EID AL- ADHA 1431/2010 16/11/2010
Saluti tradizionali arabi utilizzati durante la festa dell' Eid:
Eid saiid.
Felice Eid.
Eid Mubarak .
Eid benedetto.
“Taqabbala Allahu minna wa minkum.”
Che Allah acetti buone azioni da noi e da voi.
“Kul ‘am wa enta bi-khair!”
Che ogni anno tutti ti trovino in buona salute.
martedì 16 novembre 2010
domenica 31 ottobre 2010
L'umiltà
L’umiltà sta anche nel riconoscere
che qualsiasi creatura nell’universo
può insegnarci ciò che ignoriamo.
Jalal al- Din Rumi poeta persiano
che qualsiasi creatura nell’universo
può insegnarci ciò che ignoriamo.
Jalal al- Din Rumi poeta persiano
domenica 10 ottobre 2010
Proverbi persiani
La gabbia senza uccelli ha ben poco valore.
Quel che mangi diventa putridume, quel che doni diventa una rosa.
La magnanimità consiste nel rendere giustizia non chiedendo giustizia.
Ai cattivi come ai buoni, fate sempre la carità. Facendola ai buoni, aggiungerete merito alle vostre virtù; facendola ai cattivi, eviterete il pericolo dì ingannarvi.
Se tutte le formiche si riunissero, finirebbero con il sopraffare i più formidabili leoni
La piccola formica non teme mai la carestia; il leone, nonostante i suoi denti aguzzi e gli artigli acuminati, non sempre trova da mangiare.
Incarica un guardiano di sorvegliare i tuoi gioielli, ma non incaricare mai nessuno di sorvegliare i tuoi segreti.
Se a mezzogiorno il re ti dice che è notte fonda, tu contempla le stelle
Quel che mangi diventa putridume, quel che doni diventa una rosa.
La magnanimità consiste nel rendere giustizia non chiedendo giustizia.
Ai cattivi come ai buoni, fate sempre la carità. Facendola ai buoni, aggiungerete merito alle vostre virtù; facendola ai cattivi, eviterete il pericolo dì ingannarvi.
Se tutte le formiche si riunissero, finirebbero con il sopraffare i più formidabili leoni
La piccola formica non teme mai la carestia; il leone, nonostante i suoi denti aguzzi e gli artigli acuminati, non sempre trova da mangiare.
Incarica un guardiano di sorvegliare i tuoi gioielli, ma non incaricare mai nessuno di sorvegliare i tuoi segreti.
Se a mezzogiorno il re ti dice che è notte fonda, tu contempla le stelle
martedì 21 settembre 2010
Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: djellaba
La djellaba è una tunica, più o meno ampia, con cappuccio a punta e con maniche strette e lunghe. Si usa soprattutto in Marocco ed è indossata sia dagli uomini che dalle donne.
Negli anni quaranta, uomini e donne di città vestivano quasi allo stesso modo, con tre capi di vestiario sovrapposti. Il primo capo, il qamis, lunga tunica bianca, era molto morbido in seta o cotone. Il secondo, il caffettano, era di lana pesante e il terzo, quello più esterno era la farajiyya, una veste leggera, spesso trasparente, con due spacchi laterali. Quando uscivano in pubblico, aggiungevano un quarto capo la djellaba. Con il passare degli anni l’abbigliamento si è un po’ diversificato.
Gli uomini vestono generalmente djellabas dai colori chiari, per riflettere il sole marocchino molto forte e sono soliti accompagnarli con il fez (o tarbush ), un copricapo di colore rosso che prende il nome dalla città di Fes dove sembra abbia avuto origine, e con le tradizionali babbucce gialle che qui vengono chiamate "belgha".
Le donne invece scelgono tuniche più colorate, più strette e con decori preziosi accompagnando a volte l’abito con una sciarpa al collo.
Il cappuccio è di importanza basilare per entrambi i sessi, protegge dal sole e dalla sabbia portata dai venti forti del deserto.
