venerdì 31 gennaio 2020

La poesia palestinese di Mahmud Darwish.

Potete legarmi mani e piedi


Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane,
luce dei miei occhi,
sarà scritta con le unghie,
con lo sguardo
e col ferro.
La canterò nella cella della mia prigione
nella stalla
sotto la sferza
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me milioni di usignoli
per cantare la mia canzone di lotta.

Mahmud Darwish

venerdì 10 gennaio 2020

II racconto delle sabbie




Nato da remote montagne, un fiume solcò molte regioni per raggiungere finalmente le sabbie del deserto. Provò a superare questo ostacolo così come aveva fatto con gli altri, ma si accorse che, man mano che scorreva nella sabbia, le sue acque sparivano.
Era convinto, tuttavia, che era suo destino attraversare quel deserto, eppure non ci riusciva ... Fu allora che una voce nascosta, proveniente dal deserto stesso, mormorò: "II vento attraversa il deserto; il fiume può fare altrettanto".
Il fiume obiettò che, sebbene si lanciasse contro la sabbia, l'unico risultato era di essere assorbito, mentre il vento poteva volare e, quindi, attraversare il deserto.
"Lanciandoti nel tuo solito modo, il deserto non ti permetterà di attraversarlo. Potrai solo sparire o diventare una palude. Devi permettere al vento di trasportarti fino a destinazione". "Ma com'è possibile?".
"Lasciandoti assorbire dal vento".
Era un'idea inaccettabile per il fiume. In fin dei conti, non era mai stato assorbito prima d'ora. Non voleva perdere la sua individualità: una volta persa, come essere sicuri di poterla ritrovare?
La sabbia rispose: "II vento svolge questa funzione: assorbe l'acqua, la trasporta al di sopra del deserto, poi la lascia ricadere. Cadendo sotto forma di pioggia, l'acqua ridiventa fiume".
"Come posso sapere che è la verità?".
"È così. Se non ci credi, potrai solo diventare una palude, e anche per questo ci vorranno anni e anni; e, comunque, non sarai più un fiume".
"Ma non posso rimanere lo stesso fiume?".
"In entrambi i casi non puoi rimanere lo stesso fiume", rispose il mormorio, "la parte essenziale di tè viene portata via e forma di nuovo un fiume. Oggi porti questo nome perché non sai quale parte di tè è quella essenziale".
Queste parole risvegliarono certi echi nella memoria del fiume. Si ricordò vagamente di uno stato in cui egli - o forse una parte di sé? - era stato tra le braccia del vento. Si ricordò anche - ma era veramente un ricordo? - che questa era la cosa giusta, e non necessariamente la cosa più ovvia, da fare. Allora il fiume innalzò i suoi vapori verso le braccia accoglienti del vento. Questi, dolcemente e senza sforzo, li sollevò e li portò lontano, lasciandoli ricadere delicatamente non appena raggiunsero la cima di una montagna molto, molto lontana. Ed è proprio perché aveva dubitato, che il fiume poté ricordare e imprimere con più forza nella sua mente i dettagli della sua esperienza. "Sì, ora conosco la mia vera identità", si disse. Il fiume stava imparando. Ma le sabbie mormoravano: "Noi sappiamo, perché lo vediamo accadere giorno dopo giorno e perché noi, le sabbie, ci estendiamo dal fiume alla montagna".
Ecco perché si dice che la via che permette al fiume della vita di proseguire il suo viaggio è scritta nelle sabbie.
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Questa bellissima storia si ritrova in molte lingue nella tradizione orale. Circola quasi sempre fra i dervisci e i loro allievi. È stata usata nella Rosa mistica del giardino del rè, di Sir fairfax Cartwright (pubblicato in Inghilterra nel 1899). Questa versione proviene da Awad Afifi il tunisino, morto nel 1870.


venerdì 20 dicembre 2019

La patria dell'uomo saggio è l'universo.


                                                
                                       The wise man's home is the universe

ill: hassan massoudy calligraphy

sabato 30 novembre 2019

Modi di dire

                        ”Non ha ottenuto né datteri dello Sham 
                               né uva dello Yemen"


La storia che dà origine al proverbio racconta di un ragazzo dell’Hijaz che decise di andare a raccogliere l’uva dello Yemen, famosa per la sua bontà. Sulla strada incontrò un uomo che gli consigliò di andare invece nello Sham, celebre per i suoi datteri. Il ragazzo, a questo punto, rimase indeciso sulla strada da percorrere, ma alla fine seguì il consiglio dell’uomo. Una volta giunto nello Sham, venne a sapere che non era la stagione dei datteri, così ritorno sui suoi passi alla ricerca dell’uva dello Yemen, ma anche lì rimase deluso: ormai non era più la stagione dell’uva! Così rimase a bocca asciutta.
Questo proverbio ci consiglia di non indugiare troppo nella nostra indecisione, perché alla fine rischiamo di rimanere senza niente e non ottenere quello che vogliamo.



https://corsiarabotraduzioni.wordpress.com/frasi-arabe/

giovedì 31 ottobre 2019

Chi sono i Tuareg.



