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giovedì 20 ottobre 2016

Il palazzo Topkapi


Il Palazzo di Topkapi, costruito nel 1453 in seguito alla presa di Costantinopoli da parte di Maometto il Conquistatore che vi ha abitato fino alla sua morte, ha ospitato ben 26 dei 36 sultani dell’Impero Ottomano. 
Superata la Porta Imperiale ci si trova di fronte ad un edificio immenso con chioschi, haremhammamcortili, corridoi e belvedere che nascono dalle continue modifiche e ampliamenti introdotti dai diversi sultani. Il Palazzo inframmezzato da corti, ha ampi cortili abbelliti da giardini rigogliosi e fontane, tutto in stile moresco. Sul primo ampio spazio (dedicato al corpo di soldati cristiani convertiti all’Islam) si affaccia la chiesa di Santa Irene e la fontana nella quale si dice che i giannizzeri pulissero le spade dal sangue delle esecuzioni che avevano luogo in questo cortile.
Dalla Porta del Saluto, dalla quale potevano entrare a cavallo solo il sovrano e sua madre, si accede alla Corte delle Cerimonie: qui si tenevano le assemblee sugli affari di stato, le adunate del popolo che manifestava il proprio scontento al sultano e il pagamento dello stipendio ai giannizzeri.
L’ala del palazzo dedicato alle donne del sultano era composto da 300 stanze, 8 bagni, 4 cucine, 2 moschee, 6 cantine, una piscina e un’infermeria: vi abitavano circa mille donne, tra cui la regina madre, le favorite del sultano, ma anche ex favorite che gli avevano dato un figlio, domestiche, nutrici, sarte, musiciste, danzatrici e schiave, sorvegliate dagli eunuchi, gli unici uomini oltre al sovrano che erano ammessi in questa parte del palazzo.
Anche l’harem era diviso internamente da cortili, alloggi degli eunuchi, gallerie segrete, fontane e fresche corti affacciate sul mare. Nelle cucine lavoravano circa 1000 persone che apparecchiavano ogni giorno per 5000 coperti e che arrivavano a 15000 durante le feste. Preparavano circa 50 portate per ogni banchetto, ma i pasti del sultano venivano preparati a parte per ragioni di sicurezza.
Sulla terza corte si affaccia il Palazzo Arz Odasi che fungeva da sala di ricevimento del sultano; qui il rumore della fontana serviva per impedire agli estranei di ascoltare le conversazioni. Troviamo anche la Biblioteca di Ahmet III che un tempo custodiva ben 6000 volumi, manoscritti inediti di diverse culture e Hirka-i-Saadet, il padiglione delle reliquie dei santi, con i cimeli più preziosi del mondo islamico come alcuni oggetti appartenuti al Profeta Maometto, il suo mantello, il suo stendardo, un dente, un’impronta del piede e perfino alcuni peli della sua barba.
Sebbene fosse considerata un tabù la pittura di esseri viventi, i sultano incentivarono questa arte e si fecero realizzare miniature particolarmente pregiate dei loro ritratti che tenevano nascoste nella Sala delle miniature. In queste 4 sale sono custoditi tutti gli oggetti preziosi appartenuti ai sovrani: dai candelabri di oro massiccio con incastonati 6666 diamanti al trono ricoperto di lamine d’oro fino al pezzo più importante della collezione, il Diamante del mercante di cucchiai, di ben 86 carati e circondato da 49 brillanti. Non solo gioielli, ma anche i doni di capi di stato che per secoli hanno fatto visita ai sultani e armature di rappresentanza. Chiamata anche il Giardino dei Tulipani, il fiore preferito dal sultano Ahmet III, la quarta corte vanta una meravigliosa terrazza affacciata sul  Bosforo, sicuramente una delle più panoramiche grazie anche al Baldacchino in rame circondato da vasche di marmo e fontane gorgheggianti con una magnifica vista sul Corno d’Oro. In questo angolo solitario del palazzo il sultano si faceva servire la cena dopo il tramonto nel periodo del Ramadan.

