegnava alla scuola di Belle Arti a Parigi aveva questa teoria: ‘Fare come le donne berbere, unire alla geometria la più incredibile fantasia’.

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martedì 27 ottobre 2015

La mano di Fatima


La leggenda racconta che una sera Fatima, (figlia del Profeta Maometto andata in sposa ad Ali, nipote del padre) stava preparando la cena, quando vide rientrare il marito, di cui era perdutamente innamorata, con una concubina. Profondamente addolorata dall'arrivo di questa donna, Fatima non si accorse di aver lasciato cadere il cucchiaio di legno con cui stava cuocendo la cena e continuò a mescolare con la mano, senza sentire dolore fisico, poiché la pena che provava nel cuore era talmente forte da non farle sentire il bruciore alla mano.
Quando il marito arrivò in cucina, trovandola in quello stato, le chiese cosa stesse facendo e, solo in quel momento, lei si riscosse, accorgendosi della bruciatura e del forte dolore alla mano. Ali si prese cura di lei, ma poi le disse che avrebbe passato la notte con la nuova sposa.
Fatima accettò la volontà del marito, ma quando l’uomo si recò nella sua stanza con la concubina, lei li osservò di nascosto da una fessura tra le assi di legno della parete della camera. Si dice che quando vide Ali baciare la nuova moglie, una lacrima uscì dagli occhi di Fatima, per andarsi ad appoggiare sulla spalla del marito, facendogli capire l'amore che provava per lui e convincendolo a rinunciare alla nuova moglie. La mano di Fatima è diventata così un amuleto a forma di palmo aperto chiamato “hamsa”, o “khamsa” considerato una potente protezione contro le malvagità, il malocchio, la gelosia ed i cattivi pensieri in tutto il territorio del nord Africa e di parte del Medio Oriente. Le giovani donne arabe ed islamiche  lo indossano anche per ricevere il dono della pazienza, che porterà loro gioia, fortuna e ricchezza. La parola “hamsa” (o khamsa) significa cinque, numero che, nella religione musulmana riveste un valore sacro: per i Sunniti rappresenta i cinque pilastri della fede, mentre gli Sciiti vi riconoscono l'autorità dei cinque uomini con il turbante, figure religiose inviate direttamente dal Profeta. Spesso le ricche decorazioni presenti sul pendente vengono completate con il disegno di un occhio centrale, per alcuni è l'occhio di Dio che vigila sui fedeli, per altri un potente talismano che allontana il malocchio.

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domenica 18 ottobre 2015

giovedì 1 ottobre 2015

La poesia araba di Mahmoud Darwish.

 Profugo

"Refugees" (1938), an oil painting by Leon Bibe

Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: “Assassino!”,
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: “Ladro!”,
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: “Profugo!”.
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte è effimera,
né gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perché i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.


Mahmoud Darwish


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venerdì 18 settembre 2015

Calligrafia araba: i calligrammi

Basmalah
I calligrammi rappresentano l'esito più figurativo della calligrafia araba: sono figure fatte di caratteri, di parole che si intrecciano e si dispongono a formare il disegno desiderato, spesso dal significato religioso. I calligrammi sono utilizzati, attualmente, anche per creare loghi e marchi commerciali: un esempio è dato dal logo del canale televisivo Al Jazeera. Lo strumento essenziale del calligrafo era il qalam; una penna di carta secca; i caratteri sono tracciati con inchiostro nero oppure colorato: un tempo si usavano anche inchiostri dorati per arricchire le scritte più importanti. Come supporto, anticamente,  si usava il papiro, poi la pergamena; poi si passò alla carta giunta in Arabia già nel x secolo, ben prima che in Europa. Prima di iniziare a scrivere, la carta veniva sottoposta a particolari trattamenti che la rendevano più liscia e impermeabile, in modo da rendere più agevoli eventuali correzioni. Si preferiva di solito la carta colorata, perché quella bianca creava un contrasto che alla lunga poteva stancare la vista. Era in uso anche la pratica del collage che consisteva nel ritagliare le lettere per incollarle su un altro foglio di colore diverso che fungeva da sfondo. Anche la carta poteva essere impreziosita con oro. Altri supporti molto impiegati per la calligrafia sono stati i tessuti e le monete.