Con il termine Tuareg si identifica un nutrito popolo berbero, di oltre mezzo milione di persone, tradizionalmente nomade e stanziato nelle zone desertiche del Sahara tra cui Algeria, Libia, Mali e Burkina Faso. Gruppi nomadi analoghi sono presenti anche in Ciad, dove vengono chiamati Kinnin.
Il vocabolo berbero twāreg, diventato touareg in francese e tuareg in inglese, è un termine dispregiativo dato loro dagli arabi e significa "gli abbandonati da Dio” per via della loro opposizione alla dottrina di Maometto. I leggendari uomini del Sahara preferiscono chiamarsi Imohag, cioè “uomini liberi”. Negli anni hanno mantenuto inalterata o quasi, la purezza della razza, rimanendo fedeli a tradizioni e culture vecchie di secoli. Hanno imparato ad orientarsi tra le monotone lande del deserto con l’aiuto delle stelle,  riuscendo ad attraversare le sconfinate distese di sabbia su dromedari, per trasportare oro, sale e spezie.  Solitamente di alta statura, con fisici robusti e ben allenati, i Tuareg sono comunemente noti per i loro visi magri e allungati, solcati da grandi occhi scuri e capelli neri, nonché da una carnagione altrettanto scura. Sono ospitali verso lo straniero e in occidente sono conosciuti come “uomini blu” per via del velo blu indaco che indossano e che colora la loro pelle di blu. Sono organizzati in confederazioni,che comprendono, ciascuna, circa cento tribù, più o meno assoggettate ad uno stesso capo.
La loro storia è costellata da innumerevoli battaglie. A partire dal Settecento inizia la lunga battaglia contro gli Arabi e i Tuareg finiscono per convertirsi all’Islam, interpretando tuttavia a modo loro la dottrina di Maometto e conservando alcune tradizioni animiste. Riescono a mantenere integra la loro identità, la loro lingua e il loro alfabeto, il Tifinagh, costituito da forme geometriche scritte in orizzontale, verticale, da destra a sinistra, dall’alto in basso, ribadendo ancora una volta la creatività e la libertà di questo popolo.
Con la colonizzazione francese dell’inizio del secolo, gli uomini del deserto vedono limitato il loro spazio; con la decolonizzazione degli anni Sessanta sono obbligati ad imparare il significato di parole fino ad allora sconosciute, come «sedentarietà» ed «emarginazione».
La loro autodeterminazione li ha costretti a subire molte rappresaglie da parte di stati come il Mali e il Niger, che li volevano sottomettere al governo centrale. Soprattutto nel nord del Niger esistono ancora oggi gruppi di guerriglieri Tuareg che portano avanti la lotta armata per l'indipendenza e l'autodeterminazione politica e culturale del proprio popolo. Nonostante questo, oggi corrono il rischio di scomparire, schiacciati dalla civiltà moderna che sta cancellando la loro cultura secolare. Le lunghe carovane di un tempo sono sparite in quanto il grande commercio transahariano si svolge su automezzi pesanti o per mezzo di aeroplani e le piste del deserto sono percorse da fuoristrada carichi di turisti. Di conseguenza gli ex schiavi cercano lavoro nelle imprese petrolifere mentre i nobili continuano ad allevare dromedari sempre più inutili. Le autorità hanno avviato politiche di sedentarizzazione forzata che hanno prodotto risultati disastrosi: sradicati dal loro habitat e imprigionati nei caotici ritmi delle città, i Tuareg sono stati relegati ai margini della vita sociale.

mercoledì 16 ottobre 2019

La poesia egiziana di: Sayed Hegab


Nasciamo per morire...



