giovedì 28 luglio 2016

Silenzio e solitudine - poesia tuareg


Solamente chi vive nel deserto
ne conosce il silenzio
che scende da ogni stella palpitante
e dalla bianca tomba della luna.
Si stende senza palpiti il deserto
simile al cuore di una donna morta
che nessuna carezza risveglia.
Solamente chi è perso nel deserto
senza canti di uccelli
né stormire di fronde
nell'arido grigiore
di pietra e sabbia
conosce la vera solitudine
Io mi sono disteso
in questa immensità che scava
di sotto ai nostri piedi
la cuna della tomba e del vagito.

sabato 18 giugno 2016

Proverbi tuareg



                   Quando c'è una meta, anche il deserto diventa strada. 

                   Chi corre sempre, saprà sempre meno cose di colui che resta 
                   calmo e riflette.

                  La pazienza è un albero: le radici sono molto amare, ma i frutti                                                    dolcissimi


                  Mettiti in cammino anche se l'ora non ti piace. Quando arriverai 
                  l'ora ti sarà  comunque gradita ...



sabato 4 giugno 2016

La cucina araba durante il Ramadan.


Paradossalmente non si cucina mai così tanto come in tempo di Ramadan. Al tramonto del sole, l "iftar" annunciato in tutte le città dalle sirene, segna la fine del digiuno. Il pasto inizia solitamente con un dattero perchè era così che il profeta Maometto rompeva il digiuno. Al centro tavola troneggia la “harira” fumante, zuppa marocchina a base di pomodori, lenticchie, ceci, riso e carne, piccante e all’aroma di limone. A seguire, tè, dolci, frittelle, uova, datteri...una mescolanza di sapori dolci e salati Gli chebbakia, nastri intrecciati di pasta fritta, aromatizzati al miele e spolverati di semi di sesamo, sono i dolci per eccellenza del Ramadan, ma bisogna ricordare che ogni paese islamico ha il proprio piatto tradizionalmente legato al Ramadan. L' “iftar” viene offerto a tutti; chi si trova fuori a quell’ora, può affacciarsi alla porta di una casa qualsiasi e riceverne. Spesso, verrà invitato a sedersi e a mangiare.

martedì 10 maggio 2016

L'Araba Fenice


Araba Fenice Bennu – Rappresentazione parietale egizia

La Fenice, nota come “Araba Fenice”, è un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri, dopo la morte.
Gli Egizi furono i primi a parlare del Bennu che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo, azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente oppure erette sulla sommità del capo.
Quando la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, dopo aver vissuto per 500 anni, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido. Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.
Per via della cannella e della mirra che bruciavano, la morte di una fenice era spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi un piccolo uovo, che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice, dopodiché la giovane e potente Fenice, volava ad Heliopolis (città del Basso Egitto) per posarsi sopra l'albero sacro,«cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra». Alcuni storici si domandano se sia veramente esistita la fenice e facendo riferimento alle opere dei poeti romani la considerano nulla di più di un prodotto della fantasia dei seguaci del Dio-Sole. Altri, tuttavia, credono che il mito possa essere basato sull'esistenza di un vero uccello che viveva nella regione allora governata dagli Assiri.

domenica 24 aprile 2016

Abbigliamento arabo tra passato e presente: djebba


Il costume tradizionale delle donne di Costantina (Algeria) è rappresentato dal djebba, indumento da cerimonia per eccellenza. Viene indossato in occasioni speciali come le nozze, o l’ outeyya (festa organizzata per la sposa, in generale 2 notti prima delle nozze) oppure per eventi culturali. Si tratta di un abito lungo, con maniche lunghe e senza collo confezionato in velluto spesso, raso pesante o ricco damasco. I colori più utilizzati sono il nero, il bordeaux , il blu e il verde e sono sempre in tonalità scure. La bellezza di questo vestito, di ispirazione ottomana, risiede oltre che  nella ricchezza dei tessuti, anche nei ricami in oro che ne decorano i bordi e impreziosiscono la scollatura. Le donne  usano abbinare all’abito, una cintura dello stesso tessuto con ricami in oro, argento e inserti in oro. Ai piedi  calzano delle babouches  in ugual stile. Quest’abito è conosciuto anche con il nome di “djebba Fergani” in riferimento alla famiglia che è stata precursore della “haute couture” di Costantina. Ogni donna che si sposa non rinuncia a una djebba Fergani, ma dato il costo oneroso dell’abito è diventata tradizione tramandare la djebba da madre a figlia.

sabato 26 marzo 2016

La leggenda del fiume e delle sabbie (una storia sufi)


Questa storia Sufi è una parabola carica di metafore che può solo essere compresa pienamente solo attraverso l’intelligenza del cuore. Una storia che  “deve essere assimilata, sorseggiata come un tè, goduta in uno stato d’animo rilassato”.