La djellaba estiva è confezionata in cotone , mentre per i mesi più freddi viene usata la lana generalmente raccolta dalle pecore che vivono nelle montagne circostanti e solo dopo un lungo processo di lavorazione trasformata nel filato che verrà poi tessuto.
La popolarità della djellaba si spiega con il fatto che copre quasi tutto il corpo ed è coerente con i principi dell'Islam per modestia e umiltà, si indossa sia quotidianamente che nelle grandi occasioni.
illustrazione : http://www.russell-gallery.com
Le donne invece scelgono tuniche più colorate, più strette e con decori preziosi accompagnando a volte l’abito con una sciarpa al collo.
Il cappuccio è di importanza basilare per entrambi i sessi, protegge dal sole e dalla sabbia portata dai venti forti del deserto.
La djellaba estiva è confezionata in cotone , mentre per i mesi più freddi viene usata la lana generalmente raccolta dalle pecore che vivono nelle montagne circostanti e solo dopo un lungo processo di lavorazione trasformata nel filato che verrà poi tessuto.
La popolarità della djellaba si spiega con il fatto che copre quasi tutto il corpo ed è coerente con i principi dell'Islam per modestia e umiltà, si indossa sia quotidianamente che nelle grandi occasioni.
illustrazione : http://www.russell-gallery.com
sabato 28 agosto 2010
una storia sufi
Un giorno l'asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non poteva più uscirne.
L'asino continuò a ragliare sonoramente per ore, mentre il proprietario pensava al da farsi.
Finalmente il contadino prese una decisione crudele: concluse che l'asino era ormai molto vecchio e che non serviva più a nulla, che il pozzo era ormai secco e che in qualche modo bisognava chiuderlo.
Non valeva pertanto la pena di sforzarsi per tirare fuori l'animale dal pozzo.
Al contrario chiamò i suoi vicini perché lo aiutassero a seppellire vivo l'asino.Ognuno di loro prese un badile e cominciò a buttare palate di terra dentro al pozzo.
L'asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo con lui e pianse disperatamente. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l'asino rimase quieto.
Il contadino alla fine guardò verso il fondo del pozzo e rimase sorpreso da quello che vide.
Ad ogni palata di terra che gli cadeva addosso, l'asino se ne liberava, scrollandosela dalla groppa, facendola cadere e salendoci sopra.
In questo modo, in poco tempo, tutti videro come l'asino riuscì ad arrivare fino all'imboccatura del pozzo, oltrepassare il bordo e uscirne trottando.
Ricorda le cinque regole per essere felice:
1- Libera il tuo cuore dall'odio
2- Libera la tua mente dalle preoccupazioni.
3- Semplifica la tua vita.
4- Da'di più e aspettati meno.
5- Ama di più e... accetta la terra che ti tirano addosso, poiché essa può costituire la soluzione e non il problema
mercoledì 11 agosto 2010
domenica 1 agosto 2010
Il tè alla menta
Il tè ( in arabo “shai”) è una tradizione antica in tutti i paesi arabi: una filosofia più che una bevanda, che si consuma al caffè con gli amici, passandosi il narghilè, oppure a casa con la famiglia, anche in occasione dei momenti di preghiera, seduti su cuscini sistemati sopra un tappeto, davanti al tipico tavolino basso detto mida.
Tradizione vuole che se ne bevano tre bicchieri di fila: il primo amaro come la morte, il secondo forte come la vita, il terzo dolce come l'amore. Altre fonti danno un'interpretazione diversa dei tre significati:amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte.
Spesso, e non a sproposito, il tè arabo è assimilato al tè verde; in effetti questo è il tipo più diffuso nell'area mediterranea dal Marocco alla Libia; i Tuareg invece prediligono il tè cinese a cui aggiungono foglie di menta. Tale accorgimento è comune anche a tutte le altre popolazioni maghrebine, fatta eccezione per la Tunisia dove viene spesso impiegata un'altra pianta aromatica chiamata attarshìa comunemente sostituita, laddove non disponibile, con il geranio profumato.
