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venerdì 29 maggio 2026

la leggenda di Marrakech



Narra un'antica leggenda araba che un tempo il mondo era coperto di giardini lussureggianti, palmeti ombrosi e ruscelli d'acqua fresca. Un paradiso in terra, nel quale gli uomini vivevano felicemente. Ma questo Eden non era destinato a durare. Gli uomini cominciarono a litigare e a ingannarsi l'un l'altro; per punirli, Allah prese a gettare un granello di sabbia per ogni menzogna pronunciata. Fu così che si formò il deserto del Sahara. Un solo luogo rimase verde e fiorito come un tempo. Ed è lì che venne fondata la città chiamata Marrakech.

domenica 17 agosto 2025

Dalla leggenda alla storia: il caffè nei paesi arabi

Nel golfo di Aden ferveva il dibattito tra i sostenitori della leggenda del pastore etiope Kaldi e quelli dello Yemenita Omar. Chi aveva scoperto il caffè? Le leggende sono leggende, la ma la cosa più importante è che chiunque abbia scoperto il cespuglio con le bacche di caffè sia riuscito a portarlo dalle prime piantagioni dello Yemen  a tutto il mondo arabo, fino a farlo diventare una delle bevande più popolari al mondo. Gli Yemeniti erano soliti mangiare le drupe per avere più energia, i sufi necessitavano del caffè per mantenere l’attenzione e rimanere svegli tutta la notte per le preghiere, i ricchi servivano caffè ogni giorno ai loro ospiti e i poveri potevano godersi una tazza di caffè nei locali pubblici conosciuti come Gahveh Khaneh. Nel 15° secolo, vennero aperte delle caffetterie anche alla Mecca ,al Cairo, fino alla capitale dell’impero Ottomano, Istambul. Le Gahveh Khaneh, conosciute anche come le ‘case dei Saggi’, divennero la dimora di intellettuali che usavano riunirsi per tenere discussioni e dibattiti, condividere scoperte ed informazioni. Mentre la moda del caffè stava raggiungendo l'intera popolazione, sorse una grave dilemma: il caffè veniva  chiamato Qahwa, che significava "vino" ed il vino era proibito nel mondo islamico. L’antico dibattito cambiò direzione: dimenticata la questione su chi scoprì la pianta del caffè, ora si pensava se proibire o meno il consumo del caffè. Alla Mecca, il governatore Kha’ir Beg organizzò un tribunale che vedeva una cesta di caffè sistemata ad una lato e l’accusatore seduto dall’altro. La cesta non aveva modo di difendersi dalle accuse  di far perdere il controllo a coloro che bevevano caffè e di allontanarli dalla visione di Allah e così il caffè fu proibito, le Case del Caffè chiuse, i venditori banditi e i bevitori flagellati. Questo ovviamente non servì a far smettere alla popolazione di bere caffè, e quando il Governatore del Cairo, gran bevitore di caffè, venne a conoscenza della situazione, fece allontanare Kha’ir Beg dal suo ruolo e salvò l’oro nero. Altri Sultani provarono a bandire il caffè, ma fallirono sempre per colpa dell’opposizione del Popolo del Caffè.

rif: https://edobarista.com/it/content/news?id_category=1

giovedì 3 luglio 2025

La leggenda di Omar che iniziò a tenere svegli i dervisci con il caffè

C'è un’antica storia, conservata nel manoscritto Abd-Al-Kadir, ambientata nell'antico Yemen, che parla del discepolo dello Sceicco Abou'l Hasan Schadheli, Omar, noto per le sue doti di guaritore attraverso la preghiera. I dervisci, non si sa per che motivo, lo bandirono dalla città e lo reclusero in una grotta nel deserto, nelle aree di altopiano della punta meridionale del Mar Rosso nel porto di Al-Mokha. Stava quasi per morire di fame quando vide delle bacche rosse su alcuni cespugli. Le raccolse, le assaggiò e le trovò troppo amare e dure. Provò ad arrostirle e poi a bollirle per renderle commestibili.  Bevve l'acqua di cottura e si sentì subito rinvigorito. Quando la notizia di questa particolare guarigione giunse a Mocha, venne richiamato in città con tutti gli onori e l’usanza di bere il caffè comparve anche nei monasteri sufi dello Yemen in quanto li aiutava a rimanere svegli più facilmente per le preghiere di mezzanotte. L’usanza di bere il caffè è comparso anche nei monasteri sufi dello Yemen come bevanda per rimanere svegli più facilmente per le preghiere di mezzanotte.

rif: https://edobarista.com/it/content/news?id_category=1

lunedì 5 maggio 2025

La leggenda del caffè e delle capre salterine


In una giornata di sole del 9 ° secolo, un pastore etiope, di nome Kaldi, vide le sue "irreprensibili" capre iniziare ad avere un comportamento molto strano, senza alcun motivo apparente. Qualcosa di insolito stava succedendo, e osservando le capre che danzavano, scoprì che stavano mangiando le bacche rosse di un albero sconosciuto. Prese quindi alcune bacche e le portò a casa, ad Harar, e cercò di mangiarle. Avevano un sapore molto strano, così decise di dare le bacche a un monaco islamico di un vicino monastero. Al monaco non piacquero e le gettò nel fuoco, dal quale iniziò ad espandersi un aroma allettante. I chicchi tostati vennero rapidamente tolti dalle braci e messi in acqua calda: la prima tazza al mondo di caffè. Al giorno d'oggi non è raro vedere un negozio di caffè o una torrefazione di nome 'Kaldi', in ricordo di questa leggenda popolare di come il caffè è nato e di come è entrato nel mondo islamico e nel resto del mondo.

rif : https://edobarista.com/it/content/news?id_category=1


lunedì 17 marzo 2025

Fiaba yemenita: La serva ladra.


C'era una volta un uomo che girava di paese in paese. 