lunedì 29 settembre 2014

Intrighi nell’harem di Solimano

Solimano e Rosselana in un quadro del '700
Quando un sultano moriva, tutte le sue concubine (eccetto la validé) e le sue figlie venivano rinchiuse nel “Palazzo delle lacrime” e qui, trascorrevano il resto della loro vita. Alcune di loro, riuscirono però ad esercitare sul sultano una tale influenza da cambiare la propria vita e il corso della storia. La prima e più famosa fu Roxelana o Rossellane, una schiava russa, di cui Solimano finì per invaghirsi pazzamente.
Roxelana diventò la seconda kadin quando diede alla luce un figlio maschio. La prima kadin si chiamava Rosa di Primavera e suo figlio Mustafa era destinato a succedere a Solimano, ma Roxelana, ambiziosa e assetata di potere, impegnò tutte le sue forze per sbarazzarsi di Rosa di Primavera, di suo figlio, e di tutti i loro alleati, affinché fosse uno dei suoi figli a diventare sultano. Un giorno, eludendo la sorveglianza degli eunuchi entrò nell’appartamento della rivale e la prese a pugni, ritrovandosi a sua volta, con il viso pieno di graffi. Nei giorni successivi si rifiutò di comparire davanti al sultano adducendo come scusa il volto sfigurato, fino a quando Solimano cedette e, per allontanare Rosa di Primavera dal palazzo imperiale, nominò Mustafa governatore della Manisa, dove, in base al protocollo, la madre lo avrebbe seguito. Giorno dopo giorno il legame di Roxelana con il sultano si rafforzava sempre più tanto che, Solimano per avere consigli ricorreva più a lei che ai propri visir.  In questo modo la donna  poteva giocare le sue carte e quando morì la validè, si ritrovò regina incontrastata di tutto l’harem. Per evitare possibili concorrenti, faceva sposare le schiave più belle e giovani e riuscì anche a convincere Solimano a sposarla, cosa niente affatto semplice dato che dal tempo di Maometto i matrimoni dei sultani erano cessati ed era stato istituito l’harem imperiale, con schiave di varie nazionalità, allo scopo di evitare che la moglie ufficiale di un sultano favorisse la propria famiglia con onori e privilegi. Il matrimonio tra Solimano e Roxelana fu celebrato con un fasto mai visto. La città venne adornata con fiori e bandiere. Per le vie sfilò un corteo di duecento muli e duecento cammelli che portavano i doni inviati da tutte le province del regno, seguito da ottanta eunuchi bianchi e ottanta neri, anche questi doni per la nuova sovrana. I festeggiamenti durarono una settimana, protraendosi fino a notte, in una città illuminata dalla luce di migliaia di lanterne. L’obbiettivo principale di Roxelana era quello di far diventare suo figlio Selim erede di Solimano, ma vi erano ancora due seri ostacoli da superare. Il primo era rappresentato da  Mustafa, primogenito del sultano molto amato da tutti ed il secondo era il Gran Visir Ibrahim che faceva di tutto per proteggere Rosa di Primavera e se stesso. Solimano considerava Ibrahim un fratello, lo aveva ricoperto di onori, ricchezze e gli aveva dato in sposa la sua stessa sorella, ma il Gran Visir aveva un punto debole: la vanità. Uomo di bassi natali, in poco tempo aveva ottenuto la carica di Gran Visir, e aveva accumulato enormi ricchezze, abbagliato da tanta fortuna non esitava a definirsi l’uomo più potente dell’impero, attribuendosi dopo la conquista di Baghdad il titolo di sultano dell’armata. Roxelana sostenuta da coloro che lo invidiavano organizzò una campagna denigratoria nei suoi confronti fino a convincere Solimano che Ibrahim costituiva un pericolo per il suo potere. Ibrahim fu condannato a morte e  strangolato con una corda di seta rossa, dagli schiavi sordomuti, addetti alle esecuzioni dei personaggi di alto rango. Ottenuta la sua prima vittoria, Roxelana fece eleggere Gran Visir un uomo fedele a lei e con il suo aiuto riuscì a stringere alleanze con gli uomini più ricchi e potenti di tutto l’impero. Conquistò molta popolarità facendo costruire moschee, bagni, biblioteche, un ospedale, fontane, alberghi gratuiti per i pellegrini. Ora rimaneva solo da eliminare Mustafa e l’occasione si presentò quando l’impero entrò in guerra con la Persia. Roxelana fece arrivare a Solimano una lettera in cui Mustafà chiedeva aiuto allo shah di Persia per detronizzare il padre e prendere il suo posto. La lettera era falsa, ma a Mustafa non fu mai data la possibilità di dimostrarlo. Solimano in preda ad una violenta collera convocò il figlio nella propria tenda e accusandolo di tradimento lo fece strangolare dai sordomuti con una corda di seta. Roxelana riuscì così a raggiungere il suo scopo, ma morì prima di diventare validè e di vedere suo figlio Selim succedere al padre Solimano nel 1566.