La preparazione del tè è una cerimonia molto affascinante e segue una precisa coreografia che presenta alcune sostanziali differenze a seconda della regione geografica. L'infuso può essere preparato direttamente nella teiera, mischiando acqua calda, foglie di tè e zucchero, oppure portato in ebollizione in un normale pentolino e poi versato nella teiera per essere servito con un gesto molto teatrale, lasciandolo cadere dall'alto, con grande precisione, per ottenere uno strato di schiuma bianca.
E' consuetudine comune in tutti i paesi servire il tè molto caldo, molto ristretto e presentato in bicchierini piccoli decorati con arabeschi, smaltati o filigranati, su vassoi di rame o di ottone, cesellati o martellati altrettanto finemente e con particolari teiere arabe. La cerimonia prevede inoltre che il tè sia accompagnato da tipici dolcetti nordafricani o frutta secca.
Sopra: pubblicità del "Tè Sultano" da una rivista marocchina.
Tradizione vuole che se ne bevano tre bicchieri di fila: il primo amaro come la morte, il secondo forte come la vita, il terzo dolce come l'amore. Altre fonti danno un'interpretazione diversa dei tre significati:amaro come la vita, dolce come l'amore, soave come la morte.
Spesso, e non a sproposito, il tè arabo è assimilato al tè verde; in effetti questo è il tipo più diffuso nell'area mediterranea dal Marocco alla Libia; i Tuareg invece prediligono il tè cinese a cui aggiungono foglie di menta. Tale accorgimento è comune anche a tutte le altre popolazioni maghrebine, fatta eccezione per la Tunisia dove viene spesso impiegata un'altra pianta aromatica chiamata attarshìa comunemente sostituita, laddove non disponibile, con il geranio profumato.
La preparazione del tè è una cerimonia molto affascinante e segue una precisa coreografia che presenta alcune sostanziali differenze a seconda della regione geografica. L'infuso può essere preparato direttamente nella teiera, mischiando acqua calda, foglie di tè e zucchero, oppure portato in ebollizione in un normale pentolino e poi versato nella teiera per essere servito con un gesto molto teatrale, lasciandolo cadere dall'alto, con grande precisione, per ottenere uno strato di schiuma bianca.
E' consuetudine comune in tutti i paesi servire il tè molto caldo, molto ristretto e presentato in bicchierini piccoli decorati con arabeschi, smaltati o filigranati, su vassoi di rame o di ottone, cesellati o martellati altrettanto finemente e con particolari teiere arabe. La cerimonia prevede inoltre che il tè sia accompagnato da tipici dolcetti nordafricani o frutta secca.
Sopra: pubblicità del "Tè Sultano" da una rivista marocchina.
martedì 13 luglio 2010
Vedere lucciole per lanterne
Gli Arabi antichi, di notte, accendevano nelle loro tende un lumicino tanto piccolo che illuminava appena. Avevano poco grasso e dovevano farne economia. Quando invasero l'Egitto, un gruppo di soldati si trovò, di notte, di fronte ad uno sciame di lucciole, che in quel paese sono di non comune grandezza. I soldati, che vedevano per la prima volta simili insetti, ebbero la sensazione di trovarsi di fronte ad uno sterminato esercito che avanzava contro di loro al lume di minuscole lanterne e... Coraggiosamente fuggirono. Da allora si dice che uno « vede lucciole per lanterne » se scambia una cosa per un'altra.
martedì 22 giugno 2010
La poesia palestinese di Mahmùd Darwish
Scrivi!
Sono un arabo
carta d'identità numero cinquantamila
ho otto figli
e il nono arriverà... dopo l'estate.
Ti arrabbi?
Scrivi!
Sono un arabo
lavoro con i miei compagni di fatica
in una pietraia
ho otto figli
per loro cavo la pietra
per un tozzo di pane,
gli abiti e i quaderni
e non vengo a mendicare alla tua porta
e non mi abbasso
davanti al lastricato della tua soglia.
Ti arrabbi?
Scrivi!
Sono un arabo
un nome senza titoli
sono paziente in un paese
pervaso da fremiti di rabbia
le mie radici...
fissate prima che nascesse il tempo
prima che avessero inizio le ere
prima del cipresso e degli ulivi
prima che germogliasse la vegetazione.