Un giorno entrò in una moschea e una donna, che aveva la casa vicina, lo vide. Mandò la sua serva e gli disse: "Va' a chiedere a quell'uomo qual è il suo mestiere e la sua parentela, chi è e da dove viene". La serva andò e lo trovò seduto nella moschea. Gli disse: "La mia signora mi ha mandato a chiederti chi sei e da dove vieni, cosa fai e qual è la tua gente". Egli rispose: "Per Dio, sono un viaggiatore! Per quanto riguarda il mio lignaggio, io sono uno shaykh”.

La serva tornò dalla sua padrona e le riferì le sue parole. Allora le disse: "Torna da lui e digli che gli manderò la cena". La serva andò e gli disse: "La mia padrona dice che ti manderà la cena". "Bene..." rispose. La donna aspettò fino alla sera e gli preparò una pagnotta, quattro fette di agnello e una ciotola piena di brodo. Mandò la serva a portargli la cena, dicendole: "Quando gli porgi il cibo, digli: "la mia padrona ti manda a dire che la luna è tonda, il mare è alto e le stelle sono quattro”. 

Quando la serva giunse in uno slargo della strada, si mangiò mezza pagnotta e una fetta di carne, e bevette mezzo brodo. Portò il resto al viaggiatore e gli disse: "La mia signora ti manda a dire che la luna è tonda, il mare è alto e le stelle sono quattro". Rispose: “Bene...".

Guardò la cena e trovò mezza pagnotta, tre fette di carne e mezza ciotola di brodo. Allora disse alla serva: "Riferisci alla tua signora che c'era l'eclissi di luna, il mare era quasi prosciugato e le stelle erano solo tre". La serva ritornò dalla padrona e la informò: "Il viaggiatore dice che c'era l'eclissi di luna, il mare era quasi prosciugato e le stelle erano tre”. Allora la padrona esclamò: "Hai rubato la cena allo straniero!". La serva negò. "Come?" disse la padrona. "Ho mandato quattro fette di carne e il viaggiatore di che che erano tre! Ho mandato una pagnotta e una ciotola piena, ma solo metà gli è giunta!”. Quando me ne sono andato via, la padrona stava ancora battendo la serva...

domenica 10 settembre 2023

Perché gli asini hanno il muso bianco


Tutti sanno che l'asino è l'animale più paziente e che più di tutti gli altri può essere caricato sino all'inverosimile. L'asino sopporta tutto. Ci si rende conto di quanto si pretende da lui solo quando schiatta, e allora vuol dire che era davvero troppo carico.Gli asini patiscono le maggiori pene dai bambini, soprattutto quando questi li portano al pascolo. Come si sa, i bambini percuotono l'asino con bastoni, gli tirano pietre, gli saltano in groppa e si fanno trasportare in cinque o sei alla volta. L'asino, sempre paziente, li lascia fare senza opporsi.Un bel giorno, alcuni angeli si rivolsero al Signore dei Mondi e gli dissero: "Signore! Osserva l'asino. E' l'immagine della pazienza e della resistenza. Non pensi che anche lui avrebbe diritto al Paradiso?" Il Signore diede subito ragione agli angeli e, senza esitare, ordinò che l'asino fosse condotto in Paradiso. Gli angeli, allora, volarono subito dall'asino per cantargli la buona notizia, prenderlo con loro e condurlo all'ingresso del Paradiso. Appena arrivati davanti alla grande e lucente porta del Paradiso, l'asino sporse il muso verso l'interno ma subito si irrigidì e non volle più proseguire. Gli angeli non capivano, non si spiegavano. Provarono e riprovarono, prima delicatamente poi con forza, a spingere la bestia aldilà della porta, ma ... niente, non c'era verso. L'asino aveva, con circospezione, messo solo il muso, guardato all'interno e subito si era fermato come paralizzato. Ma cosa stava succedendo? Perché l'asino non voleva in nessun modo proseguire all'interno di quel mondo magicamente perfetto e felice? Non passò molto che gli angeli capirono il motivo: a spaventare l'asino sino a non farlo più proseguire era stato il gran numero di bambini che aveva visto sporgendosi dalla porta del Paradiso. Era troppa la paura che l'asino aveva dei bambini, aveva subito tanti maltrattamenti da loro. Gli angeli, a malincuore, dovettero rinunciare a far entrare l'asino tra i prediletti del Paradiso e lo riaccompagnarono al suo pascolo. Appena tornato sulla terra, tutti si accorsero del cambiamento dell'asino. L'asino non era entrato in Paradiso, ma ci aveva infilato il muso che, illuminato dalla folgorante luce divina, era diventato bianco. L'asino ora aveva il muso bianco. Fu così, che da allora, tutti gli asini nacquero con quella caratteristica. Ecco perché oggi l'asino ha il muso bianco.

domenica 31 maggio 2020

Shirin e Farhad: una leggenda iraniana.



