domenica 17 aprile 2011

Pace

 Paix - Peace - Pace - Frieden - Paz- الــســــلام


                   
                                Rispettare qualcuno, rispettare la sua storia,
                               significa considerare che appartiene alla stessa umanità,
                               e non ad una umanità diversa , ad un’umanità inferiore.

                                      Amin Maalouf

sabato 26 marzo 2011

Harem


L’ harem (dall’arabo “harim” che significa “luogo” proibito, sacro, inviolabile), fin dai tempi più antichi, ha esercitato sull’occidente un fascino quasi ossessivo, ispirando centinaia di dipinti orientalisti del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo, ma  è necessario fare una distinzione tra due tipi di harem: quelli imperiali e quelli domestici.
I primi esistevano quando l’imperatore, il suo visir, i generali, gli esattori delle tasse etc. avevano influenza e denaro sufficienti a comperare centinaia e a volte migliaia di schiavi dai territori conquistati e quindi provvedere alle ingenti spese di gestione domestica. Fiorirono con la dinastia degli Omayyadi, una dinastia araba del settimo secolo stabilitasi a Damasco, per finire poi nel 1909 con gli Ottomani, quando l’ultimo sultano, Abdelhamid II, venne deposto dalle potenze occidentali  e il suo harem fu smantellato.
Capo supremo era il sultano il quale poteva scegliere tra le bellissime schiave che popolavano il suo harem, la propria donna (una o più, sino a quattro) e le sue favorite. La scelta doveva essere fatta con molta cura e  approvata dalla "validè sultàn"( madre del sultano). Queste donne erano poi  istruite in varie arti e discipline e a loro spettava il titolo di “hàtùn” che venne in seguito cambiato con “kaden efendi”(signora). Tutte loro avevano un appartamento privato nell'harem e un seguito di cameriere. Le stanze, disposte attorno ad un cortiletto avevano ingressi sorvegliati da eunuchi durante il giorno, e da  guardiane durante la notte. Tra tutti gli appartamenti, il più grande, dopo quello del sultano, era l'appartamento di sua madre, vera imperatrice, direttrice e padrona dell'harem. I sultani che amavano più di una donna dovevano sottostare ad una severa etichetta, che regolava le loro notti d'amore secondo un ordine ben definito. Il turno era fissato secondo la legge coranica in base alla quale il marito deve soddisfare tutte le mogli in modo paritario. Era la donna che si recava nella camera del sultano, non erano mai ammesse due donne contemporaneamente ed è falsa la notizia secondo la quale le donne si schieravano in attesa della visita del sultano, e questi passava davanti a loro lanciando un fazzoletto a quella che sceglieva per la notte. Con buona pace dei sognatori che popolano l'harem d'orge e di baccanali, del tutto contrari invece alla Legge islamica, la tabella che regolava il succedersi delle varie donne nella camera del sultano notte dopo notte era tenuta dalla tesoriera in capo e conosciuta da tutti. Tuttavia con alcuni sultani la vita nell'harem fu meno convenzionale.
Gli harem domestici, sono invece quelli che continuarono ad esistere dopo il 1909, quando i musulmani persero il potere e le loro terre furono occupate e colonizzate. La parola harem viene qui utilizzata, per indicare in generale la parte della casa che è riservata alle donne (haremlik) ed è separata dalla zona degli uomini (selamlık).
Sono in pratica delle famiglie allargate dove  un uomo, i suoi figli e le loro mogli vivono nella stessa casa, uniscono le risorse, senza schiavi e senza eunuchi, e spesso con coppie monogamiche, dove tuttavia sopravvive l’usanza della reclusione femminile.

ill:" Interior of a harem" di Leon Auguste Adolphe Belly

lunedì 7 marzo 2011

"Il sangue dei fiori" di Anita Amirrezvani

inizia così......