Un fiume,
dalla sorgente sulle montagne lontane,
dopo aver attraversato paesaggi
di ogni genere e forma,
raggiunse alla fine le sabbie del deserto.
Come aveva superato ogni altro ostacolo,
il fiume cercò di superare anche questo,
ma correndo nella sabbia s’accorse
che le sue acque scomparivano.

Era comunque convinto che il suo destino
fosse di attraversare questo deserto,
anche se non c’era mezzo per farlo.
Allora una voce nascosta,
che veniva dal deserto stesso, bisbigliò:
“II vento attraversa il deserto,
così può farlo il fiume”.

Il fiume obiettò
che si era lanciato con forza nella sabbia
con l’unico risultato di esserne assorbito,
mentre il vento poteva volare
e per questo riusciva ad attraversare il deserto.

“Lanciandoti con violenza
come sei abituato a fare,
non andrai mai dall’altra parte:
potrai scomparire e diventare un acquitrino.
Devi lasciare che il vento
ti trasporti dall’altra parte,
alla tua meta”.

“Ma come può accadere?”.
Lasciandoti assorbire nel vento”.
Il fiume non poteva accettare un’idea simile.
Dopotutto non era mai stato assorbito prima.
Non voleva perdere la sua Individualità.
E una volta persa,
come poteva sapere
se l’avrebbe mai riacquistata?

“Il vento”, disse la sabbia,
“ha questa funzione.
Solleva l’acqua verso l’alto,
la trasporta oltre il deserto,
quindi la lascia ricadere.
Cadendo come pioggia,
l’acqua diventa di nuovo un fiume”.

“Come posso essere sicuro che questo è vero?”.

“E’ così, e se non ci credi,
non diventerai altro che un acquitrino,
e anche in questo caso
potrebbero occorrere molti, molti anni;
e di certo non sarai mai più  un fiume”.

“Ma non posso restare lo stesso fiume
che sono ora?”.

“In nessun caso potresti”,
disse il sussurro.
“La tua parte essenziale viene trasportata lontano
e forma di nuovo un fiume.
Anche oggi vieni chiamato ‘fiume’
perché non sai quale parte in te
è quella essenziale”.

Nel sentire questo,
nei pensieri del fiume
iniziarono a risuonare echi lontani.
Vagamente,
ricordò uno stato in cui lui
– oppure era una parte di lui? –
era stato portato nelle braccia di un vento.
E ricordò anche
– oppure l’aveva fatto? —
che quella era la cosa reale da fare,
anche se non necessariamente la più ovvia.

Per cui il fiume levò il suo vapore
nelle braccia accoglienti del vento,
che dolcemente e con semplicità
lo fece salire verso l’alto e lo portò lontano,
per poi lasciarlo cadere delicatamente,
non appena raggiunsero la cima di una montagna,
molte, moltissime miglia più in là.
E poiché aveva avuto questi dubbi,
il fiume era ora in grado di ricordare
e conservare
in modo più vivo nella sua mente
i dettagli dell’esperienza.

Egli rifletteva:

“Sì, ora ho appreso la mia vera identità”.

Il fiume stava imparando.
Ma le sabbie sussurravano: “Noi sappiamo,
perché lo vediamo accadere giorno dopo giorno;
e perché noi, le sabbie,
ci estendiamo senza interruzione
dal fiume fino alla montagna”.

Per questo è detto
che il cammino lungo il quale il fiume della vita
deve continuare il suo viaggio
è scritto nelle sabbie.

Osho


lunedì 29 febbraio 2016

Detto Tuareg



                    “Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini ci vivano, 
                                    i deserti perché vi trovino la propria anima”  

                     

venerdì 12 febbraio 2016

La poesia araba di Nizar Qabbani.

 L'amore, amore mio




                                                 L'amore, amore mio,
                                è una poesia graziosa scritta sulla luna,
                                l'amore è disegnato su tutte le foglie degli alberi,
                                                 l'amore è inciso
                                            sulle piume dei passeri
                                            sulle gocce di pioggia...  

Nizar Qabbani


giovedì 28 gennaio 2016

La terrazza proibita. (Vita nell'harem) di Fatema Mernissi

inizia così....



