mercoledì 25 agosto 2021

La poesia afghana di Nadia Anjuman

Magari 


       A voi, ragazze isolate del secolo condottiere silenziose

sconosciute alla gente voi, sulle cui labbra è morto il sorriso,
voi che siete senza voce in un angolo sperduto, piegate in due,
cariche dei ricordi, nascosti nel mucchio dei rimpianti
se tra i ricordi vedete il sorriso
ditelo:
Non avete più voglia di aprire le labbra,
ma magari tra le nostre lacrime e urla
ogni tanto facevate apparire
la parola meno limpida.

lunedì 2 agosto 2021

Una contrarietà peggiore


"Padre, ho perso le monete d'oro che mi avevi affidato" disse il figlio del mercante.

"Non importa "replicò il mercante. "Cerca piuttosto di non farlo sapere in giro."

"Perché?" domandò il giovane, stupito. 

"Perché puoi rimediare alla perdita dell'oro", disse il mercante, "ma non al sarcasmo della gente!".



sabato 3 luglio 2021

La poesia araba di Nizar Qabbani

 La luna



                      Ho prenotato per noi due una stanza nella casa della luna,
                      gli alberghi del 

                      mondo non mi soddisfano più,
                      l'albergo dove mi piacerebbe
                      alloggiare ...è 

                      la luna
                      ma lì, amore mio,
                      non accettano uomini soli
                      ci vieni con me, 

                      o mia luna,
                      sulla luna?


                    Nizar Qabbani 

sabato 5 giugno 2021

Conoscere i Tuareg: l'abbigliamento


Ciò che caratterizza particolarmente i tuareg è il loro abbigliamento. Non usano tatuaggi, solo le donne si tingono con l’henné e hanno una grande passione per i gioielli e per gli ornamenti personali. I guerrieri mettono i gioielli sull’unico ciuffo di capelli che resta dopo una tonsura a cui tutti gli uomini devono sottoporsi. L’abbigliamento dei tuareg è in funzione del deserto e delle condizioni che la vita nomade impone, se non fossero vestiti così, morirebbero in pochi minuti per disidratazione di giorno e per il gelo la notte. Indipendentemente da quale sia la confederazione a cui appartengono, indossano un sarouel, pantalone senza tasche molto ampio che va a stringersi sulle caviglie, una cintura di cuoio, che passata in vita permette di chiudere il pantalone e una lunga e ampia tunica che discende fino a metà gamba, ed è larga circa 2.40 metri. Ai piedi portano dei sandali, nails, che sono legati alla caviglia ed hanno la punta rialzata per camminare sulla sabbia o su un terreno pietroso e infine il litham, il velo, indispensabile per vivere nel deserto. Tale velo ricopre tutto il viso lasciando liberi solo gli occhi e permettendo così di gestire le altissime temperature delle zone desertiche. Serve infatti per proteggere le vie respiratorie e la pelle dalla sabbia del deserto e dai raggi del sole e secondo una loro credenza impedisce la penetrazione, attraverso le narici, degli spiriti maligni. Solitamente di color indaco ma la tinta può variare in funzione della classe sociale: blu per i nobili, nero per le persone comuni, bianco per gli schiavi. I tuareg non tolgono mai il velo neanche durante il sonno, lo spostano dalla bocca solo quando mangiano. Una leggenda tuareg racconta che essi portano il velo per la vergogna di una sconfitta subita in tempi antichi e mai riscattata. Gli uomini sposati, oltre al litham, hanno due tipi di veli: il cheche e il tagelmoust che viene indossato prevalentemente in occasione di cerimonie o feste particolari. La croce è un ornamento usata molto frequentemente, si ritrova nella spada, nel pugnale e nei sandali, nel mantello di lana e sullo scudo. Sopra la tunica portano un portafogli di cuoio, dove tengono uno specchietto e il khol per truccare gli occhi, del tabacco, documenti personali e a volte soldi. Molti quando viaggiano portano con sé la spada, takouba, una spada di tipo medievale, che tengono dall’età di 15 anni.Le donne invece indossano una gonna che scende fino alla caviglia e un grande scialle che ricopre a metà la loro schiena; in Hoggar invece usano una tunica simile a quella degli uomini. Si abbelliscono con bracciali, collane, orecchini e portano amuleti e un portafoglio somigliante a quello dell’uomo.I giovani hanno solitamente la testa rasata e, raggiunta l’adolescenza, incominciano a lasciar crescere una folta barba, seppur priva di baffi. Gli adulti, invece, non solo mantengono la barba, ma anche lunghi e fluenti capelli. Le donne hanno invece il capo ricoperto da un velo, ma il viso quasi completamente scoperto. Ricorrono alla cosmesi, con rimedi naturali, sia a scopi decorativi che per proteggere la pelle del sole, dimostrando una fitta creatività, tra ricami e linee geometriche. 