Prima non c'era e poi c'era. Prima di Dio non c'era niente.
C'era una volta, in un piccolo villaggio, una donna che desiderava tanto avere un figlio. Le aveva provate tutte:pregava assiduamente, prendeva pozioni di erbe, mangiava uova di tartaruga, spruzzava d'acqua le teste dei micini, ma senza alcun risultato. Infine si recò in un cimitero lontano, dove c'era un antico leone di pietra, e strofinò il ventre sul fianco della statua. Nel momento in cui il leone tremò, nella donna si accese la speranza, e lei tornò a casa con la certezza che il suo più grande desiderio sarebbe stato esaudito. Quando spuntò la luna nuova, lei diede alla luce la sua piccola, destinata a restare figlia unica. 
Dal giorno della sua nascita, i genitori non ebbero occhi che per lei. Ogni settimana il padre la portava a fare lunghe passeggiate in montagna, trattandola come il figlio maschio che aveva sempre desiderato. La madre le insegnò a fare tinture, mettendo a macerare i fiori di cartamo, essicando le cocciniglie, le bucce di melagrana e i gusci di noci e annodando la lana tinta per fare tappeti. In breve tempo la ragazzina imparò tutti i segreti della madre e si guadagnò la reputazione di miglior tessitrice tra le giovani del villaggio.
Quando compì quattordici anni, i genitori decisero che la loro figlia si doveva sposare. Per raggranellare il denaro necessario alla dote, il padre lavorò duramente nei campi, sperando in un buon raccolto, e la madre filò la lana fino a raggrinzirsi le dita, ma nonostante i loro sforzi, la somma racimolata non era sufficiente. La ragazza pensò che, per aiutarli a mettere insieme la sua dote, avrebbe potuto tessere un tappeto dai colori così brillanti da abbagliare gli occhi di chi lo guardava. Invece delle consuete tonalità di rosso e di marrone usate nel villaggio, il suo tappeto avrebbe dovuto risplendere dello stesso turchese di un cielo estivo.
La ragazza andò da Ibrahim il tintore, supplicandolo si svelarle il segreto del turchese...


                                 8 marzo festa della donna:
                                                  Auguri a tutte le donne


domenica 13 febbraio 2011

La poesia araba di Nizar Qabbani


 Quando sono innamorato
  mi sento il re del tempo
  posseggo la terra e ciò che essa contiene
  ed entro nel sole con il mio cavallo.
  Quando sono innamorato
  considero lo Scià di Persia un mio suddito,
  assoggetto la Cina al mio scettro, sposto i mari,
  e,
  se volessi,
  fermerei i secondi.
  Quando sono innamorato
  mi trasformo in luce fluida
  che l'occhio non può guardare
  e si trasformano le poesie sui miei quaderni
  in campi di mimosa e di margherite.
  Quando sono innamorato 
  acqua zampilla dalle mie mani
  erba cresce sulla mia lingua
  quando amo
  sono tempo fuori dal tempo.
  Quando sono innamorato 
  tutti gli alberi
  corrono scalzi verso di me…

   illustrazione 
www.farid-benyaa.com/casbah_alger.htm

martedì 1 febbraio 2011

Proverbio palestinese



                            Chi vuole fare qualcosa trova sempre il modo,
                             chi non vuole fare nulla trova sempre una scusa.

                             Qui veut faire quelque chose trouve un moyen.
                             Qui ne veut rien faire trouve une excuse.


illustrazione: Le Fumeur 1903 di Ludwig Deutsch
http://www.orientalist-art.org.uk/


lunedì 17 gennaio 2011

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: chador



Il Chador è l'abito tradizionale iraniano. Il suo nome deriva dal persiano "ciâdar" e consiste in un tipo di mantello che copre il corpo e la testa facendo emergere solo il viso. Generalmente  nero e lungo fino ai piedi, ha la forma di un semi cerchio di stoffa senza fessure ed è tenuto chiuso con le mani o con i denti. In passato le donne indossavano dei chador bianchi o a fantasia e utilizzavano quelli di color nero solo per i funerali; il volto veniva coperto con un velo bianco rettangolare (ruband) che iniziava sotto gli occhi.
Nel 1935 lo scià Reza Pahlavi, in connessione con il suo programma di modernizzazione, proibì l’uso di questo indumento. La polizia arrestava le donne che lo portavano e le obbligava a toglierlo. Questa norma scandalizzò il clero sciita e anche molte donne comuni, per le quali apparire in pubblico a viso scoperto era paragonabile alla nudità, ma venne accolta positivamente dai cittadini occidentalizzati e dagli uomini e dalle donne della classe dirigente, che vedevano la cosa in termini liberali come primo passo per garantire dei diritti alle donne.
Dopo la rivoluzione islamica, nel 1979, il governo iraniano, intervenne nuovamente sulla questione e ripristinò l’uso del velo rendendolo obbligatorio nei luoghi pubblici  e seguendo le idee dell'Ayatollah Khomeini, si considerò il nero come colore ideale per questo indumento. Non venne però ripristinato l’uso del velo che copriva il viso. Il chador è comunque il simbolo dell’Iran, e della legge islamica che lo governa. Per alcune donne è garanzia di libertà e di protezione, per altre segno e strumento di oppressione. Oggigiorno,  le leggi che regolano la pratica dell'hijab sono diventate meno severe e il chador è popolare soprattutto  tra le donne più povere, che tendono ad essere più devote. Inoltre, la popolarità di questo indumento varia anche in base all'area geografica; ad esempio, quasi tutte le donne portano il chador a Esfahan ma poche donne lo portano a Teheran.