http://nosatispassion.altervista.org/tipografia/5745/la-scrittura-araba/

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lunedì 31 agosto 2015

La cucina marocchina



La cucina marocchina è molto varia e notevole per i suoi sapori e aromi, anche se i piatti di gran lunga più diffusi e consumati sono il tajine ed il couscous. Tutte le portate sono molto speziate ma non eccessivamente piccanti (tranne qualche eccezione).
Il pane è parte essenziale di ogni pasto: non utilizzando in genere posate, viene usato per raccogliere il cibo dal piatto di portata.
Il tajine, un piatto di carne (montone, manzo, agnello, capra, pollo) o pesce, e verdure, trae il suo nome da quello della pentola di terracotta nel quale viene preparato. Il tajine è un piatto comune in tutti i ristoranti e le famiglie marocchine, e prevede una preparazione non molto elaborata ma lunga (più di due ore di cottura): questo è il motivo per cui in generale è sconsigliabile consumarlo al ristorante, dove viene precotto per poter essere servito in tavola in tempi brevi.
Il couscous, piatto del venerdì, è una farina di semolino di color crema cotto al vapore sopra un brodo molto aromatico fatto di carne e verdure e servito con carne e salsa creata dal brodo stesso.
Le olive conservate in succo di limone e sale sono un ingrediente essenziale in molti piatti marocchini.  Si trovano di diverse dimensioni, colori e vengono utilizzate in varie occasioni, soprattutto per il loro sapore ma anche per la presentazione del piatto.
La bastilla viene servita in occasioni speciali (tipicamente matrimoni), e consiste in una combinazione stravagante di carne speziata (spesso di piccione, ma anche di pollo o manzo), uova cremose aromatizzate al limone e mandorle: cotta al forno o fritta, all’interno di fogli sovrapposti di pasta, viene condita con zucchero a velo e cannella prima di essere servita. Come per il tajine, non è consigliabile consumarla al ristorante.
L'agnello cotto sui carboni ardenti, conosciuto come mechoui, è il protagonista della festività Aid al Kebir (grande festa, o anche festa del montone) che ha luogo all’inizio del primo mese del calendario islamico (ashora). La carne alla griglia (in forma di spiedini) è comunque forse il piatto più diffuso, che si può trovare in ogni momento dell’anno ed in ogni ristorante o bar di paese: manzo, agnello, capra, pollo, kefta (carne trita), ma anche fegato e interiora.
Caratteristica di Marrakech è poi la tanjia, un piatto di sola carne (manzo o montone) o pesce, preparata in una specie di anfora di terracotta messa nel forno a legna degli hammam per più di quattro ore.
Infine esistono due tipi di zuppe: la harira (dalla preparazione molto elaborata, a base di legumi, carne, pomodoro e ovviamente spezie), molto piccante, e la bissara (fave e lenticchie), ottima per le colazioni invernali. Alla rottura del digiuno durante il ramadan (verso le ore 18) si mangia tradizionalmente la harira accompagnata dai datteri.
La pasticceria marocchina è molto ricca, e gli ingredienti principali sono mandorle, miele, semi (sesamo, pistacchi). Si consuma da sola o insieme al caratteristico tè alla menta (tè verde a foglia larga aromatizzato con foglioline di menta fresca e molto zuccherato), il vero simbolo culinario del Marocco.

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sabato 8 agosto 2015

Detto arabo

                                           
                                           Non tutti quelli che si sforzano
                                           riescono a catturare una gazzella,
                                           ma chi cattura una gazzella
                                           sicuramente si è sforzato.