domenica 2 maggio 2021

La poesia araba di Jalalauddin Rumi

Sulla generosità 


Nella generosità e nell’aiuto degli altri sii come un fiume.
Nella compassione e nella grazia sii come il sole.

Nel nascondere le mancanze altrui sii come la notte.
Nell’ira e nella furia sii come la morte.

Nella modestia e nell’umiltà sii come la terra.
Nella tolleranza sii come il mare.

Esisti come sei oppure sii come appari.

lunedì 12 aprile 2021

Gli auguri nel mese di Ramadan.


Vivere il Ramadan, per la comunità musulmana , è sempre un'esperienza molto forte a causa delle privazioni cui si sottopongono i fedeli durante il giorno, dall'alba al tramonto. Durante il periodo di Ramadan, l'augurio scambiato è Ramadan Mubarak ("Il Ramadan è generoso").
Ecco come si scrive Ramadan Mubarak in arabo:

رمضان مبارك

Un'altra espressione utilizzata è Ramadan Kareem, simile nel significato a Ramadan Mubarak, ma generalmente più in uso nei Paesi arabi.
In arabo si scrive:

رمضان كريم

A Ramadan Mubarak( o Ramadan Kareem), generalmente si risponde con Allahu Akram, che significa "Anche Dio è generoso" e si scrive così:

الله اكرم

venerdì 2 aprile 2021

Il tulipano


Chi pensa che il tulipano sia un fiore olandese, si sbaglia perché  non è originale dell'Olanda come pensano molti, ma è un fiore turco ed è anche il simbolo della Turchia. I tulipani originariamente crescevano selvatici nelle steppe asiatiche poi, circa 3000 anni fa, con l'impero ottomano, si iniziò la coltivazione commerciale. Fu nel 16 ° secolo che la Turchia esportò i tulipani in Olanda. Questi fiori hanno svolto un ruolo molto interessante in Turchia tra il XVI e il XVIII secolo che è famoso come "Tulip Era". Quest'era è ricordata come un'era di pace e divertimento sotto il famoso regno del sultano ottomano Ahmet III. Ancora oggi, questo fiore gioca un ruolo importante nella cultura turca. I turchi si scambiano i tulipani in occasioni speciali come compleanni, proposte, impegni di lavoro, ecc. Inoltre, l'associazione con il tulipano è visibile anche nell'architettura, nelle poesie, nei tessuti, nelle arti e nel folklore. I designer turchi usano disegni a tulipano su piastrelle, stoviglie e tessuti e si può assistere alla lavorazione  mentre si fa shopping. A questo fiore viene anche dedicato l' "International Istambul tulip festival", che si svolge ogni anno in primavera da aprile a maggio. Il nome tulipano deriva dalla parola turca "tulbend" che significa "turbante".