venerdì 24 dicembre 2010

Poesia araba


                             Sogno di vivere in un mondo senza frontiere
                             e senza paure
                             dove la guerra è un ricordo
                             di un vecchio passato.
                             Sogno di vivere in un mondo
                             dove non esistano né bombe né kamikaze,
                             dove una madre non versa lacrime
                             sul viso insanguinato di un neonato.
                             dove cristiani, musulmani ed ebrei
                             pregano nello stesso luogo,
                             illuminati dalla stessa luce
                             che irradia tutti i giorni
                             i cuori dei bambini.

 
tratto da “il custode dei Corano“ di Haifez  Haidar

lunedì 29 novembre 2010

la tribù dei figli dell'avarizia


C'era una volta una tribù berbera, che viveva in mezzo alle montagne, chiamata Beni Shahih che significa Figli dell'Avarizia. In effetti, i componenti della tribù erano conosciuti da tutti per la loro taccagneria. I viandanti che si dovevano fermare a riposare nel loro villaggio, sapevano già che sarebbe stato loro offerto solo un pó di siero di latte allungato con acqua, beveraggio che di solito si dà ai cani.

Un giorno, un uomo della tribù, stanco di essere preso in giro con la sua gente per l'avarizia, pensò di dover liberare il villaggio da questa cattiva fama, riflettè a lungo e alla fine gli venne un'idea. Il giorno di mercato si recò sulla piazza, convocò a gran voce tutto il paese e disse: " É vergognoso che tutti ci considerino avari, dobbiamo cambiare e dare agli altri una prova di generosità e ospitalità ". Le sue parole furono accolte con entusiasmo e tutti chiesero che cosa dovessero fare. L'uomo disse: " Ognuno di noi, domani mattina, porterà un otre di ottimo siero con il quale riempiremo questa cisterna, cosi gli stranieri assetati che si troveranno a passare di qui, potranno bere invece dell'acqua dell'ottimo siero di latte. La notizia circolerà di paese in paese e tutti ci loderanno per la nostra generosità ". I presenti furono d'accordo e decisero di trovarsi la mattina seguente per riempire la cisterna. A casa però, ognuno riempì il proprio otre d'acqua, senza farne parola agli altri, in quanto ognuno pensò che in una cisterna piena di latte nessuno si sarebbe accorto di un pó d'acqua versata.

La mattina seguente tutto il villaggio si trovò intorno alla cisterna, ma questa era completamente vuota e nessuno voleva iniziare a riempirla. Alla fine uno degli uomini disse: " Scommetto che i vostri otri sono pieni d'acqua ". E gli altri replicarono: " E noi scommettiamo che anche il tuo otre contiene solo acqua! ". Tutti scoppiarono in una risata e si resero conto di quanto sia difficile cambiare il proprio carattere.

www.arab.it

martedì 16 novembre 2010

Eid Mubarak

EID AL- ADHA       1431/2010              16/11/2010


Saluti tradizionali arabi utilizzati durante la festa dell' Eid:

Eid saiid.
Felice Eid.

Eid Mubarak .

Eid benedetto.

“Taqabbala Allahu minna wa minkum.”
Che Allah  acetti buone azioni da noi e da voi.

“Kul ‘am wa enta bi-khair!”
Che ogni anno tutti ti trovino in buona salute
.


domenica 31 ottobre 2010

L'umiltà

                                         L’umiltà sta anche nel riconoscere
                                         che qualsiasi creatura nell’universo
                                          può insegnarci ciò che ignoriamo
.


                                              Jalal al- Din Rumi poeta persiano




domenica 10 ottobre 2010

Proverbi persiani


La gabbia senza uccelli ha ben poco valore.

Quel che mangi diventa putridume, quel che doni diventa una rosa.

La magnanimità consiste nel rendere giustizia non chiedendo giustizia.

Ai cattivi come ai buoni, fate sempre la carità. Facendola ai buoni, aggiungerete merito alle vostre virtù; facendola ai cattivi, eviterete il pericolo dì ingannarvi.

Se tutte le formiche si riunissero, finirebbero con il sopraffare i più formidabili leoni

La piccola formica non teme mai la carestia; il leone, nonostante i suoi denti aguzzi e gli artigli acuminati, non sempre trova da mangiare.

Incarica un guardiano di sorvegliare i tuoi gioielli, ma non incaricare mai nessuno di sorvegliare i tuoi segreti.