Venni al mondo nel 1940 in un harem di Fez, città marocchina del nono secolo, cinquemila chilometri circa a ovest della Mecca e solo mille chilometri a sud di Madrid, una delle temibili capitali cristiane.
Mio padre era solito dire che con i cristiani, e con le donne i guai nascono quando non vengono rispettati i hudùd, ovvero i sacri confini. Al tempo in cui nacqui, dunque, si era in pieno caos, perché né donne né cristiani volevano saperne di accettare i confini. E questo era evidente già sulla soglia di casa, dove le donne dell'harem discutevano e si accapigliavano con Hamed, l'uomo a guardia della porta, mentre per strada sfilavano i soldati stranieri che continuavano ad arrivare dal nord e che si erano stabiliti proprio in fondo alla nostra via, tra i quartieri vecchi e la Ville Nouvelle, la città nuova che si stavano costruendo. Secondo mio padre, non era un caso che Allah, creando la terra avesse separato uomini e donne, e messo un mare a dividere cristiani e musulmani. L'armonia esiste quando ogni gruppo rispetta i limiti dell'altro conformemente a quanto prescritto; passare quei limiti conduce solo al dolore e all'infelicità. 
E invece le donne, ossessionate dal mondo al di là della soglia di casa, altro non sognavano che di oltrepassarla, e andare a passeggio per vie sconosciute, mentre i cristiani continuavano ad attraversare quel mare, portando disordine e morte.
Sciagura e vento freddo vengono dal nord; e noi preghiamo rivolti verso l'est. La Mecca è lontana. La tua preghiera può giungere fin là, ma devi sapere come concentrarti. A tempo debito mi avrebbero insegnato a concentrarmi.
I soldati spagnoli si erano accampati a nord di Fez. Zio Alì e mio padre, che in città erano tanto potenti e in casa davano ordini a tutti, dovevano chiedere il permesso a Madrid, se volevano recarsi alla festa religiosa di Mawlày Abdelsalàm, vicino a Tangeri, a trecento chilometri di distanza. ma quei soldati fuori dalla nostra porta appartenevano a un'altra tribù: quella dei francesi, cristiani come gli spagnoli, ma che parlavano un'altra lingua e vivevano ancora più a nord. La loro capitale si chiamava Parigi e, secondo mio cugino Samìr, doveva trovarsi a duemila chilometri da noi, due volte più lontana di Madrid, e due volte più feroce. Come i musulmani, i cristiani avevano l'abitudine di combattersi tra di loro; e ogni volta che spagnoli e francesi varcavano il nostro confine, per poco non si ammazzavano a vicenda. Quando fu chiaro che nessuno dei due era in grado di sterminare l'altro, presero la decisione di tagliare in due il Marocco.....
......

mercoledì 30 dicembre 2015

Proverbio sudanese


                                    
                                 La farfalla non conta gli anni, ma gli istanti: 
                              per questo il suo breve tempo le basta. 


giovedì 10 dicembre 2015

I tappeti berberi




L'arte di annodare i tappeti si è probabilmente sviluppata nelle steppe dell'Asia centrale diverse migliaia di anni fa. Le tribù nomadi avevano bisogno di qualcosa che potesse proteggerli contro il clima rigido invernale, qualcosa che fosse più maneggevole rispetto alle coperture in pelle di montone. Allo stesso tempo, creavano ornamenti per le proprie tende. Il materiale utilizzato per l'ordito e la trama era il vello ottenuto dalle greggi di pecore e capre. 
I telai, nella loro forma più semplice, erano composti da due barre di legno (subbi) fissate a terra tra le quali veniva teso l'ordito. Questi telai orizzontali, utilizzati dai nomadi ancora oggi, hanno il vantaggio di poter essere piegati facilmente e trasferiti al campo successivo. 
Il motivo di questi primi tappeti era composto da forme geometriche o figure stilizzate. I tappeti berberi sono ancora oggi, caratterizzati da losanghe, triangoli, righe dritte e zig-zag, disegni semplici e geometrici. Ogni tappeto è un libro ‘unico’, tutto da decodificare, frutto della creatività individuale, che rappresenta prima di tutto le fasi della vita della donna che lo ha creato, l’adolescenza, il matrimonio, la gravidanza, la sessualità, infatti si tratta proprio di un linguaggio in codice, tramandato di madre in figlia, che racconta la storia segreta della donna che lo ha tessuto.. Realizzato in lana, un buon tappeto contiene almeno 480.000 nodi in un metro quadro, e sono necessari non meno di nove mesi per realizzarlo. I tappeti Taznakht vengono colorati utilizzando pigmenti naturali come zafferano, henné e menta. Sono fatti di lana di pelo di capra o di dromedario, e una volta terminati diventano tappeti di casa, coperte, arazzi, oppure vengono venduti e porteranno con se la loro storia segreta. Artisti di fama mondiale come Paul Klee, Le Corbusier, Wassily Kandinsky erano grandi estimatori dei tappeti berberi e in varie occasioni hanno loro reso omaggio. Le Corbusier in particolare quando insegnava alla scuola di Belle Arti a Parigi aveva questa teoria: ‘Fare come le donne berbere, unire alla geometria la più incredibile fantasia’.