venerdì 27 giugno 2014

Il Ramadan e l'harem



Alle grandi festività l'harem partecipava in due modi: aiutando nei preparativi e assistendovi da palchi appositamente allestiti. V'erano però, lungo il corso dell'anno, anche altre cerimonie ed altre festività, soprattutto religiose, cui le donne dell'harem partecipavano. Ad esempio la preghiera del venerdì. A mezzogiorno si formava un corteo pubblico, che accompagnava il sultano alla moschea. Durante il mese di Ramadàn i cerimoniali religiosi erano maggiormente osservati. La prima notte del mese sacro trascorreva nella preghiera. fino a che il cannone annunciava l'inizio del digiuno. A mezzogiorno un teologo teneva un sermone in ogni nucleo dell'harem. La sera era nuovamente lo sparo del cannone che segnava la rottura del digiuno. Limonate, sciroppi, datteri e miele, erano i cibi che si assumevano prima di dare inizio al pasto vero e proprio. A questo punto il sultano invitava dignitari e ospiti di gran lignaggio, ed era compito della validè sultàn e delle donne dell'harem ospitare le spose dei dignitari. Dopo la preghiera le donne dell'harem e le loro ospiti potevano essere intrattenute con canti e musiche. Per la festa di fine Ramadàn, il sultano visitava l'harem, distribuendo doni a tutti e cercando, in particolare, di appianare lagnanze e eventuali questioni. Era d'obbligo per il sultano visitare la validè e le donne dell'harem durante la festività per la "notte del destino" (quando il profeta Maometto ricevette la prima rivelazione del Corano); per la "nascita del Profeta"; per la "notte dell'Ascesa" (durante la quale il Profeta compì un viaggio mistico); e per la "festa del sacrificio" che rammenta il sacrificio di Abramo. In queste occasioni si regalavano soprattutto oggetti e monili in filigrana d'argento e d'oro.

                             
                                               Ramadan Mubarak


mercoledì 7 maggio 2014

Harem: la musica e la danza




Nel Medioevo donne di “straordinaria bellezza” venivano acquistate al mercato degli schiavi o rapite come bottino di guerra, per essere portate nei palazzi di uomini potenti, califfi, sultani e ricchi mercanti. Alcune di queste ragazze venivano impiegate per i lavori domestici, altre  più fortunate, erano affidate dal padrone dell’harem, ad esperti maestri in modo che potessero imparare a cantare,  a ballare, a recitare poesie e a suonare strumenti musicali. Nel Palazzo vi era la sala della musica, dove solo gli insegnanti e le studentesse potevano avervi accesso, e naturalmente le persone addette alle pulizie. Nell'harem, da sempre, avevano luogo piccoli concerti, serate di canto e spettacoli teatrali tipicamente turchi. Sopratutto apprezzata era la danza. Le schiave-ballerine più esperte godevano di maggiore libertà, potevano perfino recarsi a studiare in casa dei più famosi maestri, accompagnate da due donne anziane ed erano ammesse a competere con musicisti e poeti nelle grandi feste organizzate nei palazzi che duravano anche tutta la notte. Il corpo di ballo era composto da dieci danzatrici più una capodanzatrice e un'apprendista. In particolare eseguivano la danza kocek (che nel resto del paese era eseguita invece da giovanotti vestiti da donna), caratterizzata da sonagli d'ottone alle dita, o da nacchere; oppure la tavsan oyunu (danza del coniglio). Per ogni tipo di danza le ballerine vestivano costumi tradizionali, caratteristici di ciascuna. L’accompagnamento musicale veniva effettuato con strumenti musicali come il liuto ('ud), il violino, il tamburello (duff), le nacchere (çalpâre), il flauto (ney) , e una sorta di liuto chiamato tambur. Quando, con la fine dell’Impero Ottomano nel 1909, l’harem fu sciolto, le donne uscirono dalla loro gabbia dorata. Qualcuna  riuscì a  ritornare dalla sua famiglia, altre impiegarono le arti imparate nell’ harem per guadagnarsi la vita.