ill: arabian-gazelle-mark-adlington

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lunedì 27 luglio 2015

Il gatto nella tradizione islamica


Dal VI secolo attraverso la via dell'Egitto il gatto raggiunse anche i paesi arabi dell'Islam, dove l'animale eletto era il cavallo. Le simpatie suscitate dal gatto superarono la fama degli equini. La tradizione musulmana infatti riporta molte leggende intorno a questo animale. La più nota di queste narra che Maometto aveva costantemente al suo fianco una gatta chiamata Muezza, a cui voleva un bene infinito. 
Muezza un giorno si addormentò sulla veste di Maometto e giunta l’ora della preghiera, Maometto indeciso sul da farsi, per non svegliare la gatta, taglio il pezzo di veste dove essa dormiva. Al ritorno di Maometto la gatta gli andò incontro e per ringraziarlo gli fece tante fusa. Egli, lieto e contento di tale accoglienza, elargì doni per Muezza e i gatti a venire.La accarezzò tre volte sul dorso e i “segni” rimasti, furono secondo la leggenda l’avvio per la colorazione tabby (fondo grigio con sottili strisce nere o marroni appartenute all’antenato gatto africano), inoltre ebbe in dono la capacità di atterrare sempre sulle zampe a qualsiasi altezza cadesse,(più avanti si scoprirà che tale capacità è collocata nell’apparato uditivo del gatto) le nove vite e un posto in paradiso.
Un'altra leggenda narra invece che Maometto si ritrovò un serpente velenoso intrufolato nella manica della sua veste e siccome per il principio della religione non voleva fargli del male, si fece aiutare dalla gatta che, appena il serpente uscì la testa dalla manica della veste di Maometto, Muezza prontamente lo catturò salvando la vita di Maometto.
Gli arabi amano molto i gatti e difatti sono gli unici animali liberi di stare nelle moschee e anche loro come gli antichi egizi, non possono colpire malamente i gatti perché la legge islamica, punisce chi commette violenza sui gatti.

http://www.catbook.it

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mercoledì 8 luglio 2015

La poesia araba di Wafaa Lamrani.

Schema




Se ci fosse un significato
se ci fosse un colore
se ci fosse un giorno
non la posta del lunedì
non il treno del martedì
non il bucato del mercoledì
non l'incontro del giovedì
non la nausea del venerdì
non la solitudine del sabato
non la noia della domenica.
Com'è faticosa la domenica pomeriggio....
Se ci fosse un viso al posto di un viso,
un numero al posto di un numero,
una vita al posto di questa vita,
un tempo al posto di questo tempo,
un sole al posto del sole,
una terra invece della terra
se ci fosse un'aria che fosse veramente aria....
Sono stanca di quel che mi circonda, stanca delle 
parti che mi compongono
stanca di me stessa.
Sono stanca di essere una musa per i poeti,
stanca della terra 
che non fa per me, sono stanca del cielo.
Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e
della strada 
che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di 
negare.
Se solo ci fosse un giorno,
un colore,
un significato....


Wafaa Lamrani nata in Marocco nel 1960, ha iniziato a comporre giovanissima.
A partire dal 1980 i suoi componimenti vengono pubblicati dalle principali riviste 
culturali arabe.

ill: Faiza Maghni

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martedì 16 giugno 2015

Ramadan: la preghiere Taraweeh

at-prayer-in-the-mosque-filipo-bartolini-or-frederico.

Quando il mese di Ramadan, ha inizio, i musulmani entrano in un periodo di disciplina e di culto: il digiuno durante il giorno, e la preghiera per tutto il giorno e la notte. La sera si recitano preghiere speciali che comprendono lunghe porzioni del Corano. Queste preghiere speciali sono conosciute come Taraweeh .
La parola Taraweeh deriva da una parola araba che significa riposare e rilassarsi. La preghiera può essere molto lunga (oltre un'ora), durante la quale si sta in posizione verticale per leggere il Corano e si eseguono molti cicli di movimento (in piedi, inchinati, prostrati e seduti).
Dopo ogni quattro cicli, ci si siede per un breve periodo di riposo prima di continuare - è qui che ha origine il nome Taraweeh ("preghiera riposo").
Durante le porzioni in piedi della preghiera, vengono letti  lunghi tratti del Corano. Il Corano è diviso in parti uguali (dette juz ) in modo tale da leggere le sezioni di uguale lunghezza durante ciascuna delle notti di Ramadan. Così, viene letto ogni sere 1/30 del Corano, in modo tale da terminarlo entro la fine del mese.
Si raccomanda che i musulmani frequentino le preghiere Taraweeh nella moschea (dopo 'Isha , l'ultima preghiera della sera), per pregare in congregazione. Questo vale sia per gli uomini che per le donne. Tuttavia, si può anche compiere le preghiere individualmente a casa. Queste preghiere sono volontarie, ma sono fortemente raccomandate e ampiamente praticate.
L'Arabia Saudita trasmette in televisione le preghiere Taraweeh in diretta da La Mecca, ora con sottotitolazione simultanea della traduzione inglese.