Nel VII secolo d. C., prima che gli Arabi arrivassero e portassero con sé l'Islam, viveva in Iran una ragazza giovane e bellissima di nome Shirin. La famiglia di Shirin era molto ricca e conosciuta e l'intero Paese cantava la bellezza unica e la grazia impareggiabile della giovane. 
La sua fama raggiunse le orecchie del sovrano, re Khosro Parviz, il Vittorioso, ultimo discendente della dinastia dei Sassanidi, che incuriosito, fece convocare Shirin e suo padre. Rimasto abbagliato dall'indicibile bellezza della ragazza, la chiese in sposa, pur avendo già una moglie, Maria, principessa bizantina, figlia dell'Imperatore Maurizio Tiberio e per non infrangere le regole, il sovrano decise di celebrare in segreto il matrimonio con la bella Shirin.
In attesa del giorno della cerimonia, il re strappò la sfortunata prescelta, dall'amore della sua famiglia e la tenne prigioniera nelle segrete di un castello lontano. Nella sua prigionia, l'infelice Shirin si sentì sola e triste, separata per sempre dalla sua famiglia, rinchiusa nel buio e nel segreto più vergognoso di un matrimonio fuorilegge e senza amore.
Un giorno, re Khosro Parviz ordinò che nel castello segreto fossero costruite delle statue per renderlo più grandioso e degno di un sovrano Vittorioso. Un giovane scultore di nome Farhad fu subito inviato al palazzo segreto e incominciò a scolpire su una lunga rampa di scale che portava alla torre dove Shirin stava rinchiusa. Udendo il canto tristissimo di una donna proveniente dalle scalinate della torre, Farhad salì in cima e si accorse che una ragazza meravigliosa era prigioniera e sola in una grande stanza triste. Subito si innamorò di Shirin, della sua voce, del suo volto, del suo cuore prezioso che aveva bisogno di essere custodito e salvato. 
Rivelatosi alla giovane, Farhad si recò da lei ogni giorno e anche Shirin si innamorò perdutamente di lui.
Scolpì le statue ordinate dal re molto lentamente ma, inevitabilmente il lavoro fu ultimato. Arrivato il giorno della sua partenza dal castello, Farhad non si perse d'animo e osò sfidare re Khosro Parviz per ottenere la libertà di Shirin. 
Il sovrano, adirato per l'affronto subito e impassibile alle richieste dei due innamorati, negò la libertà della principessa. 
La ragazza, addolorata, si ammalò, indebolendosi ogni giorno di più finché il re, spaventato dalla sua fragile condizione, seguendo i consigli di una vecchia strega, concesse una remota e pericolosa possibilità al giovane innamorato. "Se in quaranta giorni riuscirai a scavare l'intera montagna di Bistoon con le tue mani, Shirin sarà libera", proferì.
Farhad partì immediatamente per la città di Kerman, nei pressi della quale si trovava la montagna della sua prova di coraggio e resistenza. Shirin lo attese ogni giorno con grande speranza e timore, ma confidando nel loro amore e nella riuscita dell'ardua impresa. Dal quarantesimo giorno dalla partenza di Farhad la vecchia strega si avvicinò alla principessa e le annunciò beffarda: "Il tuo amato Farhad ha fallito la sua missione, se n'è andato! ti ha abbandonata!". La ragazza non riusciva a credere alle parole della strega ma Farhad non tornava e Shirin pianse tutte le sue lacrime del suo cuore.
La strega, allora si recò subito a Kerman con un losco e menzognero intento: annunciare pubblicamente la morte della principessa Shirin. La popolazione intera pianse la morte improvvisa della bella Shirin, ignara del terribile inganno inscenato dalla malvagia strega. 
Ma anche Farhad, stremato dalla fatica di aver compiuto l'impossibile impresa in quaranta giorni e quaranta notti, giunse in città e  la tragica notizia sul destino crudele della sua amata giunse subito a lui. Accecato dalla disperazione e dalla sofferenza, Farhad incontrò la morte proprio su quella montagna da lui con così tanta fatica scavata per salvare la bella Shirin. 
Dalla torre nel castello segreto di Khosro Parviz, Shirin udì il subbuglio inquieto proveniente dalla città e venne così a sapere della morte, ahimè reale, del suo eroe Farhad. Solo allora la principessa comprese l'inganno inscenato dalla malefica strega  aiutata dallo stesso sovrano e, con le ultime forze rimastele, si gettò anch'ella nelle braccia cupide della morte, aspirando al Paradiso tanto desiderato per rincontrare là il suo Farhad e restare per sempre insieme, liberi dalle prigioni in cui la vita li aveva rinchiusi.

domenica 12 novembre 2017

Il tragico amore di Layla e Majnun.



Quella che sto per narrarvi è una storia famosissima, che ha ispirato, sin dai tempi antichi, la penna di grandi scrittori e che ancora oggi, viene raccontata ai giovani innamorati. 
Layla e Majnun si conobbero da piccoli tra i banchi di scuola, in un minuscolo villaggio Indiano. L' attrazione che il bambino sentiva per la compagna era così forte da renderlo uno studente assente ed indisciplinato. Venne il giorno che il maestro, stanco delle sue distrazioni, lo riprese duramente, picchiandolo al cospetto di Layla che, a sua volta, ne rimase fortemente impressionata.
Le percosse dure e rancorose non scalfivano il bambino ma la giovane Layla che sanguinava inspiegabilmente al suo posto.
La notizia dello strano fenomeno si diffuse presto nel villaggio. La famiglia di Layla chiese spiegazioni a quella di Majnun e quando questa non seppe che dire scoppiò una terribile lite che portò ad un allontanamento forzoso dei due innamorati. Trascorsa l' infanzia Layla e Manjun si ritrovarono adulti e ancora profondamente legati l'uno all' altra. Scambiandosi una promessa solenne i due decisero di sposarsi ma Tabrez, fratello maggiore di Layla, si oppose alle nozze minacciandola.
Intimò pertanto all' odiato cognato di lasciare Layla, ma Majnun si rifiutò d' ascoltarlo. I due diedero allora inizio ad un terribile scontro in cui Tabrez perse la vita. Diffusasi la notizia della sua morte, Majnun venne arrestato, giudicato e condannato alla pena capitale.
Il dolore di Layla proruppe in tutta la sua amarezza, angosciata per la morte del fratello decise di cedere alle insistenze della famiglia che voleva sposarla ad un altro uomo pur di salvare la vita all' amato Majnun.
La pena capitale venne commutata in esilio, Majnun fu costretto a lasciare il villaggio e a cercar rifugio nel deserto.
Nonostante il compimento delle nozze, il cuore di Layla restò legato a quello di Majnun che, pazzo d' amore,  componeva versi in suo onore, fuori dalle mura del villaggio.
Il marito della donna, al colmo della gelosia, andò alla ricerca del rivale per affrontarlo. Anche in questo caso s' ingaggiò una feroce battaglia che portò alla morte del povero Majnun , trafitto al cuore dalla lama di una spada.
La leggenda narra che, nel momento in cui l' uomo cadde a terra moribondo, la bella Layla perse i sensi, spirando poco dopo.
La pietà toccò infine l' animo delle due famiglie, Layla e Majnun furono seppelliti insieme e si dice che adesso vivano felici in un luogo meraviglioso che possiede la pace ed i colori del Paradiso.
Esiste un' altra versione della storia, ma ve la racconterò la prossima volta....