sabato 6 marzo 2021

Conoscere i Tuareg: la tenda



Secondo il pensiero tuareg, “nessun essere, nessun oggetto, saprebbe esistere senza la protezione di un rifugio” e per un nomade la tenda rappresenta il cuore dello spazio abitato, in opposizione al ténéré, il deserto sterile che non permette la vita né agli uomini, né ai loro animali, e all’essuf, lo spazio selvaggio abitato da spiriti malevoli. Le case dei Tuaregh che possiedono terre sono rettangolari, con tetto a terrazza, costruite in mattoni o in pietra. Le abitazioni dei nomadi sono invece la tenda o la capanna smontabili, ricoperte in genere da strisce di pelli di muflone o di pecora, larghe circa un metro, cucite tra loro e sostenute da paletti di legno. Vi si accede da un’unica apertura che è volta ad oriente, verso la Mecca. Non mancano i tappeti che proteggono dalla polvere e sono ottimi letti. L'altezza della tenda è di circa due metri e lo spazio da essa occupato misura circa 5m x 4m. Nella zona dell'Air si usa la capanna a pianta circolare, formata da una intelaiatura di rami ricurvi ricoperti da stuoie di graminacee o foglie di palma. Le tende (ehan) possono avere forme diverse secondo l’area di costruzione: generalmente tondeggianti, sono costruite dalle donne montando una sorta d’intelaiatura di pali e supporti verticali o ad archetti, ricoperte da un velario di 30-40 pelli di capra cucite fra di loro, impermeabilizzate e rese resistenti al sole grazie a burro ed ocra rossa. Soltanto il colore delle tende distingue le varie tribù, legate fra loro da un complicato sistema di alleanze locali. I Tuareg dell’Ovest hanno tende nere e rosse, quelli dell’Est invece, bianche, gialle e marroni. La tenda è piantata in modo che si possa dormire con la testa verso l’est in direzione della Mecca; è abitata da una sola famiglia e ognuno dei coniugi ha una parte per sè, la parte a nord è dell’uomo, mentre quella a sud è della donna. L’uomo sistema nel suo angolo la sella del cammello, le armi e lo zaino, mentre la donna appende ai picchetti il suo sacco, che contiene i vestiti, gli effetti personali e un sacco contenente i viveri di riserva e le stoviglie di cucina di cui lei è responsabile. Solo l’amenokal possiede un letto, mentre gli altri dormono su una o due pelli di montone cucite insieme. La tenda dell’amenokal è formata da una decina di paletti di 2 metri di altezza, l’interno è spazioso (circa una trentina di metri) e vi sono selle, mortai per pestare miglio e datteri, tappeti, corna di montone dove è conservato il burro e un grosso tamburo, il tobol. Davanti a ogni tenda si trova un focolare composto di solito da tre pietre che non serve per cucinare ma per riscaldare. Quando il sole tramonta si riuniscono tutti intorno al fuoco e gli anziani raccontano delle storie ai più giovani, bevendo del thè. Nell’accampamento ci sono poi i recinti per gli animali fabbricati utilizzando rami di acacia: di forma tondeggiante possono essere suddivisi in due parti per consentire il ricovero separato di animali adulti e capi non ancora svezzati. Quando l’accampamento si deve spostare spetta alla donna organizzare i bagagli e il loro trasporto. Solo i nobili viaggiano sui cammelli. Durante gli spostamenti i tuareg non portano tutto con loro, ma ognuno porta un sacco sufficiente per sopravvivere qualche settimana, il resto viene nascosto nelle rocce delle montagne in luoghi difficilmente accessibili, conosciuti solo dai componenti della tribù. 

sabato 6 febbraio 2021

La poesia algerina di Hamid Tibouchi

Calligrafia


                            Alleviando il melo

                            di alcuni pesanti rami

                            che taglio con le cesoie

                            in piccola legna per l’inverno

                            sul prato

                            la ramaglia attorcigliata

                            intrepidi una calligrafia

                           d’amore di vita e di morte.