domenica 8 dicembre 2013

Le nascite nell'harem


Nell'harem, le nascite dei figli del sultano, venivano accolte con grandi festeggiamenti. Si decorava il letto della partoriente ed anche la culla del neonato, fatta fare appositamente in legno laminato d’oro, era spesso ornata con pietre preziose. Quando il bambino nasceva, per celebrare l’evento, in ogni sezione del palazzo, si sacrificavano alcuni montoni; cinque se il nascituro era maschio e tre nel caso fosse femmina. L’annuncio ai sudditi veniva dato con un colpo a salve di cannone poi, uno dei funzionari del sultano impartiva speciali disposizioni al capo dei banditori di Istànbul affinché inviasse i suoi uomini a portare la notizia in tutta la città; notizia che in seguito veniva divulgata per tutto l’impero. La gente, di solito, si raccoglieva nelle moschee per una preghiera poi, al suono delle bande militari, iniziavano i veri festeggiamenti. Il gran visir si precipitava a Palazzo per congratularsi con il  sultano, i poeti accorrevano a corte portando cronogrammi scritti per l'occasione e l’harem si vestiva a festa. Lanterne, lampade e torce ardevano tutte le notti sia dentro che fuori il palazzo e le vie della città venivano ornate con luminarie. Fuochi d’artificio illuminavano il cielo di Istànbul. 
All’interno del palazzo si provvedeva ad assegnare al bambino e alla madre un certo numero di cameriere e si designava la scorta del principe. Quando il bambino aveva cinque o sei anni, iniziava la sua educazione che includeva equitazione, tiro all'arco, caccia, uso delle armi, oltre a lezioni giornaliere in aula. A tredici o quattordici anni veniva circonciso e gli era assegnata una propria stanza. Poteva fare passeggiate ed uscire in battello ma aveva pochissimi contatti con il mondo esterno. La nascita di una figlia era salutata con minor formalità, ma dato che le principesse non potevano salire al trono, vivevano una vita più sicura dei maschi. Spesso le principesse sposavano dignitari di corte, in particolare i gran visir, e avevano doti e appannaggi confacenti al loro grado. Anche i festeggiamenti per il fidanzamento e per il matrimonio di una principessa erano sfarzosi, e potevano durare anche più giorni. I figli delle principesse non potevano in modo assoluto accedere al trono, ma godevano di privilegi particolari e potevano avere accesso a cariche ufficiali molto importanti.