Nasciamo per morire...
... generiamo per il buio della terra
costruiamo per distruggere
e la voce alziamo prima di svanire in silenzio
la vita scorre sbattuta nella più selvaggia solitudine
e noi corriamo... assetati dietro un miraggio
e viviamo per colmare d’acqua
brocche frantumate
Ma la verità stupefacente
è che angeli...
e demoni...
hanno ancora per noi...
mille attenzioni


Sayed Hegab

martedì 1 ottobre 2019

L'uccello indiano



Un mercante teneva un uccello in gabbia. Dovendo recarsi in India, paese originario dell'uccello, gli chiese se desiderava che gli riportasse qualcosa da quel paese. L'uccello chiese di ottenere la sua libertà, ma il mercante gliela negò. Allora lo pregò di recarsi in una certa giungla dell'India e di annunciare la sua cattività a tutti gli uccelli che vivevano in libertà.
È ciò che fece il mercante, ma aveva appena finito di parlare quando un uccello selvatico, simile in tutto al suo, cadde esangue ai piedi del ramo sul quale era appollaiato.
Il mercante pensò allora che doveva sicuramente trattarsi di un parente prossimo dell'uccello in gabbia, e fu addolorato di aver causato la sua morte.
Quando fu di ritorno, l'uccello gli chiese se portava buone notizie dall'India.
"Ahimè, no", disse il mercante, "temo che le notizie siano brutte! Uno dei tuoi parenti prossimi è stramazzato ai miei piedi quando ho parlato della tua cattività".
Aveva appena pronunciato queste parole, quando l'uccello indiano stramazzò a sua volta nella gabbia. ^ "La notizia della morte del suo parente ha ucciso anche lui", pensò il mercante. Era desolato; lo raccolse e andò a poggiarlo sul davanzale della finestra. All'istante, l'uccello tomo in vita e volò sul ramo più vicino.
"Ora sai", disse l'uccello al mercante, "che ciò che per tè era una calamità, per me era una buona notizia. E nota come il messaggio, cioè come comportarmi per riacquistare la mia libertà, mi è stato trasmesso proprio da tè, mio carceriere". E volò via, finalmente libero.


Una favola di Rumi
http://www.sufi.it/

mercoledì 11 settembre 2019

Proverbi



Chi ha testa saggia ha la bocca stretta 
(العاقل من أمسك لسانھ)


Il bue si prende per le corna, l'uomo con la parola 
(الثّور تمسكه من قرونه، والرّجل تمسكه من كلامه)

L'uomo si sente vecchio, la donna si vede vecchia 
(یعرف عمر الرجل بقدر ما یحس و عمر المرأة بقدر ما تبدو)

Chi sta per annegare si attacca anche a una cannuccia 
(الغریق یتعلق بقشھ)

giovedì 15 agosto 2019

L'invenzione dei numeri



Anche per l'uso dei numeri l'Occidente deve molto alla cultura araba: mentre i Cinesi per indicare i numeri usavano dei trattini e i Greci facevano ricorso alle prime lettere dell'alfabeto, gli arabi introdussero l'uso delle cifre, quelle che noi usiamo ancora oggi e che vengono dette impropriamente arabe, poiché in realtà sono di origine indiana.Un astronomo indiano, infatti, chiamato a Baghdad per tradurre delle tavole astronomiche, trasmise agli Arabi il loro sistema di numerazione. Una tappa fondamentale fu poi la scoperta dello zero, anch'essa realizzata dagli scienziati indiani sin dal terzo secolo avanti Cristo. Si trattava di una rivelazione rispetto ai sistemi usati fino ad allora perché con quei dieci piccoli simboli si poteva scrivere qualsiasi tipo di numero, per quanto grande esso fosse. Gli arabi compresero subito i grandi vantaggi del sistema di numerazione indiano; un grande matematico arabo adottò i nuovi simboli in un famoso trattato, il cui titolo abbreviato, al-Giabr (che significa "arte delle soluzioni"), diede il nome al ramo della matematica che chiamiamo oggi algebra. In Europa l'uso dei numeri arabi fu introdotto nel 1200, dal commerciante pisano Leonardo Fibonacci.


www.skuola.net

giovedì 18 luglio 2019

La poesia araba di: Fawziyya Abu Khalid


"Poema D'Acqua"





Ha intinto le dita nel deserto
e ha scritto con l'acqua del miraggio una poesia... che
cade
cade
cade
in ritmo impercettibile.


Fawziyya Abu Khalid (Arabia Saudita)

lunedì 1 luglio 2019

10 modi di dire diffusi in Medio Oriente





بالع راديو = ‘avere una radio in bocca’: si usa per riferirsi alle persone che parlano molto e velocemente
في سابع نومه = ‘essere nel settimo sonno’: dormire profondamente
طاح الفاس بالراس = ‘la scure incombe sulla sua testa’: si usa quando si prospettano guai, simile al nostro ‘la frittata è fatta’
الوضع متكهرب = ‘la situazione è elettrificata’: simile all’italiano, si usa quando c’è un’atmosfera di forte tensione nell’aria
>لسانه طويل = ‘avere la lingua lunga’: si usa per indicare una persona impudente e sfacciata
دمه خفيف = ‘avere il sangue leggero’: si usa per indicare una persona piacevole e affascinante
دمه ثقيل = ‘avere il sangue pesante’: opposta alla precedente, indica una persona noiosa
طلع عيني = ‘farsi cavare gli occhi’: si usa quando si è messi in difficoltà da qualcuno
رجلي على رجلك = ‘la mia gamba sulla tua gamba’: espressione che significa “dove vai tu, vengo anche io”
العين ما تعلا عن الحاجب = ‘l’occhio non va oltre il sopracciglio’: equivale all’italiano ‘stare al proprio posto’