                                   Hamid Tibouchi

venerdì 1 gennaio 2021

Detto persiano



                    Per quanto vecchio possa diventare un tessuto di seta,
                    non sarà mai una stringa da scarpa.

giovedì 10 dicembre 2020

10 parole italiane di origine araba



A partire dal VII secolo, gli Arabi conquistarono il dominio di buona parte dei territori affacciati sul Mediterraneo e influenzarono  sotto molti aspetti le culture locali, generando un’affascinante mescolanza di usi e costumi. Contribuirono anche a plasmare le lingue di molti dei Paesi con cui entrarono in contatto, tra cui l’Italia e molte parole che utilizziamo comunemente sono di derivazione araba.
Eccone alcune.
_Algebra
Il termine algebra deriva dall’arabo al-giabar, che significa “il rimettere a posto”, “la riduzione di una frattura” o “la ricostruzione”. Gli storici ritengono che a dare i natali all’algebra sia stato il matematico e astronomo, originario della Persia, Muḥammad Ibn Mūsā al-Kuwarizmi(dal cui nome deriva anche la parola "algoritmo") il quale scrisse un libro dal titolo "
Ilm al-giabar wa al-muqaabalah" (La scienza della riduzione e della comparazione): uno dei primi libri di algebra araba, che conteneva un'esposizione sistematica della teoria fondamentale delle equazioni, completa di esempi e dimostrazioni.
_Zero/cifra
I numeri che utilizziamo comunemente vengono definiti numeri arabi. Lo zero, che non esisteva in epoca romana, deriva dalla latinizzazione dell’arabo aṣ-ṣifr che significa “nulla”. Da diverse traduzioni latine di questa stessa radice etimologica è derivato anche il termine cifra.
_Ammiraglio
La parola ammiraglio, oggi utilizzata come titolo per indicare il massimo grado della Marina Militare, deriva dall’arabo amīr al-baḥr che letteralmente significa “comandante del mare” o “principe del mare”.
_Dogana/divano
Anche la parola “dogana” discende direttamente dall’arabo, nello specifico dal termine dīwān che significa “ufficio, registro” e da questa parola deriva anche “divano”: tradizionalmente, infatti, negli uffici amministrativi si lavorava seduti su panche coperte da cuscini. Più tardi, nel XVII secolo, il divano entrò a far parte anche dell’arredamento degli ambienti di rappresentanza delle case signorili.
_Zafferano
Lo zafferano, originario dell’Asia Minore ed è utilizzato in tantissime ricette della cucina mediterranea. Il termine è una derivazione diretta della parola araba “zacfarān” che indicava la pianta del croco, utilizzata proprio per la produzione di questa spezia pregiatissima.
_Sciroppo
Il termine sciroppo deriva dall’arabo sharāb, che significa “bevanda”. L’associazione con lo “sciroppo per la tosse” è quasi automatica, ma in realtà con questa parola si intende qualunque soluzione dolce di acqua, zucchero e frutta!
_Taccuino
Taccuino deriva dall’arabo taqwīm e significa “riorganizzazione, sistemazione”.
La latinizzazione del termine, “tacuinum”, nel Medioevo fu largamente utilizzata per indicare una raccolta di prescrizioni mediche e igieniche di derivazione araba (il tacuinum sanitatis).
_Limone
Limone deriva dal termine arabo-persiano laymūn. Le prime piante di limone erano raffigurate già in dipinti di epoca romana, ma è solo con l’avvento degli Arabi che, dal X secolo, abbiamo traccia delle prime descrizioni letterarie di questo frutto, la cui pianta era utilizzata anche come ornamento.
_Alcool
il termine deriva dall’arabo kuḥl, una particolare polvere che, mescolata con acqua, si utilizzava in Oriente per tingere di nero sopracciglia, ciglia e palpebre. Gli alchimisti europei estesero poi l’utilizzo di questa parola, indicando con “alcol” ogni tipo di sostanza impalpabile (del resto, l’alchimia e la chimica non sono altro che derivazioni dall’arabo al-kīmiyā’!). Il vero “autore” del vocabolo alcol fu però Teofrasto Paracelso, che per primo associò il termine allo spirito di vino, chiamandolo alcohol vini; questa nuova denominazione passò a poco a poco anche a chimici e medici, che la estesero e finirono con l’omettere la parola “vini”.
_Almanacco
Gli Arabi, è risaputo, erano anche sapienti astronomi. Il termine al-manāḫ, “il clima”, indicava uno specifico tipo di tavole astronomiche studiate in modo da poter ricavare, per qualsiasi giorno dell’anno, la posizione del sole e della luna nel firmamento. Ad oggi, questa parola ha esteso di molto il proprio significato: spesso è utilizzata per indicare diversi tipi di annuari, che generalmente contengono dati statistici di vario tipo.  