domenica 23 luglio 2017

La leggenda dei portatori d'acqua




In un tempo ormai lontano vi era una città dalle cui colline limitrofe scendevano a valle, rivoli e ruscelli che alimentavano pozzi e sorgenti zampillanti. Giardini lussureggianti abbellivano la città e orti rigogliosi fornivano frutta e legumi alla popolazione e nutrimento per il bestiame. L’ acqua, benedizione di Allah, era l’origine di tutto quel benessere. Finché, un brutto giorno la vita di quegli abitanti fu sconvolta da un prolungato periodo di siccità; i ruscelli scomparvero, le sorgenti si inaridirono, le piante si rinsecchirono e gli animali cominciarono a morire. Nei pozzi non c’era più acqua. Si cercò allora di scavare nuovi pozzi: tutto inutile. Al sultano dell'epoca, non restò che fare appello al più rinomato rabdomante del regno. Lo convocò a corte e gli promise che, se l'avesse aiutato a trovare l’ acqua, lo avrebbe letteralmente coperto d'oro. Il rabdomante esaminò da cima a fondo il cortile del palazzo finché il suo bastoncino, prese a curvarsi per indicare la presenza di una sorgente sotterranea. Fidando sull’ avidità dello stregone, il sultano gli raddoppiò l'onorario, pregandolo in cambio di mantenere segreta la sua scoperta. Si scavò così un nuovo  pozzo e l’acqua ritornò a scorrere ma solo all'interno delle mura del palazzo; qui i giardini venivano regolarmente irrorati, le mogli e le concubine del sovrano si concedevano, ogni giorno, il lusso di un bagno. Nel frattempo fuori dalle mura i  sudditi morivano di sete. L'unico figlio maschio del sultano, l’emiro “Abd al- Karim”, giovane timorato di Dio, rimase disgustato dalla vista di quello spettacolo e  sentendosi in dovere di aiutare gli abitanti della sua città, mobilitò un manipolo scelto di persone di sua fiducia e stabilì un preciso piano d'azione: lui e suoi uomini, vestiti di bianco e a viso coperto, servendosi di passaggi sotterranei, sarebbero apparsi tra la gente in prossimità delle moschee, portando otri di pelle rigonfi di acqua potabile da distribuire alla popolazione. Una campanella avrebbe annunciato il loro arrivo. La gente, sbalordita, pensò in un primo momento che fossero giunti in loro aiuto gli spiriti degli antichi marabutti. L’ eco di quegli avvenimenti giunse a palazzo, dove i cortigiani e gli ulema, che non approvavano l'operato degli anonimi coppieri, riuscirono a influenzare il sultano, facendogli balenare il sospetto che si trattasse, in realtà di una cospirazione contro il potere costituito. L'esercito fu messo in allerta e fu invocata la pena capitale per gli “uomini dell’acqua”. Ma l’emiro non si scoraggiò e incitò i suoi seguaci a perseverare nella loro missione. A quel punto, il sultano, determinato ad arrestare gli insorti si appostò con le truppe davanti alla grande moschea nel giorno della preghiera ed attese finché il silenzio fu rotto dal vivace tintinnio di una campanella. Sul ciglio della strada, apparve un bianco “uomo dell’acqua" che senza alcun timore continuò ad invitare la gente ad avvicinarsi. Infuriato il sultano sguainò la spada e i soldati caricarono la folla che cercava di proteggere il portatore d'acqua, formando una barriera umana. Approfittando del momento il sultano riuscì ad avvicinarsi e roteando la spada gli troncò di netto la testa accorgendosi quando ormai era troppo tardi, che la testa del ribelle era quella di suo figlio! Improvvisamente lampi, folgori e boati assordanti scossero la terra. Spaventose trombe d'acqua si abbatterono sul paese e una furiosa inondazione distrusse quanto incontrò al suo passaggio. Il sangue che aveva impregnato il bianco abito del principe ereditario, si sparse ovunque. Sconvolti, gli abitanti, caddero nella più buia disperazione mentre il sultano, con la mente alterata dal rimorso, si tolse la vita. Il suo successore, volendo dare seguito alle suppliche degli abitanti, diede ordine di costruire, in tutti i luoghi in cui erano apparsi “gli uomini della dell’acqua", delle fontane. Da allora in tutto il Marocco, i portatori d'acqua hanno adottato un abito bianco e rosso, adorno di allegri campanelli per rendere perpetuo il ricordo del loro fondatore.

lunedì 21 novembre 2016

I 3 fratelli (fiaba marocchina)