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venerdì 5 giugno 2015

Detti persiani



Per quanto vecchio possa diventare un tessuto di seta, 
non sarà mai una stringa da scarpe.

Non si può nascondere la luna con un dito.

Non dar peso al fatto che il pepe è piccolo; considera com'è piccante.

Se la preghiera dei bambini andasse a segno,
non vivrebbe più neanche un maestro.

La parola è lo specchio di colui che parla

ill: Eugene Delacroix ~ Seated Arab in Tangier, 1832

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sabato 16 maggio 2015

Il mendicante



Un mendicante si recò da un imperatore e gli disse:" Se mi farai la carità, esiste una condizione". L'imperatore aveva visto molti mendicanti, ma mai qualcuno che ponesse condizioni. Questo mendicante era davvero strano, un uomo con molto potere, era un mistico sufi. Aveva fascino, carisma e la sua personalità aveva un'aura. Persino l'imperatore provò un po' di gelosia. Di che condizioni parlava?
L'imperatore gli chiese: "Che cosa intendi dire? Quale condizione?".
Il mendicante rispose: "Questa è la mia condizione: accetto la tua carità solo se riesci a riempirmi completamente la ciotola".
Si trattava di una piccola ciotola da mendicante e il re rispose: "Che cosa credi che sia? Un mendicante? Credi che non possa riempire questa piccola e lurida ciotola?".
Il mendicante rispose: "Ho pensato fosse meglio dirtelo prima, perché dopo potresti avere dei problemi. Se pensi di poterla riempire, riempila".
Il re convocò il suo visir e gli ordinò di riempirla di pietre preziose: diamanti, rubini, smeraldi... che questo mendicante sappia con chi sta parlando!
Ma ecco sorgere le difficoltà. La ciotola veniva riempita, ma il re era sbalordito: non appena le pietre cadevano nella ciotola, scomparivano. Il re divenne furioso e disse al suo visir: "A costo di perdere il mio regno e di svuotare i mie forzieri, non voglio che questo mendicante mi sconfigga. Sarebbe troppo!". 
Si narra che tutti i tesori scomparirono e pian piano il re divenne un mendicante; ci vollero mesi... e il mendicante era ancora lì e il re era lì, tutta la popolazione della capitale era presente e si domandava che cosa stava succedendo, che cosa sarebbe accaduto perché tutto scompariva nella ciotola. Alla fine il re cadde ai piedi del mendicante e gli disse: "Perdonami, ma prima di partire devi dirmi una cosa. Qual'è il segreto di questa ciotola? Tutto è scomparso all'interno!".

Il mendicante rise e rispose: "E' fatta di ego umano. Ho costruito questa ciotola con l'ego umano: tutto scompare all'interno e nulla lo soddisfa mai"


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lunedì 20 aprile 2015

Proverbi afghani



• Per chi è affamato, il pane cuoce sempre lentamente. 
• L'aceto regalato è più dolce del miele. 
• Per alta che sia la montagna, un sentiero vi si trova.
• Le cose a buon mercato portano grane, quelle costose richiedono sforzo.
• Se le mogli fossero una bella cosa, Dio ne avrebbe una.
• Che cosa desidera il cieco? Due occhi per vedere.

ill: Aracil German. 'Old Arab'


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lunedì 30 marzo 2015

Abbigliamento arabo tra passato e presente: kameez shalwar


Il kameez shalwar  o shalwar qamis è l’abito tradizionale del Pakistan, ma viene utilizzato moltissimo anche in India , Bangladesh, Afghanistan e nel Punjab, tanto da essere denominato anche “vestito di Punjabi”. E’ indossato sia dagli uomini che dalle donne. Shalwar sono i pantaloni che possono essere molto larghi oppure più stretti nella parte inferiore (in questo caso prendono il nome di churidar) ed hanno un laccio in vita per regolarne la misura. Kameez o qamis è la camicia lunga o tunica le cui cuciture laterali (dette chaak) sono lasciate aperte dalla cintura in giù per dare a chi la indossa più libertà di movimento. Le donne che portano il kameez shalwar usano solitamente una sciarpa lunga più di 2 metri (dupatta) avvolta intorno alla testa o al collo. Per le donne musulmane, la dupatta è l’alternativa al più rigido chador o al burqa.Per le donne indù (in particolare quelle provenienti da nord dell'India, dove il salwar kameez è più popolare), la dupatta viene utilizzata quando si deve coprire la testa, come in un tempio o in presenza di anziani. Per le altre donne, la dupatta è semplicemente un accessorio elegante che può essere indossato su una spalla, drappeggiato intorno al petto o sopra entrambe le spalle. Le versioni moderne del kameez shalwar femminile sono molto meno modeste delle versioni tradizionali.