ill:  "Mother And Child" di Frederick Arthur Bridgman - Oil Painting
  

giovedì 25 aprile 2013

Harem: gli eunuchi


Nell’ harem, dove vivevano centinaia di donne, era di fondamentale importanza che ci fossero sicurezza e protezione. Gli eunuchi erano la soluzione. Nella "casa" del sultano ne vivevano circa 200 ed erano divisi in due categorie: eunuchi neri ed eunuchi bianchi. Inizialmente i sultani si facevano servire da eunuchi bianchi( ak agalar), schiavi acquistati principalmente nei Balcani e nel Caucaso. In seguito presero il sopravvento gli eunuchi neri (kara agalar) che venivano inviati in dono a Costantinopoli dal governatore ottomano dell’Egitto o venivano catturati nelle guerre. Gli eunuchi neri erano soprattutto i guardiani dell’harem e siccome dovevano stare a contatto con le donne subivano una castrazione totale. Il capo eunuco nero, "Kizlar Agasi", ricopriva ruoli molto importanti non solo nell'harem, ma anche all'interno dell'amministrazione ottomana. Era il più importante collegamento tra il sultano e la madre, la validé sultan. Il suo rango era un po’ l’ equivalente del "pasha"( titolo onorifico attribuito ai funzionari ottomani di grado elevato dal sultano), e faceva da messaggero tra il sultano e il gran visir (il primo ministro del sultano). Inoltre, era coinvolto in quasi tutti gli intrighi di palazzo e questo gli permetteva di aumentare a poco a poco il suo potere fino ad ottenere una posizione dominante. Bisogna sottolineare che la legge coranica predicava una grande tolleranza nei riguardi degli schiavi che non erano considerati una classe inferiore, anzi: il titolo di qul (schiavo) godeva di un certo ascendente e potevano quindi ricoprire anche cariche importanti. Gli eunuchi bianchi avevano invece compiti diversi all’interno del governo, alcuni di loro riuscirono anche ad essere al servizio diretto del Sultano stesso e non essendo a stretto contatto con le donne subivano una castrazione solo parziale. Dato che la castrazione era proibita dal Corano, gli schiavi bianchi venivano evirati in Spagna o Francia, mentre i neri in Egitto da uomini copti, comunque né gli uni, né gli altri potevano trascorrere la notte nella parte femminile dell’ harem. Il capo degli eunuchi bianchi "Kapi Agasi" (o Kapi Agha)  veniva scelto direttamente dal sultano. Il suo potere iniziò a diminuire nel XVI secolo, quando le validè assunsero il governo effettivo dell’impero, coadiuvate dal gran visir e dal capo degli eunuchi neri.

venerdì 1 marzo 2013

La leggenda dei gelsomini (2)


Si racconta che cento e cento anni fa, in un mercato di schiavi in Arabia, due donne, una molto giovane e l'altra, ancora bella seppur non più giovanissima, si stringevano l'una all'altra piangendo. Erano state fatte prigioniere nel loro villaggio e poi portate sul mercato in vendita al miglior offerente. Difficile trovare un acquirente per entrambe. Ed ecco che la giovane viene strappata dalle braccia della madre, comprata da un ricco signore, senza nessuna pietà. Viene portata via, in sella ad un veloce cavallo,  sorretta da un servitore. Ha appena avuto il tempo di sussurrare che si serberà per l'uomo che l'amerà veramente. 
Giunta al palazzo del Gran Pascià viene rinchiusa nell'harem e qui profumata, agghindata e ingioiellata per l'offerta d'amore. Jasmine "Gelsomino" sarà il suo nome le dice l'eunuco a guardia dell'harem. E Jasmine di notte, esegue gli ordini e scende in giardino per attendere il suo signore. Ma la sua anima si ribella e quando il pascià sta per giungere estrae lo stiletto che teneva nascosto in seno e si trafigge il cuore. Cade senza grida sul bordo di un laghetto. La mattina seguente, nello stesso punto in cui è caduta la fanciulla,  vi è un bellissimo fiore. Jasmine (gelsomino) è il suo nome . 