martedì 27 ottobre 2015

La mano di Fatima


La leggenda racconta che una sera Fatima, (figlia del Profeta Maometto andata in sposa ad Ali, nipote del padre) stava preparando la cena, quando vide rientrare il marito, di cui era perdutamente innamorata, con una concubina. Profondamente addolorata dall'arrivo di questa donna, Fatima non si accorse di aver lasciato cadere il cucchiaio di legno con cui stava cuocendo la cena e continuò a mescolare con la mano, senza sentire dolore fisico, poiché la pena che provava nel cuore era talmente forte da non farle sentire il bruciore alla mano.
Quando il marito arrivò in cucina, trovandola in quello stato, le chiese cosa stesse facendo e, solo in quel momento, lei si riscosse, accorgendosi della bruciatura e del forte dolore alla mano. Ali si prese cura di lei, ma poi le disse che avrebbe passato la notte con la nuova sposa.
Fatima accettò la volontà del marito, ma quando l’uomo si recò nella sua stanza con la concubina, lei li osservò di nascosto da una fessura tra le assi di legno della parete della camera. Si dice che quando vide Ali baciare la nuova moglie, una lacrima uscì dagli occhi di Fatima, per andarsi ad appoggiare sulla spalla del marito, facendogli capire l'amore che provava per lui e convincendolo a rinunciare alla nuova moglie. La mano di Fatima è diventata così un amuleto a forma di palmo aperto chiamato “hamsa”, o “khamsa” considerato una potente protezione contro le malvagità, il malocchio, la gelosia ed i cattivi pensieri in tutto il territorio del nord Africa e di parte del Medio Oriente. Le giovani donne arabe ed islamiche  lo indossano anche per ricevere il dono della pazienza, che porterà loro gioia, fortuna e ricchezza. La parola “hamsa” (o khamsa) significa cinque, numero che, nella religione musulmana riveste un valore sacro: per i Sunniti rappresenta i cinque pilastri della fede, mentre gli Sciiti vi riconoscono l'autorità dei cinque uomini con il turbante, figure religiose inviate direttamente dal Profeta. Spesso le ricche decorazioni presenti sul pendente vengono completate con il disegno di un occhio centrale, per alcuni è l'occhio di Dio che vigila sui fedeli, per altri un potente talismano che allontana il malocchio.

domenica 18 ottobre 2015

Proverbio sahrawi 


                                    E' cieco chi guarda solo con gli occhi



giovedì 1 ottobre 2015

La poesia palestinese di Mahmoud Darwish.

 Profugo

"Refugees" (1938), an oil painting by Leon Bibe

Hanno incatenato la sua bocca
e legato le sue mani alla pietra dei morti.
Hanno detto: “Assassino!”,
gli hanno tolto il cibo, le vesti, le bandiere
e lo hanno gettato nella cella dei morti.
Hanno detto: “Ladro!”,
lo hanno rifiutato in tutti i porti,
hanno portato via il suo piccolo amore,
poi hanno detto: “Profugo!”.
Tu che hai piedi e mani insanguinati,
la notte è effimera,
né gli anelli delle catene sono indistruttibili,
perché i chicchi della mia spiga che va seccando
riempiranno la valle di grano.


Mahmoud Darwish


venerdì 18 settembre 2015

Calligrafia araba: i calligrammi

Basmalah
I calligrammi rappresentano l'esito più figurativo della calligrafia araba: sono figure fatte di caratteri, di parole che si intrecciano e si dispongono a formare il disegno desiderato, spesso dal significato religioso. I calligrammi sono utilizzati, attualmente, anche per creare loghi e marchi commerciali: un esempio è dato dal logo del canale televisivo Al Jazeera. Lo strumento essenziale del calligrafo era il qalam; una penna di carta secca; i caratteri sono tracciati con inchiostro nero oppure colorato: un tempo si usavano anche inchiostri dorati per arricchire le scritte più importanti. Come supporto, anticamente,  si usava il papiro, poi la pergamena; poi si passò alla carta giunta in Arabia già nel x secolo, ben prima che in Europa. Prima di iniziare a scrivere, la carta veniva sottoposta a particolari trattamenti che la rendevano più liscia e impermeabile, in modo da rendere più agevoli eventuali correzioni. Si preferiva di solito la carta colorata, perché quella bianca creava un contrasto che alla lunga poteva stancare la vista. Era in uso anche la pratica del collage che consisteva nel ritagliare le lettere per incollarle su un altro foglio di colore diverso che fungeva da sfondo. Anche la carta poteva essere impreziosita con oro. Altri supporti molto impiegati per la calligrafia sono stati i tessuti e le monete.

http://nosatispassion.altervista.org/tipografia/5745/la-scrittura-araba/

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