Mio padre... è della famiglia dell'aratro
e non di una stirpe di signori
e mio nonno un contadino
senza alberi genealogici!
Mi ha insegnato il moto degli astri
prima di leggere i libri.
La mia casa un capanno di guardiano
fatto di rami e canne.
Soddisfatto della mia posizione?
Ho un nome senza titoli!
Scrivi!
Sono un arabo
capelli neri
occhi marroni
segni distintivi:
in testa una kefiah fissata dal cordone
e il palmo rugoso come roccia
raschia la mano che lo sfiora.
il mio indirizzo:
sono di un villaggio lontano, dimenticato
dalle strade senza nome
e tutti gli uomini sono al campo o alla pietraia
Ti arrabbi?
Scrivi!
Sono un arabo
spogliato dalle vigne dei miei avi
e della terra che coltivavo
con tutti i miei figli
e tu a noi non hai lasciato
e a tutta la nostra discendenza
che queste pietre...
le prenderà il vostro governo... come dicono?
Allora!
Scrivi
in cima alla prima pagina
"Io non odio i miei simili
e non aggredisco nessuno.
Ma... se avessi fame
mangerei la carne del mio usurpatore.
Attento sta' attento
alla mia fame
e alla mia rabbia!"
domenica 30 maggio 2010
Tin Hinan- la regina dei tuareg
C’era una volta in un pacifico regno nel sud del Marocco, una regione (che oggi si chiama Tafilalet) dove vivevano un re, una regina e la loro bellissima figlia, la principessa Tin Hinan (tin heinan “quella delle tende”). La pace però non durò a lungo…. Un giorno infatti giunse nel regno un pretendente al trono che imprigionò i reali e costrinse alla fuga Tin Hinan. Accompagnata dalla fedele ancella Takamat, in sella ai cammelli, intraprese un viaggio pieno d’insidie e di pericoli , peripezie e prove di solidarietà, ingegno e astuzie tipicamente femminili che la condusse infine, all’oasi di Abalessa, nella regione dell'Ahaggar, in un'epoca in cui la regione era abitata dagli Isebeten, un popolo povero, che non conosceva ancora la civiltà... Tin Hinan insegnò loro a scrivere, a lavorare l’argilla, a tessere stoffe e tappeti colorando la lana delle pecore con sostanze prese dalla terra e dalle piante e in questo nuovo ambiente gettò le basi del suo nuovo regno dando origine al popolo dei Tuareg, che ancora oggi, in omaggio alla propria antenata, attribuisce alle donne un ruolo importantissimo nella famiglia e nella società.
E Tin Hinan ebbe sette figli e tre figlie che regnarono dopo di lei....
Alla sua morte fu sepolta vicino all’oasi.
Ogni uomo o donna tuareg che passava davanti alla tomba vi depose una pietra in segno di rispetto e poco a poco si formò un colossale monumento megalitico, noto come édebni, alto 30 metri, che si può vedere ancora oggi ad Abalessa, non lontano da Tamanrasset: i Tuareg li considerano le tombe degli Ijabbaren, la popolazione dei giganti dell'antichità.
Ed ancora oggi tra i tuareg, sotto il cielo pieno di stelle, si racconta l’avventura di Tin Hinan e Takamat, le due donne che sfidarono il deserto ….
E Tin Hinan ebbe sette figli e tre figlie che regnarono dopo di lei....
Alla sua morte fu sepolta vicino all’oasi.
Ogni uomo o donna tuareg che passava davanti alla tomba vi depose una pietra in segno di rispetto e poco a poco si formò un colossale monumento megalitico, noto come édebni, alto 30 metri, che si può vedere ancora oggi ad Abalessa, non lontano da Tamanrasset: i Tuareg li considerano le tombe degli Ijabbaren, la popolazione dei giganti dell'antichità.