giovedì 31 gennaio 2013

Harem: la validè sultan e le kadin



Nell’ impero ottomano, l’harem, costituito da un vasto complesso di padiglioni, chioschi, giardini e cortili pergolati, era articolato attorno alla residenza della validè sultan, la madre del sultano regnante, la donna più importante di tutto l’harem. Spesso proprietaria di vasti possedimenti terrieri, che gestiva con l’ausilio di eunuchi neri, la validè sultan poteva dare ordini direttamente al gran visir e il suo ascendente sul sultano, sia per quanto riguardava la scelta delle mogli e delle concubine, sia per le questioni di stato, era molto forte. In particolare nel XVII secolo, si succedettero una serie di sultani poco competenti o di giovane età che  permisero il rafforzamento della figura della validè, tanto che questo periodo venne definito “il sultanato delle donne”. La validè pretendeva che tutte le componenti dell’harem le giurassero obbedienza e  l’ harem si trasformò così in una vera e propria corte con una sua gerarchia. Al rango più basso si trovavano le schiave, che dormivano anche in dieci nella stessa stanza e vivevano nella speranza di attirare l’attenzione del sultano. Appena al di sopra delle schiave si trovavano le donne che erano piaciute almeno una volta al sultano, ma non gli avevano dato figli, infine c’erano le kadin, le mogli.
Dato che la legge islamica consentiva di avere 4 mogli legittime, diventavano kadin le prime quattro schiave che generavano un figlio maschio e anche tra loro vigeva un rigido ordine di precedenza. La più importante era la donna che aveva dato alla luce il primogenito e nessuna delle altre, fosse pure la favorita del momento, poteva mancarle di rispetto. Le mogli del sultano che partorivano un figlio maschio era chiamate haseki sultan, chi invece partoriva una figlia femmina era chiamate haseki kadin. Oltre alle quattro mogli il sultano poteva avere anche tutte le concubine che era in grado di mantenere decorosamente, alcuni sovrani ottomani ne ebbero fino a 300, anche se non tutte vivevano nell’harem. Le kadin, sopra le quali si trovava sempre la validè sultan, chiamata anche regina madre, vivevano in appartamenti a loro riservati con un loro seguito. Il protocollo dell’harem, con il passare del tempo, divenne sempre più complesso anche per quanto riguardava il rapporto del sultano con le odalische. Solo dopo aver rivolto un lungo omaggio alla propria madre, poteva visionare le giovani odalische. Se qualcuna di queste gli piaceva, la indicava e iniziava così la frenetica preparazione della ragazza che doveva giacere nel suo letto. Questa veniva preparata da un corteo di vergini che, dopo averla lavata e massaggiata con oli fragranti, le dipingevano le unghie con l’henné e le ciglia con il kohl, una pasta colorante fatta con limone e grafite scaldati su un braciere. Quando la fanciulla veniva finalmente condotta nella stanza del sultano, due enormi candele venivano lasciate ardere per tutta la notte, e alcune donne sorvegliavano le porte.
Il mattino dopo, mentre il sultano indugiava nelle abluzioni mattutine, la ragazza frugava tra i suoi abiti, perché qualunque cosa avesse trovano nelle tasche le apparteneva di diritto. La data dell’accoppiamento veniva segnata su un registro, se dopo nove mesi non avesse dato alla luce un figlio, non avrebbe più rivisto il sovrano.

domenica 14 ottobre 2012

Le odalische e le loro mansioni



Nell'harem vi era un considerevole numero di assistenti e servitori,  più di un centinaio di donne di varie età, a servizio del sultano. Lo svolgimento dei loro compiti era sotto la supervisione della Valide Sultan e la gerarchia era molto complessa.
Il grado più alto spettava alle odalische dette usta (dall'arabo ustaz: professore, maestro). Servivano di persona il sultano, ricevevano stipendi consistenti e potevano dimettersi quando lo desideravano. 
Le haznedar (tesoriere) erano scelte dal sultano stesso e il loro numero variava tra le quindici e le venti. Avevano un ruolo molto importante in quanto gestivano gli stipendi, avevano la possibilità di  intervenire negli affari generali dell'harem e amministravano  i capitali delle principesse e dei principi. Alla morte del sultano, al contrario delle altre cameriere, non potevano rimanere al servizio del successore.
Le odalische che servivano l'imperatore a tavola erano sotto la stretta sorveglianza dell'assaggiatrice capo la quale, per eliminare ogni possibilità di avvelenamento, assaggiava tutti i cibi e durante tutto il pasto rimaneva in piedi alle spalle del sultano. 
La çamasïr ustaaddetta alla biancheria, era la responsabile delle vesti del sultano e dirigeva le lavandaie. 
La ibriktar usta controllava le ragazze che accudivano il sultano durante il bagno.
La berber usta sovraintendeva alle donne-barbiere e agli oggetti per la rasature del sultano.
La kahveci usta e le sue aiutanti avevano il compito  di preparare velocemente e servire  il caffè al sultano  e a tutti i suoi ospiti durante le cerimonie.
Le kadehkar kaden erano le coppiere, mentre le kutucu usta erano le cameriere personali delle donne, delle figlie e delle favorite del sultano. 
La kilerci usta era la responsabile della dispensa ed era aiutata nel suo compito da un certo numero di dispensiere.
La saray usta era una specie di maestra delle cerimonie in tutte le occasioni, matrimoni, nascite, festività.
L'organizzazione dell'harem seguiva esattamente quella del Palazzo imperiale, e ad ogni funzionario di Stato corrispondeva una donna con uguali mansioni nel reparto femminile. 
C’era così la capo segretaria responsabile della disciplina, dell'ordine e del protocollo ed aveva quattro assistenti.
La vekil usta era una sorta di prefetto, di procuratore, che sovraintendeva alle odalische, fra le quali veniva scelta.
L'hastalar usta era l'infermiera specializzata nella cura con le erbe e gli unguenti e con il suo seguito si dedicava agli ammalati dell'harem.
Di poco più importanti, ma più amate dai sultani, che esse avevano visto nascere, erano le levatrici e le balie, scelte in famiglie di particolare qualità.
Molto considerate erano le bambinaie, le uniche che, come le nutrici, potessero prendere in braccio figli e figlie dei sultani.
La kahya kaden era la donna funzionario di più alto grado nell'harem. Era una sorta di sovraintendente di corporazione, in grado di dirigere le cameriere raggruppate nelle varie funzioni.
Poi c'era la funzionaria dell'harem addetta al servizio delle principesse sposate e dei principi.
Infine le musahip kaden facevano parte del seguito personale del sultano, e dovevano naturalmente dar prova di qualità straordinarie, inclusi brio, cultura, spirito e gentilezza.