C’era una volta e c’è ancora un piccolo villaggio in Marocco, dove viveva un uomo buono, il suo nome era Mustapha.
Un giorno Mustapha stava camminando sotto il sole del deserto quando incontrò una fanciulla, con la carnagione color del latte, tanto bianca quanto la sua era scura e ambrata. Il sussulto che provò nel vedere la giovane Amina (così si chiamava la fanciulla) non lo lasciò più e poiché anche il cuore di lei batteva forse nel petto ogni volta che ripensava allo sguardo di Mustapha, i due giovani si sposarono e un bel giorno di primavera nacque Mohamed, gli occhioni scuri come la notte che brillavano sul visino color della spremuta di olive.
Gli anni passarono e venne il giorno in cui, a causa di una carestia, Amina fu costretta a trasferirsi in Francia con il piccolo Mohamed, per lavorare in una grande fabbrica. Per Amina furono tempi molto duri: si alzava che era ancora buio e la sera, esausta, rientrava con l’autobus fino ad arrivare nella sua piccola casetta, nella periferia della grande città.
Passarono gli anni e fu così che Amina notò il giovane francese che viaggiava sul suo stesso autobus e che ogni sera le lasciava il proprio posto perché potesse sedersi. Tra Amina ed Etienne, questo era il nome del giovane francese, nacque l’amore, così Amina decise di divorziare da Mustapha.
Presto nella piccola casetta della periferia della grande città francese, Mohamed ebbe un fratellino, Samir, con gli occhioni scuri come la notte che brillavano sul visino color del latte.
Gli anni passarono e venne il giorno in cui Amina parti con i suoi bambini per una vacanza al villaggio dove era nata. Fu così che Mohamed poté riabbracciare il suo papà e Amina rivide Mustapha. Bastò uno sguardo e il loro cuore riprese a battere l’uno per l’altra, come se tutti quegli anni non fossero mai trascorsi, Amina non tornò in Francia e si risposò con Mustapha. Nacque il piccolo Rachid, che assomigliava tutto al suo papà e al fratello maggiore Mohamed.
Gli anni passarono e venne il giorno in cui il viso colo del latte di Samir sembrò ai suoi fratelli troppo diverso dal loro, così iniziarono a escluderlo dai loro giochi. Samir piangeva e stava sempre da solo, senza capire che differenza potesse mai fare il colore della pelle: non era forse vero che a tutti e tre piaceva correre, giocare al pallone, colpire le lattine con i sassi? Non era vero che a nessuno di loro piaceva andare a scuola, fare i compiti, dormire al buio?
Un giorno Mohamed e Rachid stavano giocando in un campo appena fuori dal villaggio e trovarono a terra dei bussolotti. Improvvisamente, da uno dei bussolotti usci un mago che disse ai due bambini: “Ognuno di voi ha diritto a un desiderio, ma uno, uno solo per ciascuno, diverrà realtà”.
Fu così che uno dei due fratelli espresse il desiderio al Grande Mago: “Voglio diventare bianco come Samir”. Il tempo di sbattere le palpebre e la sua pelle scura color della spremuta di olive divenne chiara come il latte di capra.
Disse il mago rivolgendosi al fratello: “Hai diritto anche tu a un desiderio, ma uno, solo uno, diverrà realtà”. Il bambino non ci pensò molto e disse al mago: “Voglio che mio fratello ritorni nero”. Il tempo di un sospiro e la pelle del fratello ritornò scura come una spremuta di olive. E fu così che il mago tornò nel bussolotto pensando tristemente che gli esseri umani hanno tutti lo stesso cuore che batte nel petto e che il sangue che scorre nelle loro vene è dello stesso colore e che i sentimenti che scuotono la loro anima sono uguali…..eppure vedono solo le diversità esteriori, che hanno la stessa importanza che ha per l’infinito uno sbattere di palpebra.


mercoledì 21 gennaio 2015

La scodella ( Egitto)


C’era (o non c’era, ma se non c’era fa lo stesso) un uomo povero ma contento, che il giorno si guadagnava il pane lavorando duramente, e la sera si sedeva davanti alla porta di casa con i suoi, a raccontare storie meravigliose. La sua era una casa felice, piena di risate e di canzoni, e gli ospiti erano sempre bene accolti.
Nella casa di fronte, invece, si sentivano solo rimproveri e grida adirate.
Là viveva un riccone che trattava moglie e figli come servi, costringendoli a fare a meno perfino del necessario pur di risparmiare una moneta. E quando le voci allegre del povero e della sua famiglia arrivavano fino a lui, il ricco si rodeva per l’invidia, perché nonostante l’oro che aveva accumulato, la sua vita era triste e desolata.
“Senti come se la spassano! Eppure vanno in giro coperti di stracci e mangiano solo fave” diceva. “Ma prima o poi la smetteranno di ridere! E se non ci penserà il destino a rovinarli, lo farò io”. Aveva in corpo tanta rabbia che un giorno riuscì a far perdere il lavoro al pover’uomo  e, siccome era potente e tutti lo riverivano, impedì in tutti i modi che ne trovasse un altro.
Così la famiglia del povero cominciò a soffrire la fame, finché arrivo il giorno in cui, consumati i pochi risparmi, marito e moglie si ritrovarono giusto con il denaro necessario a  comperare un po’ di fave cotte.
“Ce le faremo durare il più possibile” disse la moglie del povero “e sono sicura che quando saranno finite Allah penserà a noi”.
L’uomo si mise in tasca la moneta, prese una grande scodella di legno e andò a comperare le fave, ma mentre tornava a casa inciampò, rovesciando il recipiente per terra. Addio pranzo, addio cena! E adesso che cosa avrebbero mangiato i suoi poveri figli?
L’uomo non aveva il coraggio di tornare a casa a mani vuote, e così raccolse la scodella, la ripulì e, dato che non aveva una bisaccia dove metterla, se la sistemò in testa come un cappello: se non altro l’avrebbe riparato dal sole.
Poi andò al fiume, nella speranza che qualcuno gli desse lavoro, e per fortuna trovò una grande barca pronta a salpare, che aveva giusto bisogno di rematori. In pochi giorni risalirono il fiume, sempre più avanti, fin dove vivono uomini con la pelle nera come la notte. E fu là che una tempesta li sorprese, costringendoli a fermarsi e a gettare l’ancora accanto alla riva, vicino a un villaggio dove gli stranieri capitavano raramente.
Gli abitanti, incuriositi da quella strana gente con la pelle chiara, portarono i marinai dal loro capo, che si riparava dal sole ardente sotto una tettoia di foglie di palma.
E il Capo li osservò e li fece camminare avanti e indietro, volle sentire le loro voci e fu particolarmente colpito dalla scodella che l’uomo povero portava ancora in testa. Così gli fece segno di avvicinarsi e chiese: 
“Cosa ti ha portato al mio villaggio?”.
“Il destino!” rispose l’uomo. “Nulla accade senza che Allah lo voglia”.
“E cos’e quella cosa che hai in testa?”.
Una scodella di legno” disse l’uomo. “Serve a proteggermi dal sole”.
Il Capo la prese, se la mise in testa e trovò che sì, la scodella riparava dal sole meglio di qualunque foglia di palma.
“La voglio” disse all’uomo. “Che cosa chiedi in cambio?”.
“Io? Chiedo soltanto di tornare da mia moglie e dai miei bambini” rispose lui, che da quando era sceso a terra aveva paura perfino a respirare.
“Va bene” disse il Capo. “E dato che sei così generoso da cedermi la tua scodella senza pretendere niente in cambio, ti darò anche delle pietruzze luccicanti per far giocare i tuoi figli”.
Poi affondò la mano in un cesto e ne tirò fuori una manciata di gemme, così grosse e preziose che una sola sarebbe bastata ad arricchire tutti gli abitanti del Cairo. L’uomo si affrettò a riempirsene le tasche e, quando la barca lo riportò in città, corse a casa per dire alla moglie che i giorni duri erano finiti per sempre. La scodella di legno aveva fatto la loro fortuna!
Da quella sera il riccone ricominciò a sentire canzoni e risate, vide ospiti andare e venire, spiò gli operai che tiravano su nuove mura per aggiungere altre stanza alla casa di fronte, e si accorse che il povero era diventato più ricco di lui.
“Come ha fatto quel pezzente a sistemarsi così bene? Devo saperne di più” si disse, e mandò sua moglie a far visita alla vicina, ordinandole di scoprire che cose era successo.
La donna tornò a casa dopo un pomeriggio di chiacchiere e raccontò della barca, del villaggio, del Capo che aveva scambiato le gemme con una misera scodella di legno… insomma, la vicina le aveva spiegato per filo e per segno da dove veniva la ricchezza del marito, senza nascondere nulla. Il riccone non ci pensò due volte e, riempita una barca di doni preziosi, risalì il fiume e raggiunse il villaggio insieme a una lunga fila di portatori.
“Cosa ti conduce nel mio villaggio?” gli chiese il Capo.
“Il desiderio di conoscerti” rispose l’uomo. “Si parla di te ovunque, e io ho voluto vederti con i miei occhi”.
Molto compiaciuto, il Capo domandò: “E cosa c’è nelle ceste che i tuoi uomini hanno portato fin qui?”.
“I miei doni per te” rispose l’uomo, inchinandosi. “Spero che vorrai accettarli, anche se sono troppo modesti per un uomo della tua importanza”. E mostrò i tappeti, le stoffe, i vassoi d’ottone che gli aveva portato.
Il Capo ne fu così contento che disse: “Che regali meravigliosi! Non ne ho mai visti di così belli, e per ringraziarti ti darò l’oggetto più prezioso che possiedo”. Poi si tolse la scodella di legno che aveva in testa e gliela consegnò con un inchino.