Ed ancora oggi tra i tuareg, sotto il cielo pieno di stelle, si racconta l’avventura di Tin Hinan e Takamat, le due donne che sfidarono il deserto ….
lunedì 10 maggio 2010
Abbigliamento nel mondo arabo tra passato e presente: thobe
L’abbigliamento degli uomini del Golfo Arabico, è caratterizzato da una lunga tunica bianca a forma di camicia (sempre miracolosamente immacolata!!) che prende il nome di thobe (in arabo ثوب ) e significa “abito”. Il suo nome però cambia a seconda delle regioni in cui viene indossata; negli Emirati Arabi infatti è denominata "kandoura" e nel medio oriente arabo,"dishdashah".
Tale indumento è solitamente di cotone bianco in modo da riflettere meglio la luce solare, mentre in inverno è lavorato in tessuto più pesante come la lana ed ha colori più scuri come il marrone e il grigio. Per completare il loro abbigliamento, gli uomini indossano un minuto copricapo semirigido (Kufeya o Taqiyah) a cui sovrappongono il "ghutrah", tipico foulard di cotone che viene piegato diagonalmente in modo di ottenere un triangolo. Generalmente il "ghutrah" è bianco, ma può essere anche bianco/nero o bianco/rosso e in questi casi assume nome diversi come "kefiah" e "shumagh". Questi foulard proteggono la testa dai raggi solari e possono essere usati anche per coprire la bocca ed il naso durante le tempeste di sabbia o il tempo freddo.
Per meglio fermare il "gutrah" si utilizza "l’igal," una doppia corda nera fatta generalmente di lana di pecora tinta e strettamente tessuta. Il "taqiyah "viene indossato in Egitto e in Sudan da solo senza il gutrah e viene chiamato anche "chachiyat".
Tale indumento è solitamente di cotone bianco in modo da riflettere meglio la luce solare, mentre in inverno è lavorato in tessuto più pesante come la lana ed ha colori più scuri come il marrone e il grigio. Per completare il loro abbigliamento, gli uomini indossano un minuto copricapo semirigido (Kufeya o Taqiyah) a cui sovrappongono il "ghutrah", tipico foulard di cotone che viene piegato diagonalmente in modo di ottenere un triangolo. Generalmente il "ghutrah" è bianco, ma può essere anche bianco/nero o bianco/rosso e in questi casi assume nome diversi come "kefiah" e "shumagh". Questi foulard proteggono la testa dai raggi solari e possono essere usati anche per coprire la bocca ed il naso durante le tempeste di sabbia o il tempo freddo.
Per meglio fermare il "gutrah" si utilizza "l’igal," una doppia corda nera fatta generalmente di lana di pecora tinta e strettamente tessuta. Il "taqiyah "viene indossato in Egitto e in Sudan da solo senza il gutrah e viene chiamato anche "chachiyat".
venerdì 16 aprile 2010
La fonte della libertà.....
Calligraphie © Hassan Massoudy
La fonte della libertà è nel coraggio( Pericle)
The origins of freedom are in courage. (Pericles)
La source de la liberté est dans le courage.(Pericles)
La fuente de la libertad esta en la valentia. (Pericles)
giovedì 25 marzo 2010
"Hakawati- il cantore di storie" di Rabih Alameddine
Una storia racconta....