lunedì 19 ottobre 2020

Abbigliamento arabo tra passato e presente: il pakol

Pakol è il berretto tipico usato dalla maggior parte della popolazione di Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan e Tajikistan. Il nome afgano è pawkul. Nel 1980 viene indossato dall'afgano Mujahideen come simbolo nella lotta contro i russi. Il capo dell'alleanza nordica Ahamed Shah Massod (Massud) ucciso nel 2001 eroe degli afgani del nord, ne ha facilitata la diffusione. E’ fatto con lana di agnello , ed è un cilindro con alla sommità una parte tonda, la "superficie laterale", del cilindro viene arrotolata verso l'alto e come una ciambella , posizionata sotto la parte tonda. D'inverno la ciambella viene srotolata verso il basso per coprire e difendere le orecchie dal freddo. I colori più diffusi, sono il marrone , il grigio, il verde.

venerdì 18 settembre 2020

Conoscere i tuareg: le caste

Il sistema sociale dei tuareg è organizzato in caste; ha una struttura piramidale con a capo l ‘ Amenokal, il capo di tutte le tribù. Seguono i nobili (Imajeghan), i pastori (imghad), la classe religiosa (ineslimen), gli artigiani (enaden) e infine gli schiavi (harratini) per lo più provenienti dalla regione sudanese.La divisione in classi è molto rigida.La classe dei nobili si distingue per il velo che non tolgono mai dal viso; la loro principale attività è il commercio a dorso di dromedario sulle piste del Sahara. In tempi passati furono anche terribili predoni e guerrieri.Gli schiavi sono di razza negroide, discendenti dei popoli che abitavano il deserto quando era ancora una verde savana o prigionieri di guerra. In genere vivono nelle oasi e si dedicano all’artigianato e all’agricoltura.Fra i nobili, la casta degli “imohar” comprende i più grossi proprietari di mandrie ed è quella che decide le sorti dell’intera tribù.Il potere religioso è nelle mani dei “marabutti” o santoni, gli “ineslimen.”La classe dei “vassalli”, “imrad”, è costituita dai cosiddetti servi, cioè da quelli che hanno il compito di prendersi cura del bestiame.L’artigianato è praticato nell’hoggar (oasi) dalle donne, sotto la tenda, oppure dai domestici e dagli uomini; ma esiste anche un artigianato professionale svolto da una casta particolare, gli “enaden”. Anticamente fabbricavano le armi: la spada, la lancia, il giavellotto, il pugnale. Oggi fabbricano soltanto qualche coltello che serve a sacrificare animali o a radere la barba e un arnese di ferro chiamato “iremdan” composto da una lama, una lesina, una pinza.La lavorazione del legno, che un tempo era molto attiva, sta scomparendo e gli utensili ora sono fatti di alluminio o di plastica.I "fabbri" sono i grandi orefici del deserto. Lavorano solamente l'argento e il rame.I gioielli che fabbricano sono: grossi ciondoli, orecchini, anelli, braccialetti.

lunedì 24 agosto 2020

Zagora


Situata all’estremo sud del Marocco ( e per questo chiamata anche “la porta del deserto”), questa cittadina sorge su un picco roccioso e domina l’intera vallata del Draa. Dopo Zagora, infatti, c’è un’immensa distesa di rocce scolpite dai venti del Sahara, e alla fine della sua strada principale si può leggere un cartello con scritte queste parole:”Timbuktu, 52 giorni” che è il tempo necessario per un viaggio in cammello fino alla città del Mali.

martedì 7 luglio 2020

Detto persiano


                           Non dar peso al fatto che il pepe è piccolo;
                                     considera quanto è piccante.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...