venerdì 10 maggio 2013

Il cuore di una madre ( leggenda araba)


Hassan amava teneramente sua madre e appassionatamente Leila, sua moglie. Ma a Leila, che era terribilmente gelosa, non piaceva la madre di Hassan. Costantemente torturava suo marito con le sue richieste. 
“ Se tu mi amassi veramente, non accetteresti che un’altra donna detti legge sotto il nostro tetto.” 
E Hassan fece uscire sua madre dalla loro casa. 
“Se tu mi amassi veramente, non vorresti più vedere questa donna che spettegola su di me di nascosto.” 
E nonostante la sua pena, Hassan non andò più  a far visita alla sua povera madre. Ma la gelosia di Leila era illimitata e un giorno, chiese ad Hassan la più crudele delle prove. 
“Se tu mi amassi veramente, dovresti andare a uccidere questa donna che mi tortura giorno e notte e dovresti portarmi il suo cuore.” 
Hassan prese il coltello. Andò da sua madre e le strappò il cuore. Ma mentre, in lacrime, portava il trofeo alla sua amata, inciampò in un sasso e il cuore cadde a terra. Dal cuore, tutto sporco di polvere, uscì una vocina “Hassan, figlio mio, ti sei fatto male?" 

illustrazione di Faiza Faghni

venerdì 1 marzo 2013

La leggenda dei gelsomini (2)


Si racconta che cento e cento anni fa, in un mercato di schiavi in Arabia, due donne, una molto giovane e l'altra, ancora bella seppur non più giovanissima, si stringevano l'una all'altra piangendo. Erano state fatte prigioniere nel loro villaggio e poi portate sul mercato in vendita al miglior offerente. Difficile trovare un acquirente per entrambe. Ed ecco che la giovane viene strappata dalle braccia della madre, comprata da un ricco signore, senza nessuna pietà. Viene portata via, in sella ad un veloce cavallo,  sorretta da un servitore. Ha appena avuto il tempo di sussurrare che si serberà per l'uomo che l'amerà veramente. 
Giunta al palazzo del Gran Pascià viene rinchiusa nell'harem e qui profumata, agghindata e ingioiellata per l'offerta d'amore. Jasmine "Gelsomino" sarà il suo nome le dice l'eunuco a guardia dell'harem. E Jasmine di notte, esegue gli ordini e scende in giardino per attendere il suo signore. Ma la sua anima si ribella e quando il pascià sta per giungere estrae lo stiletto che teneva nascosto in seno e si trafigge il cuore. Cade senza grida sul bordo di un laghetto. La mattina seguente, nello stesso punto in cui è caduta la fanciulla,  vi è un bellissimo fiore. Jasmine (gelsomino) è il suo nome . 

martedì 15 gennaio 2013

La leggenda dei gelsomini (1)