C’era una volta un povero pastore che viveva in un villaggio sulle montagne. Era talmente povero che non riusciva a sfamare i suoi figli e il più delle volte la famiglia andava a letto senza cena. Una notte aveva una tale fame che sognò Beirut, la città del pane e della prosperità. Decise di andare in città in cerca di fortuna. Non perse neanche un minuto, preparò il fagotto e si incamminò alla volta di Beirut. Deciso a trovare lavoro, parlò con ogni mercante, muratore, capomastro, fornaio, cuoco e orologiaio della città. Pregò che lo assumessero, ma nessuno lo volle. Ci riprovò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, ma senza risultato. Come riuscire a fare fortuna? Una settimana dopo non aveva trovato ancora nulla. Era affamato come non mai e più solo di quanto avesse immaginato. Stanco morto, quando fece buio entrò in una moschea e si stese sul tappeto per dormire. Ma nel cuore della notte i poliziotti lo svegliarono, lo massacrarono di botte e lo portarono in prigione. Si presentò davanti ad un giudice, che gli chiese perché fosse entrato di nascosto nella moschea. Il pastore raccontò del sogno, ma il giudice rimase indifferente e lo condannò a tre giorni di galera.” Solo gli stupidi credono ai sogni” disse il giudice. “La notte scorsa ho sognato un tesoro sepolto sulle montagne, in un campo in cui due sicomori, due querce e un pioppo proiettano ombre che si muovono come uomini danzanti. Mi hai per caso visto lasciare il lavoro per cercare il tesoro del sogno?” Il pastore passò tre notti in prigione. Quando lo rilasciarono, tornò a casa di corsa e cercò il famoso campo in cui due sicomori, due querce e un pioppo proiettavano ombre che si muovevano come uomini danzanti, il campo in cui aveva pascolato il suo gregge per tanti anni. Trovò il tesoro sepolto, diventò ricco, sfamò finalmente la famiglia e da quel momento si addormentò ogni notte sazio e felice.
* hakawati è un narratore di racconti, miti e leggende (hekayat) è colui che racconta, che intreccia storie tenendo con il fiato in sospeso chi lo ascolta.....
* hakawati deriva dal libanese haki che significa dialogo o conversazione
C’era una volta un povero pastore che viveva in un villaggio sulle montagne. Era talmente povero che non riusciva a sfamare i suoi figli e il più delle volte la famiglia andava a letto senza cena. Una notte aveva una tale fame che sognò Beirut, la città del pane e della prosperità. Decise di andare in città in cerca di fortuna. Non perse neanche un minuto, preparò il fagotto e si incamminò alla volta di Beirut. Deciso a trovare lavoro, parlò con ogni mercante, muratore, capomastro, fornaio, cuoco e orologiaio della città. Pregò che lo assumessero, ma nessuno lo volle. Ci riprovò il giorno dopo, e il giorno dopo ancora, ma senza risultato. Come riuscire a fare fortuna? Una settimana dopo non aveva trovato ancora nulla. Era affamato come non mai e più solo di quanto avesse immaginato. Stanco morto, quando fece buio entrò in una moschea e si stese sul tappeto per dormire. Ma nel cuore della notte i poliziotti lo svegliarono, lo massacrarono di botte e lo portarono in prigione. Si presentò davanti ad un giudice, che gli chiese perché fosse entrato di nascosto nella moschea. Il pastore raccontò del sogno, ma il giudice rimase indifferente e lo condannò a tre giorni di galera.” Solo gli stupidi credono ai sogni” disse il giudice. “La notte scorsa ho sognato un tesoro sepolto sulle montagne, in un campo in cui due sicomori, due querce e un pioppo proiettano ombre che si muovono come uomini danzanti. Mi hai per caso visto lasciare il lavoro per cercare il tesoro del sogno?” Il pastore passò tre notti in prigione. Quando lo rilasciarono, tornò a casa di corsa e cercò il famoso campo in cui due sicomori, due querce e un pioppo proiettavano ombre che si muovevano come uomini danzanti, il campo in cui aveva pascolato il suo gregge per tanti anni. Trovò il tesoro sepolto, diventò ricco, sfamò finalmente la famiglia e da quel momento si addormentò ogni notte sazio e felice.* hakawati è un narratore di racconti, miti e leggende (hekayat) è colui che racconta, che intreccia storie tenendo con il fiato in sospeso chi lo ascolta.....
* hakawati deriva dal libanese haki che significa dialogo o conversazione
domenica 7 marzo 2010
Proverbio arabo ( Abu Dhabi )
ma son le donne a tesserne la trama.
8 marzo festa della donna:
Auguri a tutte le donne
illustrazione:http://www.goodallartists.ca/images2.htm
domenica 14 febbraio 2010
La poesia araba di Nizar Qabbani
L'amore mio
mi chiede:
"qual è la differenza
tra me e il cielo?"
La differenza
è che
se tu ridi
- amore mio-
io dimentico il cielo.
illustrazione: http://www.farid-benyaa.com/
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