mercoledì 12 giugno 2019

Abbigliamento arabo tra passato e presente: l'abito nuziale femminile di Tlemcen


A Tlemcen, città situata a nord-ovest dell’Algeria, il costume nuziale femminile incarna il rito del matrimonio, principale evento festivo della vita della popolazione. E’ il simbolo dell’alleanza tra le famiglie e della continuità tra le generazioni. La sua preservazione garantisce la sopravvivenza di tradizioni artigianali plurisecolari, in particolare la tecnica della tessitura della seta con filo d’oro e d’argento chiamata «mansouj», e le tecniche di ricamo su velluto con filo d’oro e d’argento, «majboud» e «fatla». Al giorno d’oggi la sposa indossa da sette a dieci abiti da cerimonia. Alcuni modelli si tramandano da molti secoli, in particolare il «rda» composto da un peplo drappeggiato di origine antica e di una giacca «at» dalle maniche ricamate di stile ottomano. Altri risalgono all’inizio del secolo scorso come l’abito «blousa» con maniche a palloncino di tipo europeo. La sposa ne indossa due o tre modelli diversi tra cui la «blouset el-mansouj» in seta a righe artigianale. Il modello più rappresentativo del rituale si chiama «labsat el-arftane» (costume del caftano), composto da un caftano di media lunghezza in velluto ricamato in oro con maniche «kmam»  in merletto ricamato con paillettes, innumerevoli fili di perle barocche, una gonna tipo pareo « fouta » di origine berbera, una cintura in seta ricamata «mansouj», un’acconciatura conica «chachiya» di origine andalusa e una moltitudine di gioielli d’oro e di accessori in seta. L’abito della sposa di Tlemcen fa parte di un rito ereditato dall’epoca antica ed e’ strettamente legato all’usanza mediterranea della dote. La sua trasmissione e’ affidata alla madre della futura sposa , sovente aiutata dalle zie e dalle nonne. Fin dalla più giovane età della figlia, la madre si occupa di preparare il corredo, il «chohra», che comprende tra l’altro l’essenziale delle sete, merletti, abiti , accessori e ornamenti necessari alla realizzazione delle diverse tenute del costume nuziale. Dietro alla realizzazione di quest’abito c’è il lavoro di molti bravissimi artigiani che lo cuciono e lo realizzano secondo rituali molto antichi. Il costume nuziale di Tlemcen è stato annoverato nel 2012, nella lista dei patrimoni dell’umanità Unesco. L’abito è stato premiato perché nel corso dei secoli ha raccolto senza snaturarsi, la storia della sua città a partire dalle influenze che si sono fuse o alternate sul territorio: da quella berbera, romana, bizantina, araba, andalusa, turca e francese. L’abito è anche il simbolo dell’incontro pacifico delle religioni che si sono alternate  o che hanno pacificamente convissuto come quella pagana, cristiana, musulmana ed ebraica.

mercoledì 15 maggio 2019

Proverbi



Chi sa fare tutto non sa fare nulla.
(صاحب الصنائع السبع لا یتقن أي صنعة)

Il buon servitore si riconosce in assenza del suo padrone.
(یعرف الخادم عند غیاب سیده)

Il pessimo lavoratore incolpa sempre i suoi attrezzi.
لصانع المھمل یلقي باللوم على أدواتھ دائما)

>Un ladro passa per gentiluomo quando la refurtiva lo ha reso ricco.
(إذا اغتنى اللص یظنھ الناس شریفا)

venerdì 12 aprile 2019

La poesia algerina di: Zehor Zerari

Se tu fossi


  Se tu fossi un edelweiss             
  scalerei
  la montagna azzurra
  per coglierti.
  Se fossi un fiore acquatico
  mi tufferei nelle verdi
  profondità sottomarine
  per prenderti.
  Se fossi un uccello
  andrei
  nelle immense foreste
  per ascoltarti.
  Se fossi una stella
  veglierei
  tutte le mie notti
  per vederti, Libertà.




Zehor Zerari ( poeta algerino del '900)

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