Due leggende arabe raccontano la nascita di questi fiori, ecco la prima.
Un giorno, Kitza, la madre di tutte le stelle, stava preparando nel suo palazzo di nuvole, gli abiti d'oro per i suoi figli astri, quando giunse un gruppo di stelline che si lagnavano delle loro vesti. Chi si lamentava per una veste troppo larga, chi per un abito che non splendeva abbastanza e chi ancora lo  avrebbe voluto più guarnito di gemme…. Insomma, le stelline strepitavano, erano capricciose e testarde e facevano impazzire mamma Kitza: ”Bimbe mie, non fate chiasso”, si raccomandava la buona donna “ molte vostre sorelle sono ancora nude, patiscono il freddo e potrebbero ammalarsi.” Ma le stelline egoiste non le davano retta e continuavano a protestare. In quel momento passò davanti al palazzo di nuvole, Micar, il re degli spazi, udì lo strepito ed incuriosito entrò.
“ Che accade qui dentro?” domandò con voce di tuono.
Le stelle, spaventate, diventarono di colpo umili e sottomesse, ma non poterono nascondere la verità.  La collera gonfiò il cuore di Micar che sdegnato, le cacciò dal firmamento. Strappò loro gli abiti d'oro e le scagliò come ciottoli nel fango della terra.
Mamma Kitza, preoccupata per le sue stelline, cadde in un inconsolabile dolore “Gli uomini e le bestie le calpesteranno, le umilieranno” continuava a ripetere…
La Signora dei giardini, Bersto, provò pietà per la povera madre e decise di aiutarla. Tolse le stelline dal fango e le trasformò in fiorellini profumatissimi. Così nacquero i gelsomini, le stelline della terra.


domenica 26 febbraio 2012

La grossa eredità


C'era una volta, un commerciante che, dopo una vita trascorsa nel commercio, aveva messo da parte un'enorme ricchezza. L'uomo però, sperperò in breve tempo i tanti guadagni vivendo nel più grande sfarzo, spendendo per bere e per il gioco d'azzardo. Quest'uomo aveva due figli.
Quando questi furono cresciuti e iniziarono a guadagnare tanto di che vivere, si adirarono profondamente col padre che aveva scialacquato tutti i suoi beni e risparmi. Nonostante l'uomo fosse ormai anziano e non godesse di buona salute, non riceveva nessun aiuto dai suoi due figli.
Un giorno allora l'uomo, disperato, andò da un suo vecchio caro amico sperando nell'utilità di un suo consiglio. Appena l'uomo spiegò all'amico come i suoi figli non l'amassero e come gli facessero mancare ogni tipo di sostegno, l'amico gli rispose: "Non preoccuparti, caro amico. Ecco cosa devi dire ai tuoi figli: Una volta ho prestato ad un amico una grossa somma di denaro e ora egli me la restituirà". L'uomo, ampiamente soddisfatto, ringraziò e tornò sereno verso casa.
Qualche giorno dopo, come d'accordo, l'amico venne a trovarlo portando con sé una grossa e pesante cassapanca. Entrando disse: "Che Dio accresca le tue ricchezze! E' passato tanto tempo, ma finalmente eccoti indietro il denaro che mi avevi prestato!". L'uomo allora mostrò davanti ai figli grande entusiasmo e con felicità disse: "Cari figli, il denaro che il mio amico mi sta restituendo sarà vostro, lo lascio in eredità a voi! Un terzo del denaro sarà distribuito ai poveri, tutto il rimanente lo dividerete voi due! Io controllerò solo che nulla vada perduto". 
Da allora in poi l'uomo fece costante guardia alla cassapanca. Se si doveva assentare un attimo, chiudeva accuratamente la porta della stanza a chiave. I suoi due figli, finalmente, non gli facevano più mancare nulla ed esaudirono ogni suo desiderio sino alla sua morte. L'uomo gioiva di aver finalmente rieducato i suoi figli al bene. 
Quando l'uomo morì, i figli poterono finalmente aprire la cassapanca ma ebbero una grossa delusione: la cassapanca era colma solo di sassi! Subito però i figli capirono e riconobbero sereni una cosa basilare: l'educazione al bene e all'amore verso i genitori è meglio di qualsiasi ricchezza esistente al mondo . . .

ill : Portrait of an Arabic man. Louis J. Endres (Am.1896-1989). 

giovedì 26 maggio 2011

Leggenda araba

Una bella leggenda araba, racconta di due amici in viaggio nel deserto che ad un certo punto si misero a discutere.
Uno dei due offeso, senza dire nulla, scrisse sulla sabbia: .......
Proseguendo il viaggio arrivarono ad un'oasi dove decisero di fare un bagno.
Ma mentre stava per affogare, il ragazzo offeso venne salvato dall'amico.
Allora il ragazzo prese una pietra e scrisse sopra: ......
Incuriosito l'amico chiese: "perchè dopo che ti ho colpito, hai scritto sulla sabbia e ora scrivi sulla pietra?".
Sorridendo il ragazzo rispose:
"Quando un grande amico ci offende, dobbiamo scrivere sulla sabbia, così che il vento dell'oblio e del perdono lo 
possano eliminare, ma quando fà qualcosa di grande, dobbiamo scrivere sulla pietra la memoria del cuore, così che il vento o qualsiasi altra cosa al mondo non potrà mai cancellarlo!!".


lunedì 29 novembre 2010

la tribù dei figli dell'avarizia


C'era una volta una tribù berbera, che viveva in mezzo alle montagne, chiamata Beni Shahih che significa Figli dell'Avarizia. In effetti, i componenti della tribù erano conosciuti da tutti per la loro taccagneria. I viandanti che si dovevano fermare a riposare nel loro villaggio, sapevano già che sarebbe stato loro offerto solo un pó di siero di latte allungato con acqua, beveraggio che di solito si dà ai cani.