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venerdì 6 marzo 2015

La poesia libanese di : Joumana Haddad


Sono una donna



Nessuno può immaginare
quel che dico quando me ne sto in silenzio
chi vedo quando chiudo gli occhi
come vengo sospinta quando vengo sospinta
cosa cerco quando lascio libere le mani.
Nessuno, nessuno sa
quando ho fame quando parto
quando cammino e quando mi perdo,
e nessuno sa
che per me andare è ritornare
e ritornare è indietreggiare,
che la mia debolezza è una maschera,
e quel che seguirà è una tempesta.
Credono di sapere
e io glielo lascio credere
e io avvengo.
Hanno costruito per me una gabbia affinché
la mia libertà
fosse una loro concessione
e ringraziassi e obbedissi.
Ma io sono libera prima e dopo di loro,
con loro e senza loro
sono libera nella vittoria e nella sconfitta.
La mia prigione è la mia volontà!
La chiave della mia prigione è la loro lingua
ma la loro lingua si avvinghia intorno alle dita 
del mio 
desiderio
e il mio desiderio non riusciranno mai a domare.
Sono una donna.
Credono che la mia libertà sia loro sia loro proprietà
e io glielo lascio credere
e avvengo.

Joumana Haddad (1970) poetessa, giornalista e traduttrice libanese è una delle esponenti di punta della poesia araba contemporanea.


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sabato 14 febbraio 2015

Contiamo arabo...


I numeri ci sembrano così familiari che viene da pensare che siano esistiti da sempre, scritti così come li conosciamo. Tanto tempo fa, invece, venivano scritti in modo diverso dalle varie popolazioni. Noi ora utilizziamo solo dieci simboli o cifre per scrivere qualunque numero, anche grandissimo. Un tempo, invece i simboli erano molti di più e, soprattutto per scrivere numeri molto grandi, venivano adoperati tanti segni.Per scrivere per esempio il numero 3472 noi adoperiamo quattro segni. I romani scrivevano invece: "MMMCCCCLXXII" e cioè adoperavano dodici segni. Furono le popolazioni indiane che inventarono il modo per poter scrivere i numeri adoperando solo dieci cifre con quello che ora viene chiamato metodo posizionale nel quale, cioè, una cifra cambia di valore a seconda del posto che occupa. Ma furono gli arabi che lo comunicarono a tutto il mondo occidentale. Il califfo arabo di nome al-Mansur ricevette a Baghdad una delegazione di astronomi e studiosi indiani. Era circa il 760 dopo Cristo. Il califfo aveva già sentito parlare di questo modo originale e intelligente di scrivere i numeri e chiese agli studiosi indiani di spiegarglielo.  Essi accettarono di buon grado e gli mostrarono anche come fosse molto più facile, usando quel metodo, fare le quattro operazioni. Da quel momento gli studiosi arabi, già molto esperti nel campo dei numeri, ebbero in mano uno strumento molto più potente e fecero grandi progressi. Circa mezzo secolo dopo un astronomo dell'Accademia Bayt al Hikrna (casa della sapienza) che si chiamava Mohammed ibn Musa al-Khuwarizmi scrisse, per la prima volta nel mondo, un libro in cui spiegava il metodo posizionale, le operazioni e tutta l'aritmetica conosciuta fino ad allora. Dette anche nuovi simboli ai numeri rispetto a quelli indiani, introducendo quelli conosciuti attualmente. Il libro ebbe, negli anni successivi, grande diffusione in tutto il mondo arabo e quindi anche in Sicilia e in Spagna. Quando nel 1100 fu tradotto in latino (che era ancora la lingua usata per scrivere), diventò la base per lo sviluppo della matematica in tutto il mondo occidentale e quindi per il progresso della scienza e della tecnica.
La forma dei numeri arabi, così come li conosciamo, deriva dalla quantità di angoli contenuti nel disegno del numero come mostra lo schema qui sotto: il numero 1 forma un angolo, il numero 2 due angoli e così via...
  