ill: Frederick Arthur Bridgman- In the Harem- 1894


martedì 3 gennaio 2012

Le odalische



Negli harem ottomani, ogni componente femminile proveniva dal mercato degli schiavi o da un territorio conquistato, quale preda di guerra; oppure era un dono fatto al sultano da sua madre (validè sultàn), dalle sue sorelle o da un alto funzionario dello Stato, che solitamente provvedevano a una prima educazione della ragazza. Di norma si trattava di ragazze accuratamente scelte, non comuni per bellezza e altre doti.  Ve ne erano di tre tipi: quelle relativamente anziane, adibite al basso servizio; altre acquistate ancora bambine, all'età di cinque o sei anni, alle quali nel Palazzo venivano insegnate musica, danza, etichetta e letteratura; e infine le più belle, con un’età compresa fra i quindici e i vent'anni. Giunte a Palazzo, ricevevano un nuovo nome e una ulteriore istruzione. Tutte dovevano studiare bene il turco, saper leggere il Corano e conoscere storia turca e religione islamica. A questo punto diventavano  "novizie" poi, con il  passare del tempo potevano diventare  kalfa, e semmai alla fine usta.  Le usta  (dall'arabo ustaz= professore, maestro) erano le odalische di più alto grado, servivano di persona il sultano, ricevevano stipendi consistenti e potevano dimettersi quando lo desideravano. 
Tutte le odalische,("odalisca" significa "cameriera" da oda= stanza) dall'ultima novizia alla tesoriera in capo, percepivano un salario giornaliero in aspri d'argento, a seconda delle rispettive mansioni, mentre il loro abbigliamento era pagato dal Tesoro del Palazzo; in occasioni di feste e di nascite ricevevano ricchi doni. 
Tutte le domestiche, dopo nove anni di servizio, se lo desideravano, potevano lasciare il Palazzo e anche sposarsi; veniva rilasciato loro un "certificato di liberazione". A quelle che si sposavano, oltre ai doni delle amiche e della validè, venivano dati un anello di diamanti, orecchini di diamanti, un orologio d'oro, porta bicchieri d'argento, due cucchiai e il corredo per la casa; ma quando se ne andavano dopo un servizio più prolungato (diciotto anni e più) ricevevano anche case e terreni, oppure pensioni.  Le odalische vergini, o apprendiste, vivevano in due appartamenti separati dal resto dell'harem, dove cucivano, ricamavano, e studiavano. Imparavano musica, danza o canto e le regole dell'etichetta di corte. La validè sultàn sceglieva fra queste il proprio seguito. 
Divenute più abili nelle rispettive mansioni, venivano chiamate kalfa. A seconda delle loro qualità e della loro bellezza venivano destinate al servizio negli alloggi del sultano, delle "signore" del sultano, della validè, dei prìncipi, delle favorite. Vi erano tre gradi di kalfa; e di solito il sultano stesso sceglieva quelle di primo grado, che sapevano suonare, cantare, scrivere poesie e istruire le apprendiste. Quelle di secondo grado dirigevano le novizie e le cameriere comuni. Quelle di terzo grado servivano le prime e le seconde. 
Le odalische alternavano una settimana di lavoro ad una di riposo, con turni rigidamente fissati che iniziavano ogni venerdì. Ogni notte un gruppo di kalfa, dalle 15 alle 20, sorvegliava gli alloggi e pattugliava tutte le stanze e i giardini. Ogni giovedì si procedeva alle pulizie comuni, e all'inizio di ogni mese le cameriere comuni si dedicavano alle pulizie generali. In definitiva la vita nell'harem era si una vita di lusso, di agi, ma non di stravizi, dissolutezze e snervanti piaceri come hanno fatto credere i molti viaggiatori dei secoli passati.