Se a mezzogiorno il re ti dice che è notte fonda, tu contempla le stelle


martedì 21 settembre 2010

Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: djellaba



La djellaba è una tunica, più o meno ampia, con cappuccio a punta e con maniche strette e lunghe. Si usa  soprattutto in Marocco ed è indossata sia dagli uomini che dalle donne.
Negli anni quaranta, uomini e donne di città vestivano quasi allo stesso modo, con tre capi di vestiario sovrapposti. Il primo capo, il qamis, lunga tunica bianca, era molto morbido in seta o cotone. Il secondo, il caffettano, era di lana pesante e il terzo, quello più esterno era la farajiyya, una veste leggera, spesso trasparente, con due spacchi laterali. Quando uscivano in pubblico, aggiungevano un quarto capo la djellaba. Con il passare degli anni l’abbigliamento si è un po’ diversificato.
 Gli uomini vestono generalmente djellabas dai colori chiari, per riflettere il sole marocchino molto forte e sono soliti accompagnarli  con il fez (o tarbush ), un copricapo di colore rosso che prende il nome dalla città di Fes dove sembra abbia avuto origine, e con le tradizionali babbucce gialle che qui vengono chiamate "belgha".
Le donne invece scelgono tuniche più colorate, più strette e con decori preziosi accompagnando a volte l’abito con una sciarpa al collo.
Il cappuccio è di importanza basilare per entrambi i sessi, protegge  dal sole e dalla sabbia portata dai venti forti del deserto.
La djellaba estiva è confezionata in cotone , mentre per i mesi più freddi viene usata la lana generalmente raccolta dalle pecore che vivono nelle montagne circostanti e solo dopo un lungo processo di lavorazione trasformata nel  filato che verrà poi tessuto.
La popolarità della djellaba si spiega con il fatto che  copre quasi tutto il corpo ed è coerente con i principi dell'Islam per modestia e umiltà, si indossa sia quotidianamente che nelle grandi occasioni.

illustrazione : http://www.russell-gallery.com


sabato 28 agosto 2010

una storia sufi

Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo.
Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne.
L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi.
Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo.
Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo.
Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo.
L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto.
Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.
Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra.
In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando.


Ricorda le cinque regole per essere felice:
1- Libera il tuo cuore dall'odio
2- Libera la tua mente dalle preoccupazioni.
3- Semplifica la tua vita.
4- Da'di più e aspettati meno.
5- Ama di più e... accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema

domenica 1 agosto 2010

Il tè alla menta



Il tè ( in arabo “shai”) è una tradizione antica in tutti i paesi arabi: una filosofia più che una bevanda, che si consuma al caffè con gli amici, passandosi il narghilè, oppure a casa con la famiglia, anche in occasione dei momenti di preghiera, seduti su cuscini sistemati sopra un tappeto, davanti al tipico tavolino basso detto mida.
Tradizione vuole che se ne bevano  tre bicchieri di fila: il primo amaro come la morte, il secondo forte come la vita, il terzo dolce come l'amore. Altre fonti danno un'interpretazione diversa dei tre significati:amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte.
Spesso, e non a sproposito, il tè arabo è assimilato al tè verde; in effetti questo è il tipo più diffuso nell'area mediterranea dal Marocco alla Libia; i Tuareg invece prediligono il tè cinese a cui aggiungono foglie di menta. Tale accorgimento è comune anche a tutte le altre popolazioni maghrebine, fatta eccezione per la Tunisia dove viene spesso impiegata un'altra pianta aromatica chiamata attarshìa comunemente sostituita, laddove non disponibile, con il geranio profumato.
La preparazione del tè  è una cerimonia molto affascinante e segue una precisa coreografia che presenta alcune sostanziali differenze a seconda della regione geografica. L'infuso può essere preparato direttamente nella teiera, mischiando acqua calda, foglie di tè e zucchero, oppure portato in ebollizione in un normale pentolino e poi versato nella teiera per essere servito con un gesto molto teatrale, lasciandolo cadere dall'alto, con grande precisione, per ottenere uno strato di schiuma bianca.
E' consuetudine comune in tutti i paesi servire il tè molto caldo, molto ristretto e presentato in bicchierini piccoli decorati con arabeschi, smaltati o filigranati, su vassoi di rame o di ottone, cesellati o martellati altrettanto finemente e con particolari teiere arabe. La cerimonia prevede inoltre che il tè sia accompagnato da tipici dolcetti nordafricani o frutta secca.


Sopra: pubblicità del "Tè Sultano" da una rivista marocchina.

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