 Una curiosità: avrete sentito certo parlare de "Le mille e una notte" e conoscerete la storia di Sherazade. Bene, vi siete mai chiesti perché proprio mille e una? Provate a moltiplicare qualunque numero di tre cifre per 1001 e guardate cosa succede!

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mercoledì 21 gennaio 2015

La scodella ( Egitto)


C’era (o non c’era, ma se non c’era fa lo stesso) un uomo povero ma contento, che il giorno si guadagnava il pane lavorando duramente, e la sera si sedeva davanti alla porta di casa con i suoi, a raccontare storie meravigliose. La sua era una casa felice, piena di risate e di canzoni, e gli ospiti erano sempre bene accolti.
Nella casa di fronte, invece, si sentivano solo rimproveri e grida adirate.
Là viveva un riccone che trattava moglie e figli come servi, costringendoli a fare a meno perfino del necessario pur di risparmiare una moneta. E quando le voci allegre del povero e della sua famiglia arrivavano fino a lui, il ricco si rodeva per l’invidia, perché nonostante l’oro che aveva accumulato, la sua vita era triste e desolata.
“Senti come se la spassano! Eppure vanno in giro coperti di stracci e mangiano solo fave” diceva. “Ma prima o poi la smetteranno di ridere! E se non ci penserà il destino a rovinarli, lo farò io”. Aveva in corpo tanta rabbia che un giorno riuscì a far perdere il lavoro al pover’uomo  e, siccome era potente e tutti lo riverivano, impedì in tutti i modi che ne trovasse un altro.
Così la famiglia del povero cominciò a soffrire la fame, finché arrivo il giorno in cui, consumati i pochi risparmi, marito e moglie si ritrovarono giusto con il denaro necessario a  comperare un po’ di fave cotte.
“Ce le faremo durare il più possibile” disse la moglie del povero “e sono sicura che quando saranno finite Allah penserà a noi”.
L’uomo si mise in tasca la moneta, prese una grande scodella di legno e andò a comperare le fave, ma mentre tornava a casa inciampò, rovesciando il recipiente per terra. Addio pranzo, addio cena! E adesso che cosa avrebbero mangiato i suoi poveri figli?
L’uomo non aveva il coraggio di tornare a casa a mani vuote, e così raccolse la scodella, la ripulì e, dato che non aveva una bisaccia dove metterla, se la sistemò in testa come un cappello: se non altro l’avrebbe riparato dal sole.
Poi andò al fiume, nella speranza che qualcuno gli desse lavoro, e per fortuna trovò una grande barca pronta a salpare, che aveva giusto bisogno di rematori. In pochi giorni risalirono il fiume, sempre più avanti, fin dove vivono uomini con la pelle nera come la notte. E fu là che una tempesta li sorprese, costringendoli a fermarsi e a gettare l’ancora accanto alla riva, vicino a un villaggio dove gli stranieri capitavano raramente.
Gli abitanti, incuriositi da quella strana gente con la pelle chiara, portarono i marinai dal loro capo, che si riparava dal sole ardente sotto una tettoia di foglie di palma.
E il Capo li osservò e li fece camminare avanti e indietro, volle sentire le loro voci e fu particolarmente colpito dalla scodella che l’uomo povero portava ancora in testa. Così gli fece segno di avvicinarsi e chiese: 
“Cosa ti ha portato al mio villaggio?”.
“Il destino!” rispose l’uomo. “Nulla accade senza che Allah lo voglia”.
“E cos’e quella cosa che hai in testa?”.
Una scodella di legno” disse l’uomo. “Serve a proteggermi dal sole”.
Il Capo la prese, se la mise in testa e trovò che sì, la scodella riparava dal sole meglio di qualunque foglia di palma.
“La voglio” disse all’uomo. “Che cosa chiedi in cambio?”.
“Io? Chiedo soltanto di tornare da mia moglie e dai miei bambini” rispose lui, che da quando era sceso a terra aveva paura perfino a respirare.
“Va bene” disse il Capo. “E dato che sei così generoso da cedermi la tua scodella senza pretendere niente in cambio, ti darò anche delle pietruzze luccicanti per far giocare i tuoi figli”.
Poi affondò la mano in un cesto e ne tirò fuori una manciata di gemme, così grosse e preziose che una sola sarebbe bastata ad arricchire tutti gli abitanti del Cairo. L’uomo si affrettò a riempirsene le tasche e, quando la barca lo riportò in città, corse a casa per dire alla moglie che i giorni duri erano finiti per sempre. La scodella di legno aveva fatto la loro fortuna!
Da quella sera il riccone ricominciò a sentire canzoni e risate, vide ospiti andare e venire, spiò gli operai che tiravano su nuove mura per aggiungere altre stanza alla casa di fronte, e si accorse che il povero era diventato più ricco di lui.
“Come ha fatto quel pezzente a sistemarsi così bene? Devo saperne di più” si disse, e mandò sua moglie a far visita alla vicina, ordinandole di scoprire che cose era successo.
La donna tornò a casa dopo un pomeriggio di chiacchiere e raccontò della barca, del villaggio, del Capo che aveva scambiato le gemme con una misera scodella di legno… insomma, la vicina le aveva spiegato per filo e per segno da dove veniva la ricchezza del marito, senza nascondere nulla. Il riccone non ci pensò due volte e, riempita una barca di doni preziosi, risalì il fiume e raggiunse il villaggio insieme a una lunga fila di portatori.
“Cosa ti conduce nel mio villaggio?” gli chiese il Capo.
“Il desiderio di conoscerti” rispose l’uomo. “Si parla di te ovunque, e io ho voluto vederti con i miei occhi”.
Molto compiaciuto, il Capo domando: “E cosa c’è nelle ceste che i tuoi uomini hanno portato fin qui?”.
“I miei doni per te” rispose l’uomo, inchinandosi. “Spero che vorrai accettarli, anche se sono troppo modesti per un uomo della tua importanza”. E mostrò i tappeti, le stoffe, i vassoi d’ottone che gli aveva portato.
Il Capo ne fu così contento che disse: “Che regali meravigliosi! Non ne ho mai visti di così belli, e per ringraziarti ti darò l’oggetto più prezioso che possiedo”. Poi si tolse la scodella di legno che aveva in testa e gliela consegnò con un inchino.