Un giorno, un uomo della tribù, stanco di essere preso in giro con la sua gente per l'avarizia, pensò di dover liberare il villaggio da questa cattiva fama, riflettè a lungo e alla fine gli venne un'idea. Il giorno di mercato si recò sulla piazza, convocò a gran voce tutto il paese e disse: " É vergognoso che tutti ci considerino avari, dobbiamo cambiare e dare agli altri una prova di generosità e ospitalità ". Le sue parole furono accolte con entusiasmo e tutti chiesero che cosa dovessero fare. L'uomo disse: " Ognuno di noi, domani mattina, porterà un otre di ottimo siero con il quale riempiremo questa cisterna, cosi gli stranieri assetati che si troveranno a passare di qui, potranno bere invece dell'acqua dell'ottimo siero di latte. La notizia circolerà di paese in paese e tutti ci loderanno per la nostra generosità ". I presenti furono d'accordo e decisero di trovarsi la mattina seguente per riempire la cisterna. A casa però, ognuno riempì il proprio otre d'acqua, senza farne parola agli altri, in quanto ognuno pensò che in una cisterna piena di latte nessuno si sarebbe accorto di un pó d'acqua versata.

La mattina seguente tutto il villaggio si trovò intorno alla cisterna, ma questa era completamente vuota e nessuno voleva iniziare a riempirla. Alla fine uno degli uomini disse: " Scommetto che i vostri otri sono pieni d'acqua ". E gli altri replicarono: " E noi scommettiamo che anche il tuo otre contiene solo acqua! ". Tutti scoppiarono in una risata e si resero conto di quanto sia difficile cambiare il proprio carattere.

www.arab.it

sabato 28 agosto 2010

una storia sufi

Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo.
Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne.
L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi.
Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo.
Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo.
Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo.
L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto.
Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.
Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra.
In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando.


Ricorda le cinque regole per essere felice:
1- Libera il tuo cuore dall'odio
2- Libera la tua mente dalle preoccupazioni.
3- Semplifica la tua vita.
4- Da'di più e aspettati meno.
5- Ama di più e... accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema

venerdì 1 gennaio 2010

Storia di uno scemo derubato del somaro



Si racconta che uno scemo se ne andava per la strada tenendo in mano la cavezza del suo somaro e tirandoselo dietro. Lo videro due imbroglioni, e l'uno disse al compagno: - Io porterò via il somaro di quell’uomo! - E come farai? - Seguimi e vedrai -. Lo seguì, e l'imbroglione si avvicinò al somaro, gli tolse la cavezza, consegnò il somaro al compagno e si infilò la cavezza sulla testa mettendosi a camminare dietro allo scemo finché fu sicuro che il compare se n'era andato con la bestia; allora si fermò.
Lo scemo lo tirò per la cavezza, ma non si mosse; allora si voltò, vide la cavezza sulla testa di un uomo e gli disse: - E tu chi sei? - Rispose: - Io sono il somaro tuo, e questa è la mia meravigliosa storia: ho una vecchia madre pia; un giorno mi presentai a lei ubriaco, ed essa mi disse: “Figlio mio, pentiti e domanda perdono all'Altissimo di questa trasgressione!” Io presi il bastone, la colpii ed essa mi maledisse. Allora l'Altissimo mi trasformò in un somaro e mi fece cadere nelle tue mani, e sono rimasto con te tutto questo tempo. Oggi però mia madre si è ricordata di me, Iddio ha ispirato al suo cuore di rimpiangermi, essa ha pregato per me, ed ecco che Iddio mi ha restituiti la forma umana perduta.
Disse quel tale: - Non c'è forza né potenza fuorché in Dio, l'Altissimo, l'Eccelso! Che Dio ti benedica fratello; assolvimi di tutto quel che ti ho fatto, cavalcandoti e così via! - L'imbroglione andò per la sua strada e lo scemo a casa sua, abbrutito dall'afflizione e dall'affanno. Gli disse la moglie: - Che cosa ti è successo e dov'è il somaro? - Le rispose: - Tu non sei informata del caso di questo somaro, ora te lo spiegherò io, - e le raccontò la storia.
La moglie esclamò: - Poveri noi, che castigo avremo da Dio! Come mai per tutto questo tempo ci siamo serviti di una creatura umana per somaro! - Poi distribuì elemosine e invocò il perdono di Dio, mentre il marito rimase un certo tempo in casa, disoccupato, finché la moglie disse . - Fino a quando te ne starai tappato in casa senza lavorare? Va' al mercato, compriamoci un altro somaro e servitene per lavorare! - Andò alla fiera, si fermò accanto ad un somaro, ed ecco che era proprio il somaro suo, messo in vendita! Lo riconobbe, gli si avvicinò e parlandogli all'orecchio gli disse: - Disgraziato del malaugurio! Sicuramente tu sei rincasato nell'ubriachezza e di nuovo hai bastonato tua madre! Ma io per me non ti ricomprerò mai più! - Lo lasciò lì e se ne andò.

tratto da " le mille e una notte"

martedì 6 ottobre 2009

Le donne timide - fiaba algerina

C' era una volta un gruppo di donne algerine analfabete, timide, completamente velate.
Indossavano " l'haikm rema", l'abito tipico algerino, che copre interamente dalla testa fino ai piedi, col viso celato sotto un velo. Un giorno decisero di andare a scuola per la prima volta. Appena entrate in aula si tolsero il velo.

La loro insegnante, per insegnare i verbi, scrisse alla lavagna la frase "Omar entra". Subito le donne si misero il velo pensando che fosse entrato veramente questo Omar. Poi l'insegnante scrisse :" Omar è uscito" Le donne allora si tolsero il velo.
La maestra , che aveva notato le loro reazioni, cominciò a scherzare. Quando toglievano il velo scriveva:Omar è entrato, quando se lo rimettevano scriveva:Omar è uscito, e così via per tutta la lezione. Quando finalmente tornarono a casa, il figlio di una di loro chiese: "Mamma, è andata bene a scuola?". E la madre rispose: "Ma che cosa vuoi che sia andata bene, con quel ragazzo di nome Omar che entrava e usciva continuamente come un soldato e non ci lasciava studiare niente!"


illustrazione: http://www.guilaine-fremont-peinture.com

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