ill: Le Odalische di M.Belloni (XIX sec.) La favorita dell'Harem

sabato 26 marzo 2011

Harem


L’ harem (dall’arabo “harim” che significa “luogo” proibito, sacro, inviolabile), fin dai tempi più antichi, ha esercitato sull’occidente un fascino quasi ossessivo, ispirando centinaia di dipinti orientalisti del diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo, ma  è necessario fare una distinzione tra due tipi di harem: quelli imperiali e quelli domestici.
I primi esistevano quando l’imperatore, il suo visir, i generali, gli esattori delle tasse etc. avevano influenza e denaro sufficienti a comperare centinaia e a volte migliaia di schiavi dai territori conquistati e quindi provvedere alle ingenti spese di gestione domestica. Fiorirono con la dinastia degli Omayyadi, una dinastia araba del settimo secolo stabilitasi a Damasco, per finire poi nel 1909 con gli Ottomani, quando l’ultimo sultano, Abdelhamid II, venne deposto dalle potenze occidentali  e il suo harem fu smantellato.
Capo supremo era il sultano il quale poteva scegliere tra le bellissime schiave che popolavano il suo harem, la propria donna (una o più, sino a quattro) e le sue favorite. La scelta doveva essere fatta con molta cura e  approvata dalla "validè sultàn"( madre del sultano). Queste donne erano poi  istruite in varie arti e discipline e a loro spettava il titolo di “hàtùn” che venne in seguito cambiato con “kaden efendi”(signora). Tutte loro avevano un appartamento privato nell'harem e un seguito di cameriere. Le stanze, disposte attorno ad un cortiletto avevano ingressi sorvegliati da eunuchi durante il giorno, e da  guardiane durante la notte. Tra tutti gli appartamenti, il più grande, dopo quello del sultano, era l'appartamento di sua madre, vera imperatrice, direttrice e padrona dell'harem. I sultani che amavano più di una donna dovevano sottostare ad una severa etichetta, che regolava le loro notti d'amore secondo un ordine ben definito. Il turno era fissato secondo la legge coranica in base alla quale il marito deve soddisfare tutte le mogli in modo paritario. Era la donna che si recava nella camera del sultano, non erano mai ammesse due donne contemporaneamente ed è falsa la notizia secondo la quale le donne si schieravano in attesa della visita del sultano, e questi passava davanti a loro lanciando un fazzoletto a quella che sceglieva per la notte. Con buona pace dei sognatori che popolano l'harem d'orge e di baccanali, del tutto contrari invece alla Legge islamica, la tabella che regolava il succedersi delle varie donne nella camera del sultano notte dopo notte era tenuta dalla tesoriera in capo e conosciuta da tutti. Tuttavia con alcuni sultani la vita nell'harem fu meno convenzionale.
Gli harem domestici, sono invece quelli che continuarono ad esistere dopo il 1909, quando i musulmani persero il potere e le loro terre furono occupate e colonizzate. La parola harem viene qui utilizzata, per indicare in generale la parte della casa che è riservata alle donne (haremlik) ed è separata dalla zona degli uomini (selamlık).
Sono in pratica delle famiglie allargate dove  un uomo, i suoi figli e le loro mogli vivono nella stessa casa, uniscono le risorse, senza schiavi e senza eunuchi, e spesso con coppie monogamiche, dove tuttavia sopravvive l’usanza della reclusione femminile.

ill:" Interior of a harem" di Leon Auguste Adolphe Belly

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