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domenica 21 dicembre 2014

Negargari : le miniature iraniane

Saki - Reza Abbasi - Moraqqa’e Golshan -1609 -Golestan Palace

La miniatura in Iran si chiama negargari ed è un'arte molto antica. Difficile stabilire quando sia nata perché la maggior parte delle miniature è andata persa nel corso delle diverse guerre, quando con il fuoco veniva distrutto tutto. Basandosi su reperti di vasi e piatti ornati con le miniature si può affermare che esisteva già 2500 anni fa.
Nel periodo pre-islamico l’arte della miniatura veniva utilizzata per decorare le pareti dei palazzi dei re poi con l’avvento dell’islam si iniziarono a decorare le moschee e i libri sacri, dando origine ad un'arte che ora viene chiamata arte islamica Tazhib.
Ci sono due periodi importanti nella storia della miniatura.
Il primo è il periodo del Teimurian dove i mongoli che avevano occupato l’Iran,  incoraggiando  l’arte persiana, da cui erano particolarmente affascinati, fecero rinascere non solo la miniatura ma anche la musica e l’architettura.
Il secondo è il periodo Abbassian con il re Shah Abbas che spinse gli artisti famosi del paese a lavorare nel suo darbar (corte). Proprio nel castello si possono ammirare i capolavori del pittore più famoso del periodo, Reza Abbasi, gli artisti odierni si rifanno ancor oggi alle sue tecniche di pittura.
Nella miniatura persiana non esiste la prospettiva e non c'è luce fissa proveniente da un punto determinato, è invece molto importante il modo con cui si formano le linee e come vengono dati i colori che devono essere perfetti, spesso vivaci e vanno accostati in modo che diano piacere all'occhio di chi guarda.I miniaturisti usavano, e alcuni li usano tuttora, colori naturali che estraevano dalle piante o da pietre particolari, si usava molto anche l’oro e l’argento. Gli artisti costruivano pennelli e carte speciali.
Oggi le miniature si dividono in negargari (le figure) e tazhib (decorazione), tashir (figure che vengono dipinte utilizzando un solo colore), tarsi (si usano sulle pietre), gaomorg (figure di fiori, uccelli e disegni per realizzare i